Le misure dell'Europa per affrontare la crisi

di Giorgio La Malfa - 08/02/2011 - Politica interna
Le misure dell'Europa per affrontare la crisi
In occasione della pubblicazione dell’antologia di scritti di John Maynard Keynes Sono un liberale? curato da Giorgio La Malfa(Adelphi edizioni – 2010), sulla situazione economica italiana, sulle misure che l’Europa sta preparando per affrontare la crisi, pubblichiamo in forma scritta l'intervista audio realizzata da Massimo Bordin per Radio Radicale l'11 gennaio 2011.

  • Massimo Bordin - Radio radicale: Parliamo di un libro con Giorgio La Malfa, che è stato già ospite, oltre che per le interviste parlamentari, anche a proposito di un suo libro su John Maynard Keynes. Adesso Adelphi ha pubblicato una sorta di antologia di scritti di Keynes (Giorgio La Malfa ha scritto il saggio introduttivo). Keynes usava molto la forma del pamphlet, del ritratto, della memoria, ed ha scritto due trattati principali di Economia, uno sulla moneta e l’altro è la teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta del 1936

  • Giorgio La Malfa - La Teoria generale, come ho scritto nell’introduzione, è un pamphlet anche quello

  • Massimo Bordin – Sì, perché ha bisogno della polemica per esprimersi, per esprimere le sue novità teoriche

  • Giorgio La Malfa - Roy Harrod, un giovane economista suo amico che lesse le bozze della teoria generale, scrisse a Keynes in una lettera: “Qui c’è una polemica eccessiva, te la prendi con tutti, bisogna abbassare i toni”. Allora Keynes gli rispose: “Altro che abbassare i toni, il rischio mio è che le mie idee scivolino via sulle spalle del mondo accademico come l’acqua sul dorso delle papere, quindi alzerò la polemica perché voglio creare un polverone”. Cosìdiceva, e vi riuscì

  • Massimo Bordin - Questo libro è intitolato Sono un liberale? con il punto interrogativo, perché è uno degli scritti di Keynes nel quale lui procede per esclusione

  • Giorgio La Malfa -Esattamente
  • Massimo Bordin -Infatti, scarta prima i conservatori, poi la socialdemocrazia, anche con argomenti che oggi farebbero inorridire il politically correct. Una serie di approcci di Keynes sono molto chiari e molto utilitaristici, per esempio rispetto alla questione sul conflitto di classe. Lui dice: “Se dovessi scegliere in base al conflitto di classe non avrei dubbi, starei con la mia classe, non certo con quella rappresentata dai socialdemocratici”. Considera anche il concetto di interesse generale, ma anche quello non lo convince moltissimo e alla fine trova i liberali e l’ipotesi liberale come l’ipotesi meno peggiore secondo una logica molto anglosassone…

  • Giorgio La Malfa - …una terza via

  • Massimo Bordin - …è una scelta, come nel caso di Churchill sulla democrazia

Sono uscite recensioni sui giornali dell’introduzione al libro, che è assai interessante. Oggi l’economista è per un certo verso di nuovo sugli altari per la sua scuola di pensiero: alla fine dell’introduzione La Malfa scrive: “In realtà dopo la grande ondata della Scuola di Chicago, del monetarismo, della finanziarizzazione , è arrivata la crisi e si è dovuti tornare agli strumenti che proprio Keynes ha di fatto inventato e che erano caduti in grande dispregio delle scuole economiche à la page”. C’è anche però chi dice, per esempio Franco Reviglio nel suo libro Goodbye Mister Keynes in libreria in questi giorni, che il keynesismo in fondo non serve più

