Il partito mancante

di Giorgio La Malfa - 18/01/2010 - Politica interna
Il partito mancante
La riflessione di Ferdinando Adornato ha il pregio di mettere come premessa al nostro dibattito politico di oggi un materiale ricco di riferimenti storici e culturali. La tesi di fondo di Adornato è che molte delle difficoltà politiche dell’Italia di oggi sono conseguenza di una contraddizione di fondo che risale al momento della formazione dello Stato unitario nel Risorgimento. Dice Adornato che la nazione italiana esisteva da secoli, pur nella molteplicità delle forme politiche della penisola, ma che il Risorgimento nel far nascere lo Stato italiano fece scomparire l’idea e il sentimento di nazione. E’ una tesi suggestiva, che coglie un problema effettivo – l’esclusione di una parte del Paese, egli pensa ovviamente ai cattolici dalla costruzione dello Stato – ma essa ha tuttavia un limite. Adornato nella sua relazione non si sofferma sul problema del fascismo, sul ruolo che esso ha avuto nella mancata unione italiana di Stato e nazione. Perché, se è vero che all’atto della creazione dello Stato unitario, una parte del Paese si sentì estranea, nei decenni successivi, nei decenni successivi la frattura si stava sanando. La divisione tra laici e cattolici, considerata tra le prime cause del mancato processo di unione, infatti, si stava risolvendo: i cattolici che non partecipano alla vita parlamentare prima dell’inizio del secolo, decidono poi di entrare in Parlamento, così i repubblicani, pur dividendosi sulla pregiudiziale monarchica, e anche i socialisti di Bissolati. Le grandi forze estranee al Risorgimento si preparano a partecipare alla vita parlamentare aiutati anche dalla legge elettorale.

Che cosa ha fermato questo processo? Il trauma della grande guerra che rovescia un peso difficile a portarsi sulle spalle del ‘giovane’ stato unitario e poi il fascismo che deve essere considerato in larga parte come una conseguenza del trauma della guerra. Grave responsabilità del fascismo è stata rendere impresentabile per 50 anni dopo la sua caduta la parola «patriottismo». Nessuno di noi - neppure i mazziniani - osavano nel dopoguerra pronunciare la parola patria, io stesso esitavo a usarla. Se gli inglesi e gli americani sostengono il principio my country right or wrong, ciò vuol dire che, anche se i governi possono sbagliare, il paese viene difeso, il sentimento di nazione c’è, così come il diritto a giudicare - right or wrong. Questo principio in Italia non c’è, non l’abbiamo potuto usare perché la parola «Italia» è stata danneggiata da quel ventennio di nazionalismo inutile. Dobbiamo ragionare su questi aspetti per riconoscere che nel dopoguerra si è cercato di ricostruire, attraverso la Costituzione, un sentimento di unità.

Detto questo per completare l’analisi storica, vi è da dire che l’osservazione di Adornato sulla scissione fra Stato e nazione nella società italiana di oggi coglie nel segno. E’ uno dei problemi di fondo del paese. E’ forse la questione centrale sulla quale riflettere ed impegnarsi. A questo proposito si pone una domanda precisa: da dove si deve partire per ricostruire l’unità fra lo Stato e la nazione? Ci sono due vie: una è la via istituzionale, l’altra è la via politica.

Sono molti anni che si percorre la via istituzionale e le conseguenze le abbiamo sotto i nostri occhi. Abbiamo fatto decine di riforme politiche, anche una riforma presidenzialista (fatta attraverso la legge elettorale), col risultato che viviamo in un regime presidenziale privo dei contrappesi necessari ai regimi presidenziali, come quello americano. Non abbiamo una Camera e un Senato autonomi, ma un sistema in cui il presidente del Consiglio ha poteri formidabili, capaci di eliminare il Parlamento inteso come entità autonoma e dialettica, indispensabile a un regime presidenziale. La via istituzionale l’abbiamo percorsa integralmente ad abundantiam ma il Paese non è più felice e, soprattutto, non è affatto più governato. Altrimenti non avremmo, dal punto di vista economico, i risultati catastrofici che abbiamo da quindici anni a questa parte: sono i quindici anni di questo sistema istituzionale.

