"Il numero del dottore" Intervento di Gian Piero Jacobelli alla presentazione del libro SINDROME 1933

di Gian Piero Jacobelli - 19/06/2019 - Politica interna
"Il numero del dottore" Intervento di Gian Piero Jacobelli alla presentazione del libro SINDROME 1933

Siegmund Ginzberg parla di quel fatale 1933 che, come scriveva al tempo Simenon in uno dei suoi profetici servizi giornalistici, è il “numero del dottore”, quello che si deve ripetere per capire cosa ci sia che non va. Anni bui, si direbbe oggi, ma - Ginzberg cita Re Lear proprio a proposito dell’oggi - c’è sempre un buio più buio del buio.

Non consoliamoci delle differenze, ma preoccupiamoci delle analogie. L’analogia, una ricerca tra le certezze del passato e le incertezze del presente, costituisce l’esplicito impianto retorico di Ginzberg e tante, infatti, gli appaiono le analogie tra il 1933 e il 2019. Relative alla ambiguità dei personaggi, al cinismo delle promesse, alla credulità della gente. A cominciare da una rivoluzione strisciante che si nasconde, almeno all’inizio e per quanto possibile, dietro alle regole e alle procedure della politica tradizionale: una ingannevole “mimetizzazione moderata degli estremismi”.

Ad accrescere le preoccupazioni c’è anche una sintomatica accelerazione temporale, dalla lentezza dei prodromi alla rapidità delle conseguenze: 4 anni elettorali (1929-1933), un mese perché Hitler venisse nominato cancelliere, poche settimane perché acquisisse i pieni poteri. Scrive Ginzberg che “le crisi si consumano sempre al rallentatore; le catastrofi arrivano sempre all’improvviso”.

Tra questa analogie, alcune sorprendono e fanno pensare, perché sembrano davvero le stigmate di una crisi incipiente. In particolare: analogie politiche, con la paradossale istituzionalizzazione di un privato “contratto” di governo; analogie economiche, con la irresponsabilità di un “debito”, considerato non come un impegno verso altri, ma come un male oscuro, che non va gestito, ma rimosso; analogie culturali, con la lamentosa compiacenza vittimaria e la intrepida ricerca di un capro espiatorio; analogie comunicative, con la ipocrita intolleranza del politicamente corretto e con una incessante diffusione di “stronzate”, nel senso filosofico del termine.

Insomma, un bagno di volgarità, in cui il passato si presta a fungere da specchio del presente. Il nazismo diventa il mediatore immaginario nei confronti di una realtà che tendiamo a mistificare, se non a obliterare. Ma soprattutto, ciò che spaventa in tutto il libro è la arendtiana banalità del male.

Spesso nelle tragedie della storia, scrive Ginzberg, le piccole cose contano più delle grandi. Perché vengono prima, ma anche perché, meno scontrandosi con la realtà, possono durare di più e fare più danno.

Perciò diventa importante quella che Ginzberg chiama la “sfera del privato”. Sia nella pars destruens, sia nella pars construens: “E’ la sfera del privato, non quella della politica, a mostrare capacità di resistenza inaspettate”. La considerazione concerne tanto le distorsioni nella gestione della cosa pubblica con la prevalenza degli interessi privati, quanto le possibilità di resistenza nei confronti della sopraffazione di un pubblico sempre più aggressivo e prevaricante.

La dialettica tra pubblico e privato, nelle sue stesse alterazioni del pensiero e dell’azione, assume un evidente valore epistemologico. Si tende a scrivere la storia come se si scrivesse la cronaca: attenta ai movimenti e ai sentimenti quotidiani. Si tende a scrivere la macrostoria, le grandi narrazioni, come miscrostoria, in una chiave personalizzata e testimoniale. Per esempio, lo ha fatto Antonio Scurati per Mussolini; lo fa ora Ginzberg per Hitler, politicante di successo, ma da strapazzo.

Si tratta certamente di un modo utile per capire la drammaticità del presente, anche se, forse, meno utile per capire la tragicità del passato. Perché, parlandone secondo il senso comune, si rischia di relativizzare quanto è avvenuto, nonostante la sua intrinseca inconcepibilità e indicibilità. Va però sottolineato come, da un punto di vista argomentativo e stilistico, Ginzberg, prospettando il passato come una “memoria del presente”, riesca sia a non banalizzare sia a non monumentalizzare il male, riproponendolo incisivamente al vaglio di un tempo che, invece, tende spesso a considerare il passato per non considerare il presente.

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