  • Giorgio La Malfa - Ho visto questo libro di Reviglio e conosco le sue idee. Quello che conta molto in Keynes, il vero messaggio politico di Keynes non è come generalmente si ritiene, il giudizio positivo sulla spesa pubblica. Il punto importante è che non si può avere fiducia cieca nel funzionamento automatico del mercato e del capitalismo e quindi bisogna essere pronti, quando è il caso, ad intervenire con gli strumenti dell’azione collettiva. Questo non vuol dire – non pensava a questo Keynes, e non lo penso io che ne condivido profondamente la filosofia - che sempre lo Stato deve intervenire, ma vuol dire che spesso lo Stato deve intervenire. Può intervenire con le leggi per la difesa della concorrenza, può intervenire con la spesa pubblica, può intervenire con lo sgravio fiscale, può intervenire con misure per la distribuzione dei redditi, insomma può e deve intervenire. Il capitalismo non può essere messo sul piedistallo e non si può considerare che, se lasciato libero, risolverà tutti i problemi del mondo, perché non è cosi: non lo era prima e non lo è oggi. Come ho ricordato, è venuta la crisi del 2007, del 2008, del 2009 e gli strumenti che sono stati utilizzati sono stati la spesa pubblica, i salvataggi bancari, i tassi d’interesse bassi: tutto l’armamentario keynesiano degli anni Trenta

  • Massimo Bordin - Sì, è vero però che forse Keynes rappresenta un passo in più rispetto ad Adam Smith, che è sempre citato per la mano invisibile del mercato, però in realtà è anche colui che scriveva: “Quando due capitalisti si vedono la prima cosa che fanno è un accordo ai danni di un loro concorrente”. Quindi il concetto della regolazione del mercato è un compito che spetta non al mercato stesso ovviamente, ma all’esterno. Ma Keynes, oltre all’intervento pubblico, prevede anche il sistema che oggi tutti dicono essere in crisi in Occidente, e cioè lo Stato sociale

  • Giorgio La Malfa -Storicamente Keynes non era un propugnatore dello Stato sociale, lo Stato sociale è figlio di Beveridge, un altro liberale che Keynes tra l’altro non amava. Il piano Beveridge è il piano della sicurezza sociale in Inghilterra. Keynes veramente pensava all’intervento dello Stato in caso di necessità, non come strumento ordinario della vita collettiva. Tanto è vero che, in un altro scritto, non come tesi in questo volume, lui ad esempio sostiene che bisognava introdurre una regola ferrea riguardo alla spesa corrente, che doveva essere sempre obbligatoriamente in pareggio. Una norma di cui si parla in queste settimane in Europa. Ci doveva essere, invece, a disposizione del Tesoro un “cassetto” di progetti di investimento, da attivare nel momento in cui fosse necessario. Quindi lui diceva: “La spesa pubblica non è sempre buona, ma possono venire dei momenti in cui è indispensabile. Bisogna essere pronti ad utilizzarla, e ad utilizzarla sapendo che poi bisogna ridurla quando è necessario ridurla”. La sua visione quindi non era una visione socialdemocratica di Stato sociale, che del resto in Europa è stato inventato da Bismarck. Lo Stato sociale è in crisi nei Paesi avanzati, è un tema di cui non ho parlato nell’introduzione, ma mi fa piacere parlarne in questa intervista. La ragione per cui è in crisi lo Stato sociale è perché la globalizzazione, il venir meno dei confini nazionali, rende più difficile le politiche di redistribuzione dei redditi, che sono quelle che ne hanno permesso la realizzazione. Si metteva una tassa sui ricchi in Svezia, in Inghilterra, in Italia e con questo si pagava la sicurezza sociale, la sanità, le pensioni per i più poveri. Questo è ciò che sta scomparendo. Olaf Palm, il leader socialdemocratico svedese, diceva: “Bisogna tosare le pecore capitalistiche, non mangiarsele”. Il fatto è che oggi non si possono più né tosare né mangiare, perché scappano prima, non c’è più lo stazzo nel quale stanno le pecore del capitalismo. E’ la ragione per cui sono così deboli i lavoratori della FIAT nei confronti di Marchionne

  • Massimo Bordin -Questo è interessante dal punto di vista non solo economico, ma anche politico, perché, per esempio, si apre il campo del rapporto tra le socialdemocrazie e gli Stati nazionali, come storia parallela. Prima si citava Bismarck, il quale è stato, certo a suo modo, un grande uomo di Stato, che ha inserito nel suo governo alcuni aspetti di sicurezza sociale poiché esistevano le condizioni date dall’avere in casa il partito socialdemocratico più forte d’Europa

