Le regole del mercato - in risposta a Eric Hobsbawn

di Paolo Savona - 29/10/2007 - Politica interna

I PAESI che non hanno ancora scelto il mercato competitivo come principale strumento di sviluppo e base indispensabile per soddisfare ogni legittima richiesta di un migliore benessere individuale e sociale avranno frecce al loro arco seguendo l’idea di Eric Hobsbawn che la globalizzazione uccide le democrazie. In estrema sintesi, la tesi avanzata è che la situazione che si va delineando a causa dell’azione del mercato globale toglie sovranità al popolo, e quindi potere agli Stati nazione, inducendo i cittadini a disinteressarsi di politica e minando alla radice le democrazie.

Questa interpretazione viene presentata farcita di tante considerazioni che singolarmente prese possono anche riflettere contenuti realmente operanti nel Pianeta, ma l’idea di fondo è che il problema stia nel diffondersi della concezione politica del laissez-faire, in cui lo Stato abdica alle sue funzioni, le passa al privato sotto forma di gestione dei servizi pubblici (outsourcing) e privatizzazioni, assorbe al suo interno la logica di impresa e finisce con il contare poco o nulla e, di riflesso, il popolo non è più sovrano.

Nella tesi vi sono due grandi confusioni. La prima riguarda la mancata distinzione tra capitalismo e mercato; la seconda quella tra interessi e problemi nazionali e interessi e problemi planetari. Il capitalismo è una forma di organizzazione sociale in cui l’accumulazione di ricchezza è al vertice dei valori sociali; solo a esso si applica il concetto di una politica di laissez-faire. Che Hobsbawn sia contrario al capitalismo non è una novità, ma non lo è neanche per un liberale e la differenza sta nel rifiuto a identificarlo con il mercato competitivo. Il mercato è una creatura dell’uomo in società, non uno stato di natura, e lo sviluppo della gran parte del Pianeta, Italia compresa, dipende dagli scambi mondiali reali e finanziari realizzati sul mercato. Va riconosciuto che il mercato globale non è ben governato, ma non è certo regolando meglio i mercati nazionali, ossia sottoponendoli alla volontà popolare che il problema si risolve. Questo compito va svolto dalle autorità sovranazionali, come il Wto con sede a Ginevra, nel cui ambito gli Stati nazione possono dire la loro. Occorre far partecipare a queste scelte i popoli del Pianeta, non il popolo di un solo Paese. In breve, occorre una nuova concezione di democrazia globale, non tentare di recuperare quella piuttosto angusta di democrazia nazionale.

Per quanto riguarda le possibilità di tutelare gli interessi a livello di Stati nazione, la Federazione mondiale degli scienziati ha indicato l’esistenza di ben 63 emergenze planetarie dalle sanitarie, alle belliche fino alle monetarie-finanziarie, solo per ricordarne alcune alle quali si può porre rimedio solo inducendo i Paesi a collaborare, rinunciando agli egoismi nazionali, ossia alla propria sovranità nell’interesse più generale con ricadute positive sull’interesse nazionale. Nessuno Stato nazione, neanche il più potente, può risolvere le tantissime emergenze planetarie.

Il problema non è quindi il mercato globale in se stesso, ma le regole del gioco che in esso debbono essere rispettate e per stabilirle occorre un grande sforzo di democrazia globale. Su un punto si può essere d’accordo con Hobsbawn, se ammette la distinzione: il capitalismo, come insegna un liberale come Ralf Dahrendorf, va combattuto come tutti i regimi che terminano con “ismo”. Questo giornale ha il merito d’aver sempre denunciato l’assenza di regole comuni planetarie per la tutela di un livello minimo di diritti civili, inclusa la rete di welfare, e ha insistentemente richiesto la parificazione dei regimi di cambio tra monete per tutti i partecipanti agli scambi. Se tornassimo indietro sulla strada della convivenza globale per puntare alla convivenza nazionale staremmo tutti peggio e, rimeditando “Il secolo breve, 1914-1991” ossia la descrizione di Hobsbawn delle vicende del XX secolo non vediamo alcun motivo per rafforzare gli Stati attuali in nome della democrazia, semmai fosse possibile farlo. La soluzione è procedere verso forme di democrazia globale.


da Il Messaggero 29 ottobre 2007

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