Una nuova alleanza di governo - adesso o mai più

di Giorgio La Malfa - 14/09/2007 - Politica interna
Una nuova alleanza di governo - adesso o mai più
Si sperava, nell’interesse del Paese, che l’andamento negativo dei sondaggi di opinione inducesse la maggioranza a utilizzare la pausa estiva per compiere uno sforzo di coesione e che questa riflessione portasse un po’ di requie nei contrasti che hanno accompagnato e punteggiato la vita del Governo Prodi fin dalla sua formazione nella primavera del 2006. Ma non è avvenuto nulla di questo genere: alla ripresa dopo le ferie, tutto continua come prima.
 
C’è polemica sull’impostazione della legge finanziaria: tagliare le tasse o aumentarle, ridurre il deficit o lasciarlo immutato. C’è la querelle sulla presenza dei ministri in piazza - quasi che una manifestazione contro il Governo organizzata da partiti della maggioranza sia meno grave se i ministri di quei partiti non vi partecipano. C’è Veltroni che ripete continuamente di non voler sostituirsi a Prodi, ma la cui voce diviene un sussurro quando è costretto a dire che il Governo ha operato bene. C’è Fassino che chiede un rimpasto. Ci sono Dini e Mastella che si interrogano pubblicamente sulla opportunità di aprire, attraverso una crisi di Governo, la strada a soluzioni diverse. I giornali riferiscono di un Presidente del Consiglio furibondo con i suoi alleati, ma impossibilitato ad agire. Insomma, c’è ancora il governo?
 
Questo è il quadro, che probabilmente non può cambiare perché esso non dipende da posizioni soggettive dei vari protagonisti, ma dalla inconciliabilità sostanziale fra le posizioni delle varie componenti della maggioranza. La situazione pesa in maniera drammatica sul Paese, al punto che vi è da chiedersi se il Presidente della Repubblica non debba assumere una qualche iniziativa per promuovere un mutamento della situazione. C’è da augurarsi che, almeno a livello conoscitivo e ricognitivo, il Presidente Napolitano, che conosce bene la precarietà della situazione, stia facendo quello che è nei suoi poteri.
 
 
L’errore iniziale
 
Bisognerebbe ormai riconoscere apertamente che il centro-sinistra ha commesso un tragico errore all’indomani delle elezioni politiche del 2006. Visto il risultato che indicava la sostanziale parità, nel voto, e in particolare nella rappresentanza parlamentare del Senato, e tenuto conto del carattere composito della propria coalizione, sarebbe stato saggio imboccare immediatamente la strada di un’intesa larga con il centro-destra. Doveva essere lo stesso Prodi a valutare quello che era del resto evidente, e cioè che non sarebbe stata possibile, in quelle condizioni, un’azione coerente di Governo. Egli aveva davanti a sé l’esempio tedesco dove la socialdemocrazia, pur potendo disporre di una consistente maggioranza numerica con gli ex-comunisti e con i verdi, aveva deciso di sperimentare la strada di un’intesa con la Democrazia Cristiana e concesso alla signora Merkel il Cancellierato.
 
Prodi avrebbe avuto titolo, in base all’esito delle elezioni, a chiedere per sé la Presidenza del Consiglio in seno a una coalizione di unità nazionale. Il centro-destra, che sapeva di avere perso, seppure di poco, le elezioni, aveva dichiarato la propria disponibilità a una tale soluzione e non avrebbe potuto che riconoscere a Prodi il ruolo di Presidente del Consiglio. Prodi sembra non avere preso neppure in considerazione un’ipotesi di questo genere. Il perché non è chiaro, visto il danno di immagine che egli ha subito a seguito della navigazione accidentata alla quale si è accinto.
 
