Due o tre cose sui Pacs all'italiana

di Giorgio La Malfa - 14/02/2007 - Politica interna

La mia impressione è che il Governo Prodi abbia agito con una buona dose di ipocrisia nella materia delle coppie di fatto. Da un lato infatti il Governo, mantenendo l'impegno ad approvare un proprio disegno di legge entro il 15 febbraio, sembra dare prova di autonomia rispetto alle posizioni delle gerarchie cattoliche. Anzi,  esso sembra quasi sfidare la Chiesa presentando un disegno di legge da questa aspramente contestato. Dall’altro lato, però, il Governo affida la questione a un Parlamento che è talmente diviso da lasciare  agevolmente prevedere che l'iter parlamentare sarà lungo e inconcludente.

Assai diversa sarebbe stata la situazione qualora il Governo avesse mantenuta la norma contenuta nella legge finanziaria, che implicava un riconoscimento per le coppie di fatto. La legge finanziaria, infatti, deve essere approvata necessariamente entro il 31 dicembre dell'anno e quindi a partire dall'inizio del 2007 l'Italia avrebbe avuto una legislazione che implicava il riconoscimento delle coppie di fatto. Invece, nella situazione attuale, la legge del Governo inizia un iter parlamentare che potrà durare molto tempo o addirittura non concludersi affatto.

Il Presidente del Consiglio potrà così in ogni caso sostenere di avere mostrato l'autonomia dell'esecutivo dal mondo cattolico, ma nello stesso tempo garantirà di fatto alle gerarchie ecclesiastiche il loro obiettivo di ottenere che l'Italia non adotti una legislazione sulle coppie di fatto. Ecco perchè ho parlato di furbizia. La vittima di questa ipocrisia è la componente laica del centro-sinistra che dopo avere accettato, per sbloccare l'iter governativo del provvedimento, una soluzione del tutto pasticciata ed insoddisfacente nel merito del problema, dovrà constatare che la legislazione italiana non è destinata nel brve periodo a vedere regolamentate in qualche modo le condizioni delle coppie di fatto.

Quanto alla formulazione del testo, la soluzione adottata nel disegno di legge del Governo, non prevedendo una dichiarazione congiunta della coppia che vuole il riconoscimento, contiene una buona dose di ambiguità sulla natura dei diritti ai quali le dichiarazioni 'contestuali' darebbero origine. Si tratta dunque di una proposta di legge insufficente e ambigua. Ma questo non implica, né può implicare da parte delle componenti che siano in linea di principio favorevoli al riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto omosessuali o eterosessuali, che esse possano giungere a dare un voto negativo sul provvedimento.

Per una forza politica di ispirazione laica e favorevole a una legislazione permissiva nel campo delle unioni diverse dal matrimonio, la condotta parlamentare non può che essere dettata dal giudizio che, per quanto pasticciata ed equivoca, la legislazione proposta dal Governo, se introdotta nell'ordinamento italiano, costituirebbe un passo avanti. Dunque è mia intenzione votare sì al provvedimento del Governo, pur riservandomi la facoltà di votare a favore di emendamenti migliorativi del testo.Così come è mia intenzione sostenere la modifica della norma che prevede la concessione automatica del diritto di soggiorno al cittadino extracomunitario che dichiari di essere parte di una coppia di fatto.

Questa norma è certamente destinata a provocare non la regolarizzazione di posizioni di convivenza che non possono o non vogliono sfociare nel matrimonio, bensì un comodo strumento per aggirare le limitazioni all'immigrazione extracomunitaria di cui il paese si è dotato. Dunque, voto favorevole alla legge - pur nella critica al modo di procedere, a molte delle formulazioni del testo, ad alcuni specifici aspetti negativi di esso.

Infrine una parola sul significato delle prese di posizione delle gerarchie cattoliche. Io non condivido le polemiche  che alcune parti del mondo politico indirizzano alla Chiesa circa le sue presunte interferenze nelle decisioni dello Stato. La Chiesa ha il diritto di parlare di ciò che crede e di sollecitare una legislazione che essa consideri coerente con la sua visione etico-religiosa. È lo Stato laico che deve procedere senza
accettare questi punti di vista qualora esso ritenga di dover assicurare una più ampia cornice di libertà ai suoi cittadini, che essi siano cattolici o meno. E i legislatori cattolici debbono farsi carico di questa stessa distinzione.

Se essi non riconoscessero che la legislazione nazionale deve consentire scelte di libertà a tutti i cittadini
indipendentemente dalle loro concezioni religiose, essi piegherebbero lo Stato che deve garantire tutti a uno stato confessionale che garantirebbe solo le idee e i principi degli aderenti a una specifica religione.

Ma le prese di posizione così forti ed aspre della Chiesa Cattolica fanno sorgere un interrogativo circa la loro origine, Sono esse il segno di una "prepotenza"?, di una pretesa di dettare le coindizioni della legislazione dello Stato? O sono piuttosto, come io penso, il segno di una preoccupazione - anzi di un vero e proprio allarme - per una tendenza inarrestabile del mondo moderno ad allontanarsi dalla religione e a scegliere una visione del mondo e una morale sostanzialmente laiche?

Io penso da molti anni che questa sia l'origine delle prese di posizione che da Giovanni Paolo secondo in avanti la Chiesa cattolica manifesta con sempre maggiore frequenza. La Chiesa sente che la società agraria dei tempi passati è finita e che l'urbanesimo, la ricchezza, i nuovi mezzi di comunicazione, i mass media moderni concorrono tutti ad allontanare la gente dalla religione e chiede un impossibile aiuto alla legislazione. Impossibile perché lo Stato non può dare questo aiuto e perché comunque la società contemporanea non vi si conformerebbe in alcun caso.

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