  • Giorgio La Malfa – La ragione per cui il capitalismo, il sistema di mercato, ha vinto sul comunismo è perché il sistema di mercato si è dimostrato aggiustabile, ha avuto la capacità e l’elasticità di modificarsi. Gli elementi che hanno determinato la mutazione sono stati le leggi antitrust, gli strumenti keynesiani di intervento di breve periodo, la socialdemocrazia e il sindacato. La socialdemocrazia e il sindacato sono stati gli elementi che hanno obbligato il capitalismo a correggersi; il modello del capitalismo era correggibile mentre quello del comunismo non lo era, e quindi il modello del comunismo ha fallito e il capitalismo si è salvato, ma se vengono meno questi elementi correttivi anche il volto del capitalismo diventerà odioso

  • Massimo Bordin -Si apre, quindi, un altro capitolo ancora: cioè come la globalizzazione non abbia determinato necessariamente una crescita democratica. Un esempio per tutti: l’enorme scarto tra la crescita economica della Cina e la relativa crescita dei diritti democratici in quel Paese, che lasciano ancora molto a desiderare

  • Giorgio La Malfa - Io sono convinto di questo: che la crescita produce la democrazia. Amartya Sen sostiene che la democrazia produce la crescita, che per l’India è anche vero, ma io penso che la Cina diventerà un Paese necessariamente democratico. Tra i diritti ed i beni che uno può acquisire quando guadagna di più, c’è la libertà: si legge, si guarda la televisione, si ha la possibilità di informarsi e questo obbliga alla democrazia. La Cina diventerà un regime democratico, ci vorrà del tempo ma non sfuggirà a questa sorte, in quanto uno Stato che cresce produce anche la libertà Tuttavia, il tema che mi angoscia di più è che in una situazione nella quale la globalizzazione rende difficile lo Stato sociale, come si fa ad evitare che nei Paesi avanzati si propaghi l’ingiustizia sociale? Perché questo è il vero problema: la povertà, le nuove povertà. E come si fa ad affrontare la crescita in un Paese dove il costo del lavoro non può essere basso? Questo è il tema che secondo me l’Occidente non ha ancora risolto, perché l’Occidente ha vissuto per decenni e decenni sul vantaggio di avere il monopolio della conoscenza e quindi delle tecnologie, e le materie prime a basso costo. Lo sviluppo economico e la rivoluzione industriale degli ultimi cento, centocinquanta anni, della Germania, della Francia, dell’Italia e delle altre realtà industrializzate europee è stata basata su questi grandi elementi di debolezza degli altri Paesi. Oggi che questo non c’è più, oggi che le conoscenze le hanno le università cinesi così come le università americane, e le materie prime non vengono più regalate ai Paesi industriali, gli stessi Paesi industriali rischiano di diventare dei deserti. Questo dovrebbe significare qualcosa per l’Italia, perché il nostro Paese, che non ha mai raggiunto un sviluppo equilibrato dal punto di vista economico e sociale, rischia di essere colpito dal sottosviluppo prima di avere avuto uno sviluppo pieno ed equilibrato. Questo è il vero problema e questa è la tragedia del Mezzogiorno che noi abbiamo sotto gli occhi: il Mezzogiorno comincia ad essere colpito dal post- sviluppo prima ancora di essere diventato un’area di civiltà avanzata dal punto di vista dello sviluppo economico e sociale.

  • Massimo Bordin - Dibattendo con l’economista Paolo Savona in alcuni interventi sul Foglio, tu hai dato anche una serie di risposte sulla questione delle monete. Tra l’altro, un tema keynesiano per eccellenza: la politica monetaria europea, il progetto tedesco dell’euro forte. E anche lì c’è stato un dibattito politico significativo perché il tema ha delle implicazioni pesanti, sull’Italia forse in particolare

