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giovedì 21 agosto 2008

Testo del relatore Giorgio La Malfa in apertura della discussione generale sul disegno di legge di ratifica del trattato di Lisbona - Seconda parte

2. Contenuti principali del Trattato o dei due trattati in cui si articolerà la vita dell’UE

Il Trattato di Roma, cioè il Trattato Costituzionale, incorporava nel nuovo testo tutto il sistema giuridico comunitario, il vecchio e il nuovo. Nel Trattato di Lisbona si è scelto di procedere per emendamenti dei testi esistenti, con una novità importante che, secondo me, sarà significativa nel futuro dell’Europa: si è deciso di riunire tutta la materia europea in due diversi trattati. Al primo è stato dato il nome di Trattato dell’Unione Europea (TUE). Esso contiene i principi fondamentali che ispirano l’Unione Europea e le regole del funzionamento delle istituzioni; in buona sostanza il TUE rappresenta (senza dirlo) la Costituzione europea. Essa ha una struttura simile a quella della Costituzione italiana con la prima parte che riguarda i diritti e la seconda che concerne invece il funzionamento delle istituzioni. Il secondo è il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) che riunisce in un solo corpus giuridico la materia riguardante le politiche dell’Unione Europea.
In sé il trattato di Lisbona, di cui oggi dobbiamo autorizzare la ratifica, è composto di 7 articoli. Il primo contiene le modifiche ai trattati esistenti che danno luogo, una volta integrate, al TUE - Trattato dell’Unione Europea. L’articolo 2, a sua volta, contiene le modifiche a tutto il resto dei trattati europei che messi insieme costituiscono il TFUE - Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. Gli articoli successivi contegono le norme transitorie e finali che servono a mettere in funzione i due trattati.

A mio giudizio, per effetto di questa impostazione, il Trattato di Lisbona opera un’importante chiarificazione della complicata struttura della legislazione europea, cresciuta progressivamente nell’arco di ben 50 anni. E’ un miglioramento concettuale rispetto al Trattato di Roma che metteva insieme, sotto il nome di Costituzione, un insieme di norme che avevano in parte un carattere fondamentale e che dunque potevano ben dirsi costituzionali, con altre norme che riguardavano invece i campi di attività delle istituzioni europee. Una Costituzione di 400 articoli – avevano buon giuoco a dire gli oppositori – era un unicum inaccettabile.

Il TUE comprende in tutto 55 articoli ed ha non solo la struttura, ma anche la dimensione di un documento costituzionale; il TFUE comprende circa 350 articoli. Con questa distinzione abbiamo oggi una parte maneggevole dove sono indicati i principi fondamentali e le istituzioni fondamentali dell’Unione, e un secondo trattato, il trattato sul funzionamento, che è il corpus delle politiche specifiche dell’Unione Europea.

Il TUE - trattato sull’Unione Europea - è diviso in 6 titoli:

· le disposizioni comuni
· i principi democratici
· le disposizioni sulle istituzioni
· le disposizioni sulle cooperazioni rafforzate
· le disposizioni sulla politica estera dell’unione
· le disposizioni finali

Nel preambolo si trova risolta, in maniera che può essere giudicata positivamente o negativamente a seconda del punto di vista delle varie parti politiche, la famosa e vexata questione dell’identità dell’Europa. La formula dice: “Ispirandosi alle eredità culturali religiose e umanistiche dell’Europa da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello stato di diritto”…. Questo è il modo in cui il Trattato di Lisbona formula la questione che turbò, troppo a mio parere, la Comunità Europea sul fatto che si dovessero citare le “radici” della storia europea; qui si citano i valori religiosi e non religiosi in un modo nel complesso a mio avviso equilibrato.