Allora dobbiamo seguire la via politica. La Prima Repubblica ha visto l’esaurimento dei partiti che la connotarono: la caduta del Partito comunista nell’89 si è riflessa anche nella crisi della Democrazia cristiana e dei partiti laici. Su questo tessuto già indebolito si è rovesciata l’inchiesta di «Mani pulite» che ha inferto il colpo di grazia ai partiti. L’illusione coltivata in molti ambienti è stata quella di affermare (o di ritenere) che la causa dei difetti della Prima Repubblica fosse l’esistenza dei partiti e del sistema elettorale proporzionale che lo accompagnava. Sono nate così le leggi maggioritarie, la designazione diretta dei capi dell’esecutivo e così via. Ci si sta accorgendo che tutto questo non basta e che le cose funzionano altrettanto male, se non peggio.

In realtà la crisi del sistema dei partiti ha creato un vuoto. Bisogna perciò ripartire dalla ricostruzione del tessuto politico del Paese. In questo senso ho salutato come un fatto positivo l’elezione di Pier Luigi Bersani. Egli infatti ha esposto il chiaro proposito di collocare il suo partito - che è un partito importante - in una tradizione europea, nell’Internazionale socialista e nel Partito socialista europeo. Questo inizia a essere un punto di riferimento, perché quello che è mancato all’Italia nel corso di questi anni è il riferimento all’Europa e ai movimenti politici europei, dove troviamo democristiani, socialisti, liberali, verdi, insomma tutto quello che non c’è più nella vita politica italiana. Se Bersani colloca il suo partito nell’ambito del Partito socialista europeo, mette un tassello nella ricostruzione politica del nostro Paese. Un altro l’aveva già messo Pier Ferdinando Casini, collocando l’Udc nel Partito popolare europeo. In Europa, in Germania, in Spagna, in Olanda, in Belgio ci sono partiti di ispirazione cristiana che insieme rappresentano poco meno della metà dell’elettorato europeo. L’Italia non può non avere un riferimento analogo. La rischiosa conseguenza della nostra scelta istituzionale in questi ultimi vent’anni è che siamo partiti per superare i limiti della vita italiana, ma invece di avvicinarci alla vita europea abbiamo preso la nave e abbiamo attraversato l’Atlantico.

Mio padre diceva talvolta che l’Italia del centrosinistra partiva per fare le riforme della Svezia e finiva per approdare in America latina. Nel caso della riforma presidenziale è proprio così: l’Italia è partita per gli Stati uniti ed è finita in America Latina. Il presidenzialismo italiano assomiglia molto più al presidenzialismo dell’Uruguay o del Paraguay di quanto non assomigli al presidenzialismo degli Stati Uniti, che parte dal principio della limitazione dei poteri del governo. Il costituzionalismo americano si fonda sull’idea di limitare la forza dei governi, non di rafforzarla rispetto alla loro debolezza. Ma in questo panorama italiano manca una componente minoritaria che in Europa c’è e che è composta dal Partito liberale tedesco, dal Partito liberale inglese, dal Partito liberale olandese, dal Partito repubblicano italiano. Forze che combinandosi con i socialisti e con i democristiani hanno dato al nostro Paese cinquant’anni di sviluppo. Occorre perciò ricostruire anche questa terza parte. E se il nuovo partito di Rutelli va in questa direzione, è un passaggio positivo. La ragione per cui mi sono riappropriato della mia autonomia rispetto alla maggioranza di Berlusconi e mi sono rimesso in cammino, è proprio per ricostruire questa terza componente che in Europa c’è e non può non esistere anche in Italia.

L’articolo 49 della nostra Costituzione riguarda la funzione dei partiti politici. Un giovane studente di un’università americana - tra quelli che si occupano di politica che sono una minoranza - si identifica con i repubblicani o con i democratici, ha chiaro che cosa vuol dire essere repubblicano o essere democratico. Così in Inghilterra si sa con certezza cosa vuol dire essere socialista, conservatore o liberale. È solo in questo Paese che ciò si è perso e lo si deve ricostruire. Con un’idea. Si può obiettare: Berlusconi segna il superamento di tutto questo. Considerando che comunque il suo cammino è alla fine, e finirà con l’esaurirsi di quella che Berlinguer una volta chiamò, riferendosi alla rivoluzione socialista del ’17, la «spinta propulsiva», bisogna riconoscere che il fallimento di Berlusconi è duplice. Primo: non aver dato un assetto istituzionale che abbia un senso al Paese. Dopo molti anni di governo manca un assetto istituzionale, assistiamo a una specie di corsa continua nel riscrivere e cancellare le leggi. Secondo: il fallimento della politica economica. Quello che concluderà l’esperimento di Berlusconi si gioca nel rapporto tra Berlusconi e Tremonti. Se si va nella direzione di una politica di sviluppo, ha perso Tremonti, e l’Europa probabilmente ci condannerà; se invece la direzione è quella di una politica di severità, ha perso Berlusconi. Nel caso in cui si scegliesse una via di mezzo, con gli emendamenti della Finanziaria (invece di apportare 40 miliardi di taglio dell’Irap ci si limita a 4 o 2), diventano ridicoli entrambi, perché in questo caso avrebbe ceduto Tremonti sul principio e Berlusconi sulla quantità.

È possibile risanare questa politica? Non più, bisogna ricominciare da capo e affrontare il problema della riscrittura delle leggi. Ho letto di recente un bellissimo articolo dell’economista della Bocconi Roberto Perotti, che spiegava come la Danimarca e la Svezia, alle prese con la spesa pubblica negli anni Ottanta, abbiano ridotto del 10 per cento l’incidenza della spesa corrente sul Pil, senza per questo finire alla fame. Hanno avuto una ripresa formidabile dello sviluppo, riorganizzando nello stesso tempo la sanità, la previdenza, la macchina dello Stato. Bisogna preparare un problema di questo genere che sia posto a base del prossimo governo. E’ un compito molto importante sul quale bisogna cominciare a lavorare e sono convinto che ci siano le condizioni per fare insieme qualcosa di utile per il Paese. C’è un’urgenza, però, e su questo forse il mio giudizio è diverso da quello di altri amici che si collocano in questa area.

Il problema è che il quadro politico e istituzionale europeo, che ovviamente da europeisti non possiamo che considerare come un passo avanti importante, contiene anche un elemento di pericolosità per l’Italia. Esso infatti, specialmente con l’entrata in vigore del trattato di Lisbona,  nel dar corpo all’idea di un’Europa unita con un ministro degli Esteri europeo, una politica militare europea e così via, consente di considerare fattibile la dissoluzione degli Stati che fanno parte dell’Unione. In un quadro europeo diventa così possibile sostenere che è inutile tenere oggi insieme l’Italia, giustificando così un radicale federalismo tra Nord e Sud in nome del quale ciascuno possa gestire come vuole questioni finanziarie, d’immigrazione e tutto il resto e nascondendoci dietro al fatto che tanto siamo tutti europei, che le grandi decisioni di quadro - di politica economica, di politica internazionale - le prende l’Europa. Una consolidata unità europea può quindi essere la cornice per un’Europa fatta di piccoli Stati o di regioni che si dichiarano Stati. Ricordiamoci come si è sfasciata la Cecoslovacchia e come potrebbe sfasciarsi il Belgio nel sostenere di essere europeo nelle grandi scelte, salvo poi scegliere il vallone nell’insegnamento della lingua nelle scuole. Affrontare il problema della Lega, il pericolo costituito da questo modo superficiale di risolvere i problemi con l’identità regionale, locale, è una delle questioni per me più urgenti.

È possibile che dentro il centrodestra non ci sia nessun uomo di pensiero? Martino, Urbani, Pera, Pisanu… ce ne sono molti di uomini di pensiero. È possibile che essi possano continuare a vivere dentro la retorica, le chiacchiere, senza che i problemi sostanziali del nostro Paese vengano risolti? La ricostruzione di un’Italia unita come nazione e come Stato all’interno dell’Europa è un problema aperto: o noi sappiamo affrontarlo con forza tutti insieme oppure i rischi sono davanti a noi e non alle nostre spalle.

Relazione tenuta al convegno "Di cosa parliamo quando diciamo Italia" organizzato dalla Fondazione Liberal a Roma il 30 e 31 ottobre scorsi.
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