  • Giorgio La Malfa - Ho sempre pensato che l’euro sia una costruzione debolissima perché la moneta è il tetto di una costruzione politica e istituzionale, non le fondamenta. La moneta unica si fa quando si fa uno Stato nazionale, la lira si è fatta dopo l’unificazione del Regno, il dollaro si è fatto dopo l’unificazione americana, non prima. L’Europa ha costruito la moneta unica prima di costruire la sua politica estera unica, il suo tesoro unico, la sua giustizia unica. E’ stato quindi un anticipo e le anticipazioni,specialmente se sono fatti tecnocratici, possono rivelarsi un errore molto profondo. Mi chiedo se Altiero Spinelli, che aveva guardato con tanta ostilità il trattato del mercato comune considerandolo un passo insufficiente rispetto all’unione politica, avrebbe avuto la stessa opinione sull’euro. Invece alcuni suoi seguaci, come Tommaso Padoa Schioppa, lo hanno considerato una costruzione molto importante. Io ho molti dubbi su questo: naturalmente il mio punto di vista è che l’Italia fuori dall’euro avrebbe molti problemi, quindi bisogna avere il buon senso di mettere in moto un programma di risanamento del debito pubblico. Per potere stare nell’euro, questo è il vero problema, prima che ci arrivino addosso gli speculatori internazionali che oggi sono impegnati a dividersi la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo. In questa lista, prima o poi, il rischio è di arrivare a includere l’Italia.

Bisognerebbe avere un Governo, e non lo abbiamo. Non bastano le parole di Tremonti - cioè dire: “La crisi c’è” - bisogna sapere cosa fa l’Italia, e l’Italia non sta facendo niente di serio per quanto riguarda il problema del debito pubblico

  • Massimo Bordin - Alla questione del debito pubblico e all’attività di Governo arriviamo tra un secondo. Invece, rimanendo sulla questione dell’euro, in realtà ad un certo punto quando le posizioni tedesche sono apparse più determinate, si era quasi concretizzata, almeno come scenario, un’ipotesi che metteva in forse l’unità dell’Italia, addirittura proprio nell’anno del centocinquantenario. Perché in realtà è vero che l’Italia avrebbe dei problemi fuori dall’euro, e sicuramente una parte dell’Italia avrebbe dei problemi restando fuori dall’euro e non avrebbe invece problemi a stare in un euro forte. Un’altra parte, invece, sarebbe nella situazione opposta e a quel punto si creerebbe, con una forza politica che sta diventando la prima forza politica nel Nord d’Italia - in tre regioni principali già lo è quasi, in parte - uno scenario in cui qualcuno potrebbe dire, anzi, qualcuno lo ha già detto senza le inutili rozzezze di Borghezio, “Noi siamo una delle zone europee più sviluppate, perché dobbiamo privarci di uno strumento come l’euro? Altri provvedano altrimenti”

  • Giorgio La Malfa - Questa è esattamente la ragione per la quale da molti anni, sin dall’inizio, io ho considerato l’euro un pericolo per l’Italia, perché il tema della divisione del Paese non è un tema che nasce oggi, è un tema che c’era già a metà degli anni ‘90 ed io ne discussi allora nel centrosinistra - era il primo Governo Prodi - quando per un istante quel governo pensò di non entrare subito nell’euro. Nel ‘96 ci fu una presa di posizione molto ferma da parte mia per dire: “Guardate che, se noi non entriamo insieme agli altri, diamo legna per un fuoco che arde sotto il nostro Paese, che è il fuoco della divisione”.Quindi io insistetti, nonostante io veda tutti i limiti dell’euro. L’Italia oggi è ancora pesantemente divisa del punto di vista economico e sociale, ed è la ragione per cui io guardo con tanta perplessità al federalismo fiscale, perché il federalismo fiscale segna esattamente quelle linee di divisione di cui si parlava. L’ha fatto la sinistra prima ancora di farlo la destra; i guai dell’Italia sono un prodotto quasi sempre della somma di errori dell’una e dell’altra parte e non soltanto di un errore di una delle due. Quindi questo è un tema molto profondo: la necessità di un’accelerazione del risanamento italiano del debito pubblico, a cui accennavo prima, nasce proprio dal problema di attrezzarci di fronte ad una possibile crisi dell’euro che portasse a dividere l’euro in due categorie, l’euro del Nord Europa e l’euro del Sud Europa, perché sfortunatamente il confine tra i due euro passa a metà dell’Italia, è la Linea gotica. Il confine tra l’euro del Nord Europa e l’euro del Sud Europa è la linea gotica e noi non possiamo rischiare di dividere l’Italia all'altezza della Linea gotica