Cosa c’è e cosa non c’è nel trattato sull’UE rispetto al Trattato di Roma? Comincio con il dire ciò che non c’è più. E’ caduta la parola Costituzione. Anche se il Trattato assomiglia molto a una Costituzione, più ancora del precedente sull’Unione europea che era troppo lungo e complesso, la parola Costituzione non c’è più. Sono scomparsi gli inni e la bandiera europea. È scomparsa una esplicita statuizione che indicava la supremazia del diritto comunitario, che era esplicitamente citata nel trattato costituzionale, è che stata abolita. C’è da dire che essa rimane nella sostanza non solo perché le Corti europee l’hanno affermata ma anche perché vi è un riferimento indiretto alla supremazia del diritto comunitario in altre parti del Trattato. Questa è stata la giurisprudenza stabile della Corte Europea, sotto l’influenza importante – vale la pena di ricordare - di un giurista italiano, il professor Mancini, trai più incisivi tra quelli che hanno portato ad affermare questo principio.
È scomparsa la modificazione lessicale importante che aveva previsto di chiamare “leggi” europee le direttive. È scomparsa la carta dei diritti che faceva parte integrante del Trattato di Roma. Anche in questo caso non è più parte integrante ma vi si fa riferimento vincolante e c’è un protocollo che ne limita l’applicazione solo alla Polonia e all’Inghilterra.

Cosa c’è di nuovo dal punto di vista istituzionale? Le novità sono molte e nel complesso positive. All’art. 13 il Trattato stabilisce con chiarezza tre principi di funzionamento del federalismo. Il primo è il principio di attribuzione: l’unione agisce nei limiti delle competenze che le sono attribuite dagli stati membri per realizzare gli obiettivi da questi stabiliti. Qualsiasi competenza non attribuita all’unione nei trattati appartiene agli stati membri. Questo dovrebbe tranquillizzare le opinioni pubbliche nazionali preoccupate per un eccessivo passaggio di poteri all’Europa. In secondo luogo vengono chiariti gli altri due principi importanti e cioè quello di sussidiarietà, che afferma che l’Unione interviene nei settori che non sono di sua competenza esclusiva, solo nella misura in cui gli obiettivi non possono essere raggiunti dagli stati membri, e il principio di proporzionalità che dice che non si può andare al di là degli strumenti necessari per realizzare gli obietivi dell’attività delle istituzioni europee.

Secondo punto importante è il ruolo dei parlamenti nazionali. Finalmente è prevista una possibilità di intervento diretto dei parlamenti nazionali nel processo legislativo. Barroso ha dichiarato che la commissione ha già reso operativa questa parte del Trattato prima della sua statuizione, ovvero manda gli atti legislativi in preparazione ai parlamenti nazionali e essi possono reagire. Barroso ci ha anche informato che a fronte di circa 250 atti ricevuti dagli stati membri solo 2 risultano formulati dall’Italia. Si deve cominciare a ragionare dunque, non so se in questa commissione parlamentare o in un’altra, sul fatto che i parlamenti nazionali ora hanno un ruolo nel modificare o fermare le legislazioni in fieri. Questo elemento risponde in modo diretto alla questione del deficit democratico che è uno dei grandi problemi aperti nello stato d’animo dei popoli europei in questo momento. Terza considerazione importante sul trattato è il fatto che esso preveda la facoltà di recesso dall’Unione da parte dei paesi membri. Non so se questa facoltà verrà mai utilizzata e, ovviamente, mi auguro che non lo sia, ma in precedenza essa non esisteva ed è bene che invece essa sia prevista. Ovviamente non esiste la possibilità di esclusione di paesi membri da parte dell’Unione.

Vengo ora alle principali novità istituzionali. Esse sono le seguenti. Viene mantenuta l’idea di creare un Presidente stabile del Consiglio e viene distinto per la prima volta il Consiglio Europeo dal Consiglio. Il Consiglio Europeo è composto dai capi di stato di governo e diventa un organo separato che ha compiti diversi dai compiti legislativi del Consiglio. Il Consiglio Europeo ha il Presidente stabile eletto per due anni e mezzo. Personalmente ho sempre avuto dubbi su questa innovazione; ho sempre pensato che nella mia visione l’organo di governo dovrebbe essere la Commissione, elemento stabile che assicura la continuità della vita europea. Il Consiglio Europeo, che rappresenta una difesa degli stati nazionali, è un limite nei confronti del governo europeo perché sposta il baricentro politico dalla Commissione verso i Governi. Il trattato non esclude che , in un domani, venga nominato Presidente del Consiglio Europeo il Presidente della Commissione. Sarebbe questa una soluzione altamente auspicabile, ma non credo che essa abbia molte probabilità di realizzarsi: dubito che i Governi accetterebbero di accentrare questi due poteri in una sola figura presidenziale e dare alla Commissione un ruolo che sovrasti quello del Consiglio.
Secondo: nasce il Ministro degli Esteri. Faccio notare che la materia della politica estera è l’unica sulla quale è rimasto integralmente il principio dell’unanimità. Il Ministro degli Esteri dunque ha potere di rappresentanza nella misura in cui tutti i paesi sono unanimi e questo non rende particolarmente incisiva il suo ruolo.

