
L’incertezza sul futuro complica la decisione di agire e la rende più rischiosa. Ma la incapacità di capire il contesto in cui agiamo aumenta l’incertezza e le sue inevitabili conseguenze rischiose. La
querelle tra Marchionne e sindacati si dilata ad altri soggetti, ma ancora non se ne chiariscono i termini e le possibili soluzioni. Dunque aumenta il rischio che le azioni dei due soggetti principali, l’impresa ed i lavoratori, possano farla degenerare piuttosto che ritrovare un equilibrio, in un ragionevole contratto reciproco. I contratti si fanno tra interessi diversi, mentre il successo del contratto genera un addendum di valore, che si può ridistribuire tra i contraenti. Entrambi vincono, o perdono, se il contratto non conduce alla creazione di valore ma solo alla paralisi reciproca. Il rischio delle scelte contrattuali deve essere bilanciato dalla fiducia reciproca, ed è proprio questo l’ingrediente che manca nella relazione, ancora aperta, tra sindacati e Fiat. Mancano fiducia e consapevolezza condivisa del dove ci troviamo. Non siamo negli anni novanta, e non si tratta di riproporre l’antinomia tra capitalismo renano, partecipato e socialdemocratico, e capitalismo americano, viziato da keynesiani bastardi e da liberisti improvvisati. Nel terzo millennio il mercato agisce al di sopra degli Stati, li attraversa. La mano invisibile di Smith è una metafora e non un automa governativo: non è Marchionne che guida un treno del quale non si può invertire la corsa. Marchionne dice solo che quel treno, l’industria dell’auto, deve attraversare paesi ed economie che abbiano binari adeguati alla velocità del treno stesso. Se i binari italiani non reggono quella velocità lui non passa per l’Italia: quel treno ospiterà tecnologie e capitali internazionali ma meno lavoratori italiani. Meglio vivere alle condizioni del mondo intero che morire consapevolmente. I binari italiani non funzionano più, insomma. Nel senso che
il nostro paese non può più
contenere le dimensioni della nostra economia nel perimetro nazionale e supportata dallo Stato, e dall’incremento del debito pubblico e delle importazioni, se consumiamo più di quanto produciamo. L’euro ci impedisce di svalutare la moneta. Chi vuole salire sui treni del mercato globale deve aumentare la produttività del lavoro o ridurre il costo del lavoro per unità di prodotto. Si tratta della medesima cosa vista da due lati. Sta di fatto che si deve creare valore nel rispetto dei prezzi internazionali: ridurre i costi ma migliorare comunque i prodotti. Se lavoratori ed imprese ci riescono c’è trippa per i gatti e parte la sfida per la sua ripartizione, altrimenti no. Mucchetti scrive (Corsera del 26 agosto) che se ci fosse un ministro dello sviluppo economico sarebbe più facile risolvere questi problemi. Dissento. Sarebbe come il ministro della produzione dello Stato socialista, descritto da Barone in un memorabile saggio su mercato e pianificazione. Quel ministro, se mai esistesse, potrebbe solo calcolare i prezzi come dimostrano i modelli neoclassici sull’equilibrio economico generale. O potrebbe fare pasticci neocorporativi da anni novanta, renani o americani che fossero. Oggi non servono Governi ma contratti: per arbitrare profitti e salari, come quote distributive del reddito, e garantire giustizia e sviluppo. Giustizia sociale, con salari adeguati alla produzione generata da lavoratori che apportano, al processo produttivo, conoscenza e capacità e non solo mera forza lavoro. Ma sotto il vincolo che i profitti rimangano comunque superiori agli interessi liquidati alle banche dalle imprese. Governi, Banche Centrali e debito gestito dalle banche sono l’altra faccia del problema per le imprese, la prima essendo la tensione tra produzione e ridistribuzione del reddito tra imprenditori, azionisti e lavoratori. In questo nuovo mondo, dove gli Stati nazionali non contengono i mercati ma sono attraversati dai mercati stessi, i partiti e la politica hanno il compito di tenere in ordine le relazioni istituzionali e produrre beni pubblici, come la fiducia. Sindacati ed imprenditori devono creare e gestire contratti adeguati al rischio ed alle dimensioni tecnologiche dei progetti produttivi che intendono perseguire. Istituzioni e contratti sono paralleli ma divisi in una mondo civilizzato. Mediazioni governative e politiche dei sussidi complicano e rendono torbide le acque contrattuali. Meglio che i sindacati rappresentino gli interessi di tutti gli operai piuttosto che le opinioni e le idee di singoli partiti, che sono tutte legittime ma servono poco alle ragioni della crescita. E diventano pericolose quando sono utilizzate in chiave strumentale.
Massimo Lo Cicero, 27 agosto 2010, Napoli
Pubblicato su Il Riformista di Domenica 29 agosto 2010