  • Massimo Bordin - La questione del debito pubblico e la necessità di un bilancio equilibrato necessitano però anche un’altra impostazione, quella che tu citavi prima a proposito di Keynes: la necessità di essere in condizione, in una situazione non propriamente fallimentare, di accantonare risorse da inserire poi per implementare dei progetti. Da questo punto di vista, avendo fatto parte fra l’altro di questa maggioranza al momento delle elezioni, indipendentemente dalle elezioni anticipate o meno, il bilancio di questo governo è finora molto scarso

  • Giorgio La Malfa - Direi totalmente nullo dal punto di vista del risanamento economico

  • Massimo Bordin - E anche tutto sommato dell’investimento

  • Giorgio La Malfa - Non c’è una lira in investimenti pubblici, in infrastrutture, non c’è nulla. D’altra parte, per fare una politica di investimenti pubblici in queste condizioni si dovrebbe tagliare la spesa corrente più di quanto non la si tagli, e per farlo si dovrebbe avere più coraggio di quello che ha il Governo. Non so se Tremonti avrebbe la voglia di incidere profondamente nella spesa corrente, quello che è certo è che non ne ha nessuna voglia Berlusconi. Berlusconi è talmente attento al consenso che quando Tremonti, in una certa bozza di legge, scrisse: “Aboliamo le Province”, nel giro di mezz’ora quest’idea era stata eliminata. E’ chiaro che si dovrebbe riorganizzare la spesa pubblica in un modo consistente per poter tagliare la spesa corrente, senza aumentare le imposte e trovando risorse per gli investimenti nell’Università, nella ricerca, nelle infrastrutture. Per cambiare davvero la prospettiva del Paese ci vuole un programma di legislatura, cinque anni di buon governo. Dovrà farlo il dopo Berlusconi, è questo a cui io penso quando ritengo che i repubblicani debbano essere alla testa della rottura con Berlusconi e alla testa del cosiddetto terzo polo. Si deve svolgere una funzione anticipatrice, come si è sempre fatto nel corso del dopoguerra. Spero che venga fatto: un partito piccolo come il Partito repubblicano, insieme alle forze liberali avanzate, serve a porre l’attenzione su problemi che la società italiana non è ancora pronta ad affrontare, a portarli a maturazione con la tenacia e con l’accanimento. Questa è stata l’azione eminente dei radicali nel campo nei diritti civili e questa è stata l’azione altrettanto eminente, io penso, dei repubblicani nel dopoguerra sul terreno delle politiche economiche e sociali

  • Massimo Bordin - Qui arriviamo ad un altro problema che ci porta un po’ lontano dall’economia e ci porta proprio alla politica italiana. Keynes era un personaggio che viveva nella Londra di quell’epoca. Oggi la realtà è un po’ più desolante e, venendo al terzo polo, ci si domanda se ci sia intanto un problema di coesione interna perché non si capisce più se è un terzo polo o è un allargamento del partito di Pierferdinando Casini. Il concetto di alleanza negli ultimi giorni si sta un po’ perdendo, Rutelli e Fini sono semplicemente spariti dall’attualità politica. E poi diventa molto complicato collocarlo in un sistema tripolare, con una legge elettorale attuale

  • Giorgio La Malfa – Io penso che si debba cambiare la legge elettorale, perché bisogna adottare in Italia una legge elettorale che consenta alla molteplicità delle posizioni del Paese di esprimersi. Anche in Inghilterra, che ha una storica legge elettorale bipolarizzante, bipartizzante, stanno pensando di creare condizioni che consentano le alleanze tra forze politiche diverse. Hanno cambiato la legge elettorale europea, forse cambieranno anche la legge elettorale nazionale. Ma perché allora in Italia, dove con la politica dell’ alleanza sono stati realizzati nel dopoguerra importanti obiettivi, si è dovuto immaginare questo forzato bipartitismo, che è già fallito? A sinistra è fallita l’idea veltroniana del PD, penalizzato pesantemente da una serie di fuoriuscite; a destra Berlusconi ha perso prima Casini poi Fini, e ha perso un esponente come me, rappresentante di una componente culturale importante. E’ fallita quindi anche l’idea di forzare tutto in due partiti