Terzo: è cambiato il sistema di voto essendo stato introdotto il principio della doppia maggioranza. Con questo sistema una decisione è approvata quando si esprimano favorevolmente un numero di paesi non inferiore al 55% che rappresentino almeno il 65% della popolazione, in modo che le minoranze di blocco risultino meno forti.

Importante è anche l’accenno alla funzione dei Partiti. Se si vuole passare da un sistema confederale a un sistema federale dovremmo sapere che cos’è la democrazia europea, cioè avremmo bisogno che questo Presidente del Consiglio Europeo non fosse indicato dal consiglio ma eletto, o che fosse eletto il Presidente della Commissione, cioè ci vorrebbe qualcosa che rendesse i cittadini dell’Unione partecipi del governo europeo.

Interessante è lo sforzo che c’è nel trattato all’art. 2b di elencare con chiarezza i compiti dove l’UE ha competenze esclusive, quelli dove c’è una competenza concorrente con gli stati nazionali e quello dove c’è un compito di coordinamento. Questo è un elemento di chiarezza che non era presente nei trattati precedenti.

In sostanza, le modificazioni e le novità istituzionali sono molte e nel complesso positive – una ragione in più per augurarsi l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. E’ ovviamente difficile, dopo il No irlandese, che ciò possa avvenire alla data originariamente prevista del primo gennaio 2009. Ma sarebbe contrario all’interesse per il buon funzionamento dell’Europa se si dovesse, ancora una volta, ricominciare da capo.



3 - Considerazioni politiche all’indomani del voto negativo dell’Irlanda

Desidero fare una considerazione politica di fondo. La crisi dell’Europa, nella quale oggettivamente ci troviamo, consiste nel fatto che i cittadini dei nostri paesi sentono che enormi poteri sono nelle mani di Bruxelles e di Francoforte (Commissione Europea, Banca Centrale Europea). Non hanno però la sensazione di potere controllare queste istituzioni ed esercitare su di esse lo stesso potere di cambiamento che essi hanno nei confronti dei Governi nazionali e locali dei propri paesi. Essi hanno la percezione di poter influire sul governo nazionale e locale, perché ciclicamente si va a votare e si può votare lo schieramento che si preferisce. Così non avviene per il governo europeo. Infatti se noi oggi siamo scontenti del Presidente della Commissione Europea non possiamo incidere attraverso un voto diretto e il modo indiretto di intervenire, attraverso il voto ai nostri governi nazionali, non assicura affatto la nostra influenza. Questa è, a mio giudizio, la crisi dell’Europa. E’ una crisi molto profonda che imporrà di muovere dalla condizione in cui siamo oggi. Ma muovere in quale direzione? Si può risolvere la crisi riducendo i poteri dell’Europa? O si deve creare una base democratica a questi organismi europei? Ci sono le condizioni che prevedano la nascita di un sistema europeo con Partiti che votino per il Presidente della Commissione Europea o per il presidente del Consiglio Europeo? Oggi tutto questo appare assai difficile. In questo si riassume la crisi dell’Europa.