Ma se la proposta di un Governo che tenesse conto dei dati che le elezioni avevano consegnato al Paese non fosse venuta da Romano Prodi, essa sarebbe dovuta venire dai DS e dalla Margherita, i quali avevano i numeri e la possibilità di imporre a Prodi questa soluzione, pur non avendo interesse diretto a sperimentare la guida del Governo che poteva avere Prodi. E invece da questi partiti non è venuto nulla. E tuttora non viene nulla, se non accenni a una futura libertà di alleanze destinati a alimentare i sospetti della parte più radicale della coalizione.
 
Richiesti del perché non abbiano seguito la strada, gli esponenti del centro-sinistra si rifugiano nell’obiezione sulle differenze fra il sistema elettorale tedesco e quello italiano: in Germania la socialdemocrazia non aveva affrontato la campagna elettorale con un patto con le componenti rosso-verdi alla sua sinistra. Ciascuno correva per sé e la formazione del Governo era rimessa agli accordi parlamentari. In Italia, una soluzione diversa da quella che si è sperimentata (con i risultati disastrosi che sono sotto gli occhi di tutti) avrebbe comportato la rottura di un patto pre-elettorale e dunque un tradimento degli elettori.
 
In realtà le cose non stanno così, perché è evidente a tutto l’elettorato italiano che i due cartelli si formano per effetto dei meccanismi della legge elettorale e uniscono forze differenti fra loro. Se la situazione emersa dalle urne impone una rottura del cartello elettorale, non si vede dove stia il tradimento. Anzi, larga parte dell’elettorato delle due coalizioni percepisce le difficoltà che derivano dalla legge elettorale e sente che le coalizioni forzate snaturano le idee e i valori che li spingono a votare per uno o l’altro partito. È questa insoddisfazione per il tradimento operato dal proprio partito a causa delle alleanze con partiti molto diversi che spiega la rapida perdita di consensi di cui le coalizioni fanno immediata esperienza non appena si formano i Governi.
 Ati a alimentare i sospetti della parte più radicale della coalizione.la, se non accenni a una futura libertà di alleanze desti
Il fatto è che forse ha pesato in molti esponenti dei DS e della Margherita una riserva mentale e cioè che fosse conveniente non opporsi al desiderio di Romano Prodi di tentare nonostante tutto l’avventura della formazione del Governo, riservandosi di sperimentare, quando questo esperimento fosse fallito, la soluzione tedesca. Le chiacchiere estive su possibili soluzioni alternative, politiche o istituzionali, sono una conferma di questa ipotesi.
 
Fu fatto osservare, da subito, che era del tutto illusorio coltivare questa strategia. I casi infatti erano due e due soli: se il Governo Prodi avesse avuto successo, non vi era ragione di percorrere una via subordinata. Se non lo avesse avuto, i sondaggi di opinione e i giudizi dell’elettorato si sarebbe volti in favore del centro-destra facendo venir meno ogni incentivo negli esponenti di questa parte politica a una soluzione di solidarietà nazionale.
 
Questo è avvenuto. Nei giorni scorsi Silvio Berlusconi, che a lungo aveva parlato di un’ipotesi di solidarietà nazionale, ha dichiarato che questa ipotesi non esiste più e che l’attesa caduta del Governo Prodi dovrà essere seguita dalla convocazione dei comizi elettorali. Con sondaggi di opinione che misurano giudizi negativi sul Governo pari al 67% del corpo elettorale, sarebbe sorprendente un atteggiamento diverso.
 
Oltretutto, il centro-destra sa che è molto improbabile che il Parlamento riesca a varare una nuova legge elettorale, che l’on. Mastella ha dichiarato che per evitare il referendum egli è deciso a provocare nuove elezioni e che infine, anche se questa minaccia non dovesse concretizzarsi, l’esito del referendum provocherebbe comunque lo scioglimento del Parlamento.
 
Perciò oggi, elezioni nel 2008 non appaiono impossibili. Per completare l’analisi delle forze che potrebbero preferire elezioni a breve scadenza, forse bisognerebbe includere fra loro l’on. Veltroni che, se fosse segretario da poco tempo del nuovo Partito, non potrebbe essere accusato di aver perso e fatto perdere le elezioni e potrebbe dedicarsi a preparare una piattaforma programmatica e politica per il turno elettorale successivo.
 