  • Massimo Bordin - Anche i partiti però sono partiti strani. Quello di Berlusconi, diciamo la verità, è un partito che nel tempo ha perso fior di intellettuali, c’è una emorragia continua che non è determinata solo dalla forzatura bipartitica, ma è determinata anche dalla qualità dei due partiti che è emersa

  • Giorgio La Malfa –Questo è giusto
  • Massimo Bordin - Perchè Berlusconi ha fatto un partito praticamente da autocrate, e gli altri hanno fatto una edizione bonsai, come diceva un socialista, del compromesso storico, umiliando praticamente le componenti laico, socialiste, repubblicane, radicali, riducendole a comparse. Senza dubbio così non funziona

  • Giorgio La Malfa - Comunque adesso il problema più immediato è superare il governo Berlusconi e lì io vedo che il cosiddetto Terzo polo può avere una funzione molto importante. Mi ha colpito favorevolmente la lettera che ha mandato Bersani al Messaggero, in cui ha indicato temi, su cui si può discutere naturalmente, comunque temi per un’agenda comune. Io penso che si potrebbe partire da questi temi che sono i temi dell’economia, della politica estera, delle politiche sociali, per vedere se è possibile immaginare un’offerta ai cittadini italiani, agli elettori, di una prospettiva politica, per dare all’Italia una speranza di ripresa nei prossimi anni. Va fatto subito però secondo me, perché non bisogna neanche aver paura delle elezioni. Se Berlusconi continua a dire: “Voglio le elezioni”, a un certo punto io penso che gli si possa rispondere: “Andiamo alle elezioni”. Io oggi sento, diversamente dal passato, che non c’è più simpatia per Berlusconi. Ci sono sempre i fan - tutti hanno i loro fan - ma non c’è più l’Italia che maggioritariamente guarda a Berlusconi, perché la disillusione è enorme, con la ripetizione sempre degli stessi temi. Quindi oggi un’offerta seria secondo me potrebbe trovare nel Paese un vastissimo consenso

  • Massimo Bordin - Questo implicherebbe però, per il Partito democratico, la cessione della premiership, che è un po’ il contrario della logica di come è nato il partito

  • Giorgio La Malfa – Diciamo che questo si dovrà vedere, il punto di rilievo è l’accordo programmatico e politico con il terzo polo, poi per la premiership si vedrà

  • Massimo Bordin - C’è già D’Alema che di fatto sostiene Casini come premier

  • Giorgio La Malfa – Non si può ripetere l’errore – e Casini ha detto con chiarezza, che non lo accetterebbe mai, e a ragione - di uno schieramento che vada da Fini a Vendola contro Berlusconi. Sarebbe la negazione del programma di cui stiamo parlando. Se è un programma, allora parte dai temi elencati da Bersani al Messaggero. Basta vedere la questione FIAT, in cui la posizione del PD è chiara. C’è un referendum, i lavoratori scelgano come vogliono e poi si va avanti. L’osservazione degli altri è che il referendum è illegittimo, la FIAT è illegittima, e mi pare una follia, perché o noi difendiamo la presenza della FIAT nel nostro Paese o diamo l’addio ad un’altra fetta importante dell’industrializzazione italiana

  • Massimo Bordin - Sì, non c’è dubbio, ma che la posizione del PD sulla FIAT sia chiara mi pare ottimistico. In questo partito c’è un problema più serio. Non si è mai visto in Europa un partito che si schiera in funzione anticonservatrice che non abbia una relazione con i sindacati. In questo caso ci sono i sindacati spaccati sull’argomento, è comprensibile che il PD sia in difficoltà, ne dovrebbe discutere, ma come organizzare un dibattito del genere?

