Monete capitalismi e mercati, Europa svegliati

di Paolo Savona - 30/04/2007 - Politica interna
Monete capitalismi e mercati, Europa svegliati

Che il dollaro prima o dopo dovesse deprezzarsi e l’euro apprezzarsi era cosa certa, dato lo squilibrio nei conti americani con l’estero e la richiesta insistente di provvedervi svalutando; l’alternativa per gli Stati Uniti, quella di ridurre la domanda interna, viene ritenuta politicamente non praticabile. Che ciò potesse avvenire a “bottarelle” da 3 a 5% era invece meno prevedibile perché il mercato, quando ci si mette, procede per “botte” consistenti. Il quesito è se vi sia una mente e una mano occulte che regolano questa operazione o se sia il mercato ad averla decisa. Una cosa certa è che la globalizzazione ha creato una rete di interessi che varca le frontiere nazionali, come testimonia il fatto che metà delle esportazioni cinesi sono di imprese multinazionali americane che non hanno interesse alla rivalutazione dello yuan-renmimbi quando producono in Cina e hanno allo stesso tempo interesse alla svalutazione del dollaro quando producono negli Stati Uniti.

Le forze del mercato tendono quindi a riequilibrarsi. Un deprezzamento modesto e ripetuto del dollaro consente alle economie dei paesi le cui valute si apprezzano, come certamente sarà per l’euro, di affrontare con minori traumi gli aggiustamenti richiesti che, in estrema sintesi, possono essere individuati in guadagni di produttività pari al minor incasso che essi avranno per le esportazioni nell’area del dollaro. Nel caso della Cina i margini di competitività sono così ampi che non è richiesto necessariamente tale incremento, ma non è così per l’Europa. In conclusione il free trade non è molto fair, ossia gli scambi internazionali sono liberi, ma non equi. E l’iniquità non è solo dovuta al fatto che i costi di produzione di Cina e India sono inferiori, anche perché non incorporano oneri sociali significativi, ma soprattutto perché i regimi di cambio sono diversi e i cambi sono influenzati pesantemente dal mantenimento negli Stati Uniti, Regno Unito e Australia di una domanda interna che eccede le loro potenzialità competitive. Questi paesi ricchi puntano a vivere permanentemente al di sopra delle loro risorse assorbendo il risparmio che si forma nei paesi poveri.

L’Unione Europea, più esattamente l’euroarea, pare gradire questo tipo di andazzo valutario internazionale e, se anche non lo gradisse, non fa nulla di significativo per portare avanti una diversa politica. Siamo stati informati dal Presidente della Commissione Barroso che lunedì prossimo avrà importanti colloqui con le autorità americane e tra gli argomenti che tratterà non è incluso il problema del cambio tra l’euro e il dollaro. Giorgio La Malfa ci ha ricordato che le decisioni sul cambio sono prerogativa dei Governi dei paesi membri prevista dal Trattato di Maastricht, che non sembrano però di voler esercitare. La sproporzione tra i deprezzamenti attesi sul dollaro (nell’ordine del 30 e oltre per cento) e i guadagni di produttività possibili nell’euroarea è tale che Commissione e Governi europei stanno “programmando” con la loro inazione una deflazione permanente con una forzata proiezione delle imprese europee all’esterno dell’area e una crisi dell’occupazione. Uno spettro si aggira per l’Europa. E’ questo che vogliamo?

da Il Messaggero 29 aprile 2007

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