 
Può questo bipolarismo dare buoni risultati?
 
Il sistema inaugurato nel 1994 ha dato risultati negativi: governi divisi, forti poteri di ricatto delle diverse componenti delle coalizioni e nello stesso tempo una enorme difficoltà di promuovere eventuali modifiche e aggiustamenti in seno alle coalizioni – dunque insieme confusione e paralisi. L’esperienza copre ormai 13 anni e 4 legislature - 2 del centro-sinistra, 2 del centro-destra. La prova del cattivo funzionamento del sistema è nel fatto che in tutte le successive elezioni ha vinto l’opposizione.
 
Negli Stati Uniti o in Gran Bretagna il sistema bipolare tende a generare un’alternanza dopo un paio di legislature: evidentemente la prima prova di chi vince le elezioni è positiva e l’elettorato la gradisce, salvo maturare con il tempo il desiderio del cambiamento. Qui in Italia il tratto caratteristico è l’insoddisfazione degli elettori e la ricerca di soluzioni diverse, in tempi sempre più ravvicinati : come dice Dante (Purgatorio VI)
E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,
ma con dar volta suo dolore scherma.
 
C’è la possibilità che con il tempo il sistema funzioni meglio? C’è un giuoco delle luci e delle ombre che provoca l’illusione che le cose possano migliorare. Quando una coalizione va al Governo, le luci della ribalta mettono spietatamente in evidenza tutto quello che non va; la relativa penombra in cui opera l’opposizione fa apparire assai più compatibili fra loro le posizioni delle varie parti che la compongono.
 
Quando, dopo le elezioni, il giuoco riprende a ruoli invertiti, la luce investe l’ex opposizione e ne manifesta le rughe, mentre la penombra aiuta la maggioranza sconfitta a rifarsi il trucco. Ma i buoni propositi non reggono la prova del Governo e così Berlusconi ha dovuto rinunziare a un intervento incisivo sulla finanza pubblica, così come la sinistra ha rinunziato ad affrontare seriamente le pensioni e quant’altro.
 
 
Le prospettive
 
La soluzione più seria sarebbe quella di decidere una volta per tutte quale forma di Governo il Paese si vuole dare. Se vuole lasciare in vita le minoranze estreme, che altrimenti si sposterebbero in piazza, l’Italia dovrebbe andare a una forma di Governo parlamentare che consentisse di formare in Parlamento maggioranze più omogenee. Per farlo basterebbe adottare il vecchio sistema elettorale della prima repubblica con una soglia di sbarramento più elevata di quella di quei tempi o un sistema equivalente.
 
Se invece si vuole andare a un Governo presidenziale, allora bisognerebbe lasciare libere le Camere di esprimere, come negli Stati Uniti, i propri orientamenti, anche conflittuali con il Governo. Per farlo bisognerebbe riscrivere a fondo la Costituzione. Ma questa è una soluzione astratta per la quale non vi sono oggi le condizioni.
 
È invece inaccettabile, sbagliato sotto il profilo della democrazia e inutile sul piano della governabilità, insistere sull’idea del premio di maggioranza - cioè dell’elezione diretta del Capo del Governo e della maggioranza parlamentare che dovrebbe sostenerlo. Questo è il cancro dell’attuale situazione, prodotto dalla riforma elettorale del 1994 e mantenuto tal quale dalla riforma elettorale del 2006 del centro-destra e dal referendum attualmente in via di celebrazione.
 
Nel frattempo continua lo scivolamento progressivo verso il nulla del Paese: un’economia che cresce pochissimo, un bilancio pubblico che è una vera e propria palla al piede del sistema produttivo, una pubblica amministrazione che non funziona, un assalto dei partiti di governo alle strutture pubbliche che non ha precedenti nella pur lunga storia dell’occupazione del potere in Italia; l’irrilevanza e la condizione di marginalità in campo internazionale del mondo accademico italiano; l’impressione di un Paese non in grado di assicurare i servizi pubblici essenziali; la distruzione del patrimonio ambientale e così via.
 