  • Giorgio La Malfa - Questo non è, per così dire, su questo tavolo in questo momento. Però io vedo per la prima volta dopo molti anni in cui sostanzialmente non c’era alternativa a Berlusconi, oggi vedo la possibilità di cominciare a definire un’agenda di un’azione di Governo. Tra l’altro, lo considero indispensabile anche sul terreno della politica estera: trovo che gli errori del Governo, dal Brasile all’Afghanistan, comincino a diventare troppo gravi. Quando vedo il ministro della Difesa che polemizza con i vertici militari la considero una cosa di una gravità assoluta. Non è mai successo, e che poi addirittura sia l’esponente di un partito che ha fatto della difesa e dei militari una delle sue bandiere storiche, a mettere in dubbio che i militari gli abbiano detto la verità, non è accettabile. O il ministro ha la forza di mandare via i vertici militari con precise ragioni, o manderei via il ministro, perché solo un irresponsabile dichiara: “Mi hanno mentito i militari”. Il signor Berlusconi, che naturalmente è affaccendato in mille altre faccende meno serie, non si rende conto che un ministro della Difesa così tocca una delle poche cose serie che ha avuto l’Italia nel dopoguerra, cioè il rapporto tra il mondo militare e il mondo civile, che è sempre stato esemplare negli ultimi trent’anni. In questo momento l’Italia va ricostruita dalle fondamenta, che sono ormai messe in questione da comportamenti da troppo tempo poco meditati

  • Massimo Bordin - Va bene, io ho l’impressione che, magari anche senza l’occasione di un altro libro su John Maynard Keynes, sarà utile risentirci, ma di qui a poco tutto sommato

  • Giorgio La Malfa - Se posso, farei una piccola propaganda ad un’iniziativa: il 22 di questo mese incontriamo i repubblicani che guardano a questa impostazione di cui stiamo parlando nel Teatro Sala Umberto a Roma. Speriamo che sia un’occasione in cui finalmente si possa dare una parola di speranza per il futuro, perché dentro questo Terzo polo ci deve essere una componente liberale e laica, che è uno dei grandi temi naturalmente. Io ho sempre pensato che sulle questioni etiche non si possono avere posizioni di partito, ciascuno di noi ha la propria posizione e il Parlamento poi decide. Il Terzo polo questo punto ce l’ha chiaro. Quando vedo il centro-destra che agita il testamento biologico, lo considero un atto di irresponsabilità. Io, personalmente, non sono favorevole, questa è la mia opinione, però se si vuole portare un tema etico al Parlamento lo si porta in Parlamento e ciascuno voterà poi secondo la sua coscienza. Il Partito Repubblicano, che è stato favorevole all’aborto, come i radicali del resto, ha sempre lasciato totale libertà di voto ai suoi parlamentari; sull’aborto abbiamo avuto parlamentari seri come Giorgio Bogi, come Bucalossi, come Compagna, che hanno votato contro l’aborto, chi per ragioni cattoliche, chi perché era medico ed aveva questa sua visione. Una delle irresponsabilità del centrodestra è di volere presentare i temi etici come temi politici, sono invece temi di coscienza che devono essere tenuti fuori dall’agenda politica. Questa commistione tra i temi che riguardano la Chiesa cattolica e i temi che riguardano il Governo è una delle cose più negative di questa fase della vita politica italiana

  • Massimo Bordin - Si, tanto più possiamo concludere proprio ricordando il ruolo del Partito repubblicano negli anni del centrosinistra, quelli erano governi che avevano mille problemi ma durante i quali, tuttavia, si è votato il divorzio mantenendo al governo Loris Fortuna e l’onorevole Agostino Greggi

  • Giorgio La Malfa - …esatto…

  • Massimo Bordin - …che non era ancora uscito dalla DC, e nessuno trovava questo singolare. Certo non era una proposta governativa, era una proposta di carattere parlamentare sulla quale il governo si divideva

  • Giorgio La Malfa - Ma la Democrazia Cristiana rispetto a questi partiti era mille chilometri più in alto dal punto di vista del senso dello Stato rispetto a questi suoi successori

  • Massimo Bordin - Fermiamoci qui, altrimenti finiamo con il rimpiangere la Prima Repubblica. Grazie a Giorgio La Malfa. Il libro di John Maynard Keynes con l’introduzione di Giorgio La Malfa è pubblicato da Adelphi

  • Giorgio La Malfa – Grazie.






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