La terapia è parlamentare

di Giorgio La Malfa - 01/03/2007 - Politica interna
La terapia è parlamentare
A partire dal ’94, con la legge Mattarella prima e successivamente con la legge Calderoli del 2005, l’Italia ha posto in essere e sperimentato una forma di governo ibrida che riunisce aspetti del sistema parlamentare e del sistema presidenziale. Infatti il Presidente della Repubblica mantiene molte delle funzioni previste dalla Costituzione, che è una Costituzione parlamentare, ma poiché nelle elezioni il voto si rivolge alle coalizioni e queste sono collegate al nome di un possibile Presidente del Consiglio, il Presidente della Repubblica è vincolato nelle sue scelte dall’esito delle elezioni. E così anche il Parlamento, salvo situazioni di emergenza destinate ad alimentare ogni genere di polemiche.
 
Questo assetto oggi riceve più critiche che sostegni. Di esse si è fatto interprete Romano Prodi che ha rilanciato, con il suo discorso di ieri al Senato,  il dibattito sulla riforma del sistema elettorale. Il punto però è che la scelta di un sistema elettorale non può essere fatta in astratto ma deve essere collegata a un assetto del sistema di Governo. In sostanza nel predisporre una riforma del sistema elettorale corrente bisogna decidere se vada sviluppato e perfezionato l’aspetto, per così dire, presidenziale o se invece la correzione debba muovere nella direzione di restituire al Parlamento ed al Presidente della Repubblica la responsabilità della formazione dei Governi.
 
Per rispondere a questo interrogativo bisogna stabilire qual è la natura delle difficoltà  emerse in questi anni e come affrontarle. Nella cosiddetta prima Repubblica, il problema da affrontare era certamente l’instabilità – i 50 governi in 50 anni di cui spesso si parla. La scelta da parte dei cittadini, come ha detto ieri Prodi, di un programma, di una coalizione e di un premier certamente previene largamente quel tipo di instabilità. Se il problema oggi fosse questo, bisognerebbe muovere verso il perfezionamento del sistema bipolare e se possibile favorire una aggregazione del voto attorno a due schieramenti politici fra loro alternativi. In questi anni, tuttavia, il problema della governabilità ha natura diversa da quello della Prima Repubblica. Il problema non è l’instabilità, è la contraddittorietà delle coalizioni. Ed è questo che mina la governabilità del paese.
 
Se questo è il  problema, la cura non risiede in una legge elettorale di un tipo o di un altro. Esso nasce dall’idea che siano i cittadini con il voto a scegliere premier e coalizione. E poiché per vincere le elezioni i candidati premier dovranno inevitabilmente allargare all’estremo i confini della coalizione, una volta vinte l’elezioni su quella base, non  si può pretendere da chi ha mobilitato elettori estremisti fortemente caratterizzati politicamente e ideologicamente di dimenticare gli impegni con gli elettori e sostenere in Parlamento e nel Governo quello che non ha sostenuto in campagna elettorale.
 
Se la buona governabilità del paese richiede coalizioni omogenee, allora il verdetto non può uscire dalle urne: bisogna restituire al Parlamento il compito di formare le coalizioni e scegliere il premier. Il sistema tedesco con i due codicilli  indispensabili - una soglia di sbarramento elevata e la mozione costruttiva di sfiducia – muove in questa direzione.
 
Personalmente ritengo che questa dovrebbe essere la scelta, non quella del sistema presidenziale che in questi anni ha funzionato piuttosto male. Naturalmente è anche possibile una scelta opposta: quella di muovere ulteriormente nella direzione di un sistema presidenziale. E tuttavia bisogna sapere che un sistema presidenziale pone dei problemi costituzionali e politici che non possono essere ignorati. Se esso non prevede un collegamento fra l’esito del voto per il premier e il risultato parlamentare, può facilmente avvenire che il premier non disponga di una maggioranza in Parlamento – come avviene oggi al Senato e come avviene spesso negli Stati Uniti o in Francia. Se invece si vuole assicurare, attraverso i premi di maggioranza, al premier eletto anche una maggioranza confortevole nelle Camere, questa scelta sostanzialmente distrugge l’autonomia del legislativo e pone delicati problemi di equilibrio politico costituzionale, cioè problemi di libertà.
 
giorgio.lamalfa@fulm.org
 
da Il Sole 24 Ore
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