Possiamo permetterci di non fare nulla e di lasciare che la ruota della fortuna porti al Governo una coalizione di centro-destra che ora sarà ancora più variegata, vista la rottura avvenuta in seno ad Alleanza Nazionale e la necessità di recuperare il voto di componenti estreme che finora erano state tenute ai margini? La risposta a questa domanda è negativa.
 
Ma non sono le forze del centro-destra che possono fare qualcosa seppure lo volessero. E, in ogni caso, come si è detto, esse ormai non lo vogliono più. Chi può ancora fare qualcosa è qualcuno che si trovi attualmente nella maggioranza, che veda con chiarezza questi problemi e non sia disposto a contribuire a questo inutile rigirarsi dell’Italia da un fianco all’altro nell’impossibile ricerca di un sollievo che, nelle condizioni attuali, non può venirle.
 
Una crisi di Governo che avvenisse presto, entro le prossime settimane, potrebbe sfociare in un Governo di tregua concentrato su due priorità: risanamento economico e riforma del sistema elettorale. Va detto con chiarezza, per onestà di analisi, che non è detto che questo sarebbe l’esito sicuro di una crisi di Governo. Ormai l’esito delle elezioni anticipate è un esito possibile. Non lo sarebbe stato all’inizio della legislatura; non lo sarebbe stato ancora qualche mese fa, quando il Governo cadde per un incidente di percorso; lo è assai di più oggi.
 
E tuttavia l’apertura di una situazione nuova potrebbe trovare in Berlusconi - al quale due esperienze di Governo, se capisco bene, hanno lasciato molta amarezza - un interlocutore più disponibile di quanto non appaia oggi. Naturalmente per larga parte del centro-sinistra, anche di quella consapevole delle cose che qui si sono scritte, tutte le soluzioni sono possibili tranne quelle che vedano coinvolta Forza Italia e Berlusconi in prima persona. Ma questa non è che un’ulteriore prova della mancanza di leadership politica di queste forze.
 
Qualcuno pensa forse che  per Aldo Moro e Ugo La Malfa da un lato, e per Enrico Berlinguer e Luciano Lama dall’altro, la soluzione dei Governi di solidarietà nazionale fosse una soluzione gradita e desiderata? Si trattava di una soluzione necessaria in rapporto a una analisi dei problemi del paese – un incontro fra forze in passato nemiche, destinate con ogni probabilità a scontrarsi nuovamente, ma la cui collaborazione sola poteva preservare il funzionamento del sistema. Nella parola alleanza c’è di per sé qualcosa di provvisorio che accenna a uno stato di necessità. Se non fosse così le forze si fonderebbero fra loro, dando vita a qualcosa di comune, come DS e Margherita stanno cercando di fare.
 
Dunque un’alleanza per fare. Essa troverebbe, fra l’altro, un importante elemento di coesione nell’attacco che le rivolgerebbero le forze rimaste escluse da questo accordo. Ma questa è la sola strada che l’Italia può imboccare per riprendere in mano una situazione che va sempre più rapidamente degradando. Il tempo però si è fatto strettissimo. Nel giro di qualche settimana, il profilo della legislatura non potrà più cambiare: potrà solo essere più o meno lunga l’agonia della legislatura e, con essa, l’agonia del centro-sinistra.
 
Anche per le forze che nel centro-destra sono disponibili a cooperare alla soluzione che si è cercato di delineare qui, il tempo si va facendo breve. Fra poco non vi sarà più spazio per la moderazione e il buon senso. Ci sarà solo la preparazione dello scontro elettorale e il tentativo - che pur bisognerà intraprendere - di dare al centro-destra, sicuro vincitore delle elezioni, un profilo migliore e più coeso del passato, tale da non fare rimpiangere il Governo Prodi e la sua composita coalizione.
 
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