Pareggio del bilancio? Sulla spesa corrente

di Giorgio La Malfa - 02/12/2011 - Politica interna
Pareggio del bilancio? Sulla spesa corrente

- Il Sole 24 Ore 2 dicembre 2011 -

 

Il 30 novembre la Camera dei Deputati ha dato il primo voto favorevole alla norma che modifica l’art. 81 della Costituzione ed introduce l’obbligo del pareggio di  bilancio. E’ una decisione conforme a una richiesta del Consiglio Europeo del marzo scorso; per questa ragione tutti i gruppi, compresa la Lega, hanno votato a favore. Come ho già scritto qualche mese fa sul Sole 24 Ore,  sono fermamente contrario a questa impostazione.

Ritengo sia sbagliata e  destinata a creare maggiori problemi, sia che venga applicata rigidamente, sia che, dopo averla adottata, i Governi la evadano e la aggirino. Ho spiegato in Aula le ragioni della mia contrarietà e vorrei qui riassumerle, perché non si pensi, dimenticando la mia storia personale,  che io sia diventato un fautore della finanza allegra.

Sono pienamente convinto della necessità di una rigida disciplina delle scelte di bilancio. Ma la formula scelta dall’Europa, e da noi troppo supinamente accolta, è sbagliata. Il vincolo del pareggio va posto sulla spesa corrente. E’ giusto vietare che non si possa ipotecare il futuro contraendo debiti per pagare le spese correnti delle pubbliche amministrazioni. Ma questo divieto non può valere, e non deve valere in linea generale, per le spese di investimento.

Esse servono a  migliorare la produttività futura di un sistema economico: le strade, le scuole, le rete di comunicazione e così via. Stabilire che tali spese di investimento si possano programmare solo se le entrate fiscali superano le spese correnti, significa praticamente condannare gli investimenti all’estinzione. Quale Governo o quale Parlamento vorrà annunciare che, oltre alle imposte per pagare le spese correnti, bisognerà pagarne altre anche per gli investimenti?

Si obietta che, se il vincolo è posto solo sulle spese correnti, i Parlamenti e i Governi chiameranno investimenti le spese correnti e procederanno come hanno fatto finora. Rispondo che oggi la Commissione Europea legge con molta attenzione i bilanci e nulla impedisce di stabilire che l’Europa possa imporre sanzioni sulla falsificazione dei bilanci (questo, tra l’altro, impedirebbe casi come quello della Grecia).

Oppure si potrebbe stabilire – e a me parrebbe opportuno – che possano essere escluse dal vincolo del pareggio soltanto le spese di investimento certificate come tali dalla Commissione Europea. Insomma, i “veri” investimenti vanno tutelati dai colpi di scure che vengono inferti, come è giusto che sia, sulla spesa pubblica. Altrimenti, essi saranno i primi a cadere.

Il Governo e il Parlamento hanno dovuto fingere di non ascoltare queste considerazioni che sono dettate dal buon senso. E per questo hanno scritto una norma piuttosto lasca. Essa non impone il pareggio del bilancio, bensì “l’equilibrio” fra le entrate e le spese, che è un concetto con molti margini di ambiguità, ed hanno detto che tale equilibrio deve tener conto “delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.”

Così fanno ingresso nella Costituzione delle complicate alchimie statistiche che potranno generare molte controversie. Anche la Germania e gli altri paesi stanno riscrivendo la Costituzione intingendo la penna nell’inchiostro dell’ipocrisia. Si pensa, forse, che la Germania avrebbe rinunciato a spendere ciò che ha speso per la riunificazione della patria tedesca se vi fosse stata una norma che la obbligava al pareggio del bilancio?

E’ meglio una norma apparentemente rigidissima e sovente violata o una norma ragionevole di cui si possa verificare l’esatta applicazione? Non vi dovrebbero essere dei dubbi. L’Italia, con il suo debito pubblico, non può sottrarsi alle richieste dell’Europa. Ma l’Europa dovrebbe evitare di imboccare strade sbagliate.

 

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