Quanto alle conclusioni più pratiche: che succede del Trattato di Lisbona?
Dobbiamo sicuramente approvarlo. Primo perché fa un passo in avanti anche se forse non sufficiente. Le riserve possono riguardare ciò che non c’è ma non ciò che c’è. La situazione si può sbloccare? Personalmente non vedo facile il ritorno alle urne degli irlandesi. Bisognerà avere molta pazienza e aspettare un po’ di tempo. Il fatto che non si introducano subito queste novità non è una tragedia; l’UE funziona oggi con le regole vecchie e non mi risulta che nessuna grande questione non sia stata affrontata perché le regole sono così come sono. Preoccupazione legittima è invece quella di cercare di farlo entrare in vigore con la Repubblica Ceca, la Polonia e l’Irlanda a completare il processo di ratifica senza nessuna forzatura che potrebbe peggiorare le cose.

mercoledì 13 agosto 2008

Testo del relatore Giorgio La Malfa in apertura della discussione generale sul disegno di legge di ratifica del trattato di Lisbona

Nell’impostare l’esame del disegno di legge di ratifica del Trattato Europeo di Lisbona bisogna tener conto di due esigenze in parte contrastanti fra loro. Da un lato vi è la necessità di procedere molto rapidamente all’esame ed alla approvazione del ddl, anche per tener conto delle sollecitazioni che ci provengono dalla Commissione Europea e di cui si è fatto interprete il presidente Barroso nella sua recente audizione alla Camera. Dall’altro vi sarebbe, anzi vi è, la necessità di procedere ad una discussione ampia ed approfondita del Trattato e, partendo da esso, della situazione attuale dell’Unione Europea e delle prospettive dell’integrazione europea. L’occasione offerta dalla discussione del Trattato, infatti, ha una tale importanza, sia per il merito sia per le condizioni di incertezza che si colgono nelle opinioni pubbliche europee, da rendere opportuna una disanima attenta di tutti gli aspetti di questa problematica. Da questo punto di vista un esame affrettato sarebbe controproducente anche se, come è emerso dall’esame del Senato conclusosi nei giorni scorsi, vi è una larga condivisione, anzi una vera e propria unanimità, dei gruppi politici sulla ratifica del Trattato. Per tener conto di queste due esigenze contrastanti, vorrei, pur sollecitando un iter rapido del ddl, cercare di mettere a fuoco il problema europeo in tutti i suoi principali aspetti in maniera da sollecitare una discussione approfondita in seno al Parlamento.

Dividerei in tre parti questa relazione:
1. le vicende che hanno preceduto e accompagnato la firma del Trattato di Lisbona;
2. l’illustrazione dei contenuti principali del Trattato, o meglio dei due Trattati negoziati e sottoscritti a Lisbona nei quali sarà articolata la vita dell’UE;
3. l’analisi politica della situazione europea e delle sue prospettive all’indomani del voto negativo dell’Irlanda nel referendum sul Trattato.


1. Le vicende che hanno preceduto e accompagnato la firma del Trattato di Lisbona

Da circa 20 anni si pone il problema di una diversa configurazione delle istituzioni europee nelle due esigenze per certi versi contrastanti fra loro di un funzionamento che sia insieme più efficiente e più democratico. E’ facile percepire infatti l’esigenza sia di rafforzare le istituzioni europee sia di controllarne meglio il funzionamento in modo da attenuare quel senso crescente di lontananza dei cittadini europei dalle istituzioni europee che concorre a spiegare gli esiti negativi di alcuni dei referendum degli ultimi anni. La mia tesi di fondo è che il problema della maggiore democraticità spiega molto del malessere che circonda il cammino dell’Europa.

Il problema del rafforzamento delle istituzioni si è sempre posto nel corso della storia dell’integrazione europea, ma si è posto con forza particolare alla fine degli anni 80 quando emerse l’idea dell’unione monetaria. Nel 1989 quando il Comitato Delors licenziò il suo Rapporto, che prefigurava l’unione monetaria e descriveva compiti e funzioni della Banca Centrale Europea, lo stesso Delors sostenne che il rafforzamento dell’unione monetaria presupponeva un rafforzamento dell’unione politica, sia per ciò che riguardava l’accompagnamento della politica monetaria con la politica economica, sia per il rafforzamento dell’unione politica in quanto tale. In coerenza con questa impostazione, quando venne approvato il progetto Delors, si decise di istituire due conferenze intergovernative, una sull’unione monetaria l’altra sull’unione politica, i cui risultati sarebbero stati travasati nel Trattato di Maastricht del 1992. Avvenne però che, mentre la conferenza intergovernativa sull’unione monetaria, avendo alle spalle il lavoro molto preciso e dettagliato del comitato Delors, trovò la strada relativamente spianata e poté stendere un testo che fu praticamente travasato nel testo del Trattato di Maastricht, la parallela conferenza intergovernativa, che aveva per oggetto il rafforzamento dell’unione politica, ebbe invece un andamento molto meno soddisfacente e i risultati furono molto modesti. In sostanza in quel momento nacque il problema della differente velocità dell’integrazione monetaria rispetto all’integrazione politica.

Questo problema ebbe un ulteriore sviluppo quando, con la caduta del muro di Berlino nel 1989, si pose il problema dell’allargamento dell’UE alle nuove democrazie dell’Europa centro-orientale. Lo stesso Delors, che fu fautore di questo allargamento, affermò in quella circostanza che il processo di allargamento presupponeva un processo di approfondimento e cioè che se si voleva governare un’Europa non più a 15 ma a 20, 25, o magari 30 paesi con una popolazione che si avvicina a 500 milioni di abitanti, sarebbe stato necessario dotare l’Europa di istituzioni capaci di funzionare in maniera efficiente: dunque restringere il numero delle aree nelle quali vige il principio dell’unanimità, adottare meccanismi di voto che rendessero più difficile il veto nelle decisioni, rafforzare i poteri di controllo del Parlamento Europeo, definire meglio i rapporti tra gli Stati membri, la Commissione e il Consiglio Europeo, insomma tutte le questioni che sono sul tavolo dagli anni 90.

Nel corso degli anni 90, dopo l’insuccesso sul terreno politico che aveva caratterizzato il Trattato di Maastricht, la strada del rafforzamento istituzionale fu tentata per due volte attraverso lo strumento delle conferenze intergovernative. Una prima conferenza diede luogo al Trattato di Amsterdam, che contiene minori modificazioni per quanto riguarda la questione cruciale delle istituzioni; la seconda diede invece luogo al Trattato di Nizza, nel 2000, convenuto in una condizione difficile di scontro in seno al Consiglio Europeo allora presieduto dalla Francia, con il rischio del fallimento e l’impressione che la strada delle conferenze intergovernative fosse ormai stata esplorata senza successo, con la conseguente necessità di cambiare strategia.

A seguito del fallimento di Nizza, Romano Prodi, da poco Presidente della Commissione, ma anche l’allora Presidente francese, Jacques Chirac,Chirac, avanzarono la proposta che apparve suggestiva di abbandonare la strada delle conferenze intergovernative e di coinvolgere nell’elaborazione dei passi successivi del processo di integrazione europea e nella redazione dei trattati forze diverse dalle burocrazie ministeriali, coinvolgendo in primo luogo i Parlamenti nazionali. Nacque così l’idea della Convenzione Europea, formalmente lanciata dal Consiglio di Laeken, che ha svolto i suoi lavori dal 2001 e che ha avuto come presidente Giscard D’Estaing e come uno dei 2 vicepresidenti il nostro Giuliano Amato. La Convenzione Europea lavorò con grande impegno ed al termine dei suoi lavori presentò come prodotto di essi il testo del Trattato costituzionale europeo, che fu poi adottato a Roma nell’ottobre del 2004 e a cui fu dato il nome di Trattato (di Roma) “che istituisce una Costituzione per l’Europa”.

Ma anche questa strada si è rivelata più un miraggio che un percorso concreto, sia per quanto riguarda i contenuti del nuovo Trattato, sia per quanto riguarda le procedure della sua approvazione. Circa i contenuti, il problema è che la Convenzione ha rappresentato una rivoluzione a metà. Non era infatti previsto che essa producesse un testo definitivo pronto per la ratifica da parte dei Parlamenti degli Stati membri; essa doveva invece produrre un testo base per una conferenza intergovernativa dalla quale sarebbe scaturito il nuovo Trattato. E’ avvenuto così che buona parte delle novità si sono perse per strada: in parte la Convenzione stessa è stata più prudente del necessario per cercare di produrre un testo che la conferenza intergovernativa potesse fare proprio; in parte la conferenza intergovernativa ha limato ulteriormente il testo ricevuto per mostrare di avere un ruolo ed una responsabilità sua propria. Alla fine, probabilmente per compensare la scarsità dei risultati concreti, la Convenzione ha ritenuto opportuno assegnare al Trattato che essa aveva elaborato il nome roboante di Costituzione, finendo per offrire un bersaglio semplice e conveniente a quella parte delle opinioni pubbliche che manifesta preoccupazioni per gli eccessi di potere delle istituzioni europee.

In sostanza, il contributo più innovativo dell’idea della Convenzione – quello di attenuare il peso dei governi nei negoziati europei, attraverso la presenza diretta dei rappresentanti dei Parlamenti nazionali – è stato in larga parte vanificato dall’aver previsto che il lavoro della Convenzione affluisse a una conferenza intergovernativa svolta in un ambiente chiuso e non aperto come quello dei lavori della Convenzione, e dove i problemi di veto e di unanimità rischiavano di attenuarne la forza, prima di essere firmato dai governi e successivamente proposto per la ratifica secondo le diverse procedure parlamentari o referendarie previste dai vari ordinamenti nazionali. In realtà, una volta avanzata la proposta di scegliere la via della Convenzione, si sarebbe dovuto ragionare fino in fondo su questo problema e superare decisamente il meccanismo delle conferenze intergovernative. Naturalmente, poiché il meccanismo delle conferenze intergovernative è previsto dai trattati, una procedura innovativa che prevedesse di saltare questa fase, avrebbe richiesto la modifica dei trattati con il rischio di non avere l’unanimità necessaria. E’ difficile dire se nel 2000-2001 una proposta di un breve Trattato che sancisse regole diverse per l’elaborazione dei Trattati europei avrebbe avuto una qualche possibilità di successo. Ma nessuno sembra avere pensato a questa ipotesi. Ed ora è forse troppo tardi per avanzare con qualche probabilità di successo questa proposta.

Il testo del Trattato costituzionale, sottoposto alla ratifica degli Stati contraenti, è stato, come è noto, bocciato dai due referendum tenuti in Francia e in Olanda metà del 2005. Ritengo che l’uso della parola “Costituzione,” che aveva un’ambizione troppo grande rispetto allo stato delle pubbliche opinioni europee del momento, sia stato un fattore non marginale nel contribuire all’insuccesso. Ho l’impressione che se il Trattato di Roma fosse stato presentato, come oggi viene presentato il Trattato di Lisbona, e cioè come un trattato che modificava i trattati esistenti ma non era la Costituzione dell’Europa, forse le pubbliche opinioni lo avrebbero considerato con minore ostilità di come poi è avvenuto.

Comunque la bocciatura francese, la bocciatura olandese e la recente bocciatura irlandese debbono essere prese molto sul serio. Non condivido l’atteggiamento minimalista che anche il Presidente della Commissione Europea, Manuel Barroso, ha avuto nell’audizione davanti al nostro Parlamento, quando ha sostenuto che ci sono motivi particolari che spiegano il “no” irlandese ed ha aggiunto che l’Irlanda in realtà ha avuto tali vantaggi dall’Europa che si può dire che gli irlandesi si sono sbagliati a votare così come hanno votato. Credo invece che ci sia un problema di insoddisfazione nei confronti della costruzione europea che circola nel corpo dei cittadini europei e che si manifesta nei referendum. E’ chiaro che quando sono i Parlamenti a ratificare i trattati, la discussione si svolge ad un livello di maggiore sofisticazione che non quando si è di fronte a un referendum popolare. In una discussione parlamentare si possono evidenziare e pesare vantaggi e svantaggi. Quando a giudicare sono i cittadini attraverso i referendum emergono giudizi più semplificati, stati d’animo o addirittura sensazioni che possono influire sul voto più delle considerazioni economiche relative ai vantaggi ed agli svantaggi dell’integrazