Ha ragione Pomicino, "vincolo esterno" si scrive solo in italiano

di Giorgio La Malfa - 13/05/2010 - Politica interna
Ha ragione Pomicino, "vincolo esterno" si scrive solo in italiano

È esatto il ricordo di Cirino Pomicino. Il "vincolo esterno” di cui parla Di Vico nel suo editoriale di ieri fu invocato da Guido Carli al tempo del Tratttao di Maastricht. In un libro di due studiosi inglesi (K. Dyson e K. Featherstone, The Road to Maastricht, 1999), nel quale si ricostruiscono le posizioni dei principali paesi nel corso del negoziato che ha portato Maastricht, si indica nel “vincolo esterno” - che nel testo è scritto in italiano - l’argomento fondamentale sviluppato dalla delegazione italiana, e si esprime anzi una certa sorpresa per il fatto che la Comunità italiana tendesse ad accettare questo argomento che avrebbe, in molti dei paesi europei, sollevato una reazione ostile contro la Comunità Europea.

Ma l’importanza del vincolo europeo non nasce soltanto con Maastricht. Considerazioni analoghe si svilupparono nel 1978, quando l’Italia dovette decidere se aderire al Sistema Monetario Europeo fin dal suo inizio o se fosse preferibile rinviare almeno di qualche mese l’adesione. In quel dibattito mio padre sostenne con forza che solo vincolando l’Italia ad impegni europei si sarebbe potuto imboccare la strada del risanamento della finanza pubblica.

In quella circostanza la Banca d’Italia, che era guidata da Paolo Baffi, espresse la preoccupazione che, qualora il Governo avesse deciso per la partecipazione ma a questa decisione non fossero seguiti atti coerenti di risanamento finanziario, le riserve valutarie del Paese sarebbero state messe in pericolo.

In quella occasione ebbero ragione quelli che sostenevano la necessita’ di entrare nello SME, perché vennero adottate delle misure di risanamento finanziario. Ma dopo qualche anno la situazione sfuggi di mano nuovamente, perche evidentemente l’Italia è capace di sforzi straordinari motivati da condizioni straordinarie, ma finora almeno non mostra una capcità di seguire in via normale delle politiche coerenti con la nostra partecipazione agli impegni internazionali.

La stessa cosa si può dire della nostra adesione all’euro. Nel 1996, io sostenni con decisione (contro le iniziali incertezze del Governo Prodi) la necessità di fare il necessario per prendere parte fin dall’inizio alla Terza Fase dell’Unione Monetaria, prevista per il 1 gennaio 1999. Ero convinto infatti che solo un forte vincolo di carattere internazionale ci avrebbe costretto a fare il necessario.

E’ vero, come scrive Pomicino, che quel il rientro del deficit entro il parametro del 3% previsto nel Trattato fu possibile perché I tassi di interesse scesero fortemente, ma è altresì vero che se non vi fosse stato quell’impegno, I tassi sui titoli italiani avrebbero probabilmente dovuto pagare un premio piu’ elevato rispetto ai tassi tedeschi e questo avrebbe portato il deficit oltre il 3%.

l problema italiano non sta nel dover ricorrere all’argomento del vincolo esterno per persuadere le forze politiche, le forze sociali e in genere la pubblica opinione ad affrontare i sacrifici necessari. I problemi sono piuttosto altri due. Il primo è che normalmente lo sforzo si spegne dopo poco e, comunque, non appena è in vista il traguardo. Il secondo è che non si riesce a concepire una vera politica di sviluppo.

Questo è il vero drmma della politica italiana. Tutte le forze politiche e sociali parlano di sviluppo, ma nessuna sembra avere una ricetta per generarlo. Si veda il fallimento assoluto del Governo Berlusconi su questo aspetto: un Governo votato dai cittadini per le sue promesse di rilanciare lo sviluppo ha come unico titolo di merito nel campo della politica economica la politica della lesina - seppure relativa - adottata dal Ministro dell’Economia. Ma lo stesso giudizio negativo vale per il quinquennio nel quale il centro sinistra ebbe, fra il 1996 e il 2001, la guida del Paese.

In questo senso, si comprende la frustrazione di quanti dicono, come scrive Pomicino, che il cammino per Maastricht ha provocato il rallentamento anzi la paralisi della crescita italiana. Questa osservazione è in sé esatta, ma essa non indica che rinuziando al rigore si sarebbe generato un maggiore sviluppo. Perchè cosi non sarebbe stato e non sarebbe. Ciò che si può dire è che l’Italia avrebbe bidogno di formulare un programmma che veda innescarsi su una politica di rigore una politica di sviluppo.

Io penso da molti anni che il solo modo di comporre questa politica è prevedere una forte riduzione della pressione fiscale. Essa a sua volta richiede, dato il debito pubblicio del Paese, una completa riorganizzazione della spesa pubblica corrente che consenta di ridurre la sua incidenza (che è tuttora crescente) liberando risorse utili a ridurre le imposte. Solo un Governo di legislatura, che proponga con chiarezza ai cittadini questo programma e poi lo esegua, puo’ sottrarre l’Italia al cicolo vizioso nel quale è già da molto tempo e che oggi rischia di aggravarsi ulteriormente con le modifiche al Patto di Stabilità che l’Europa pensa di introdurre.

da il blog di Dario Di Vico del Corriere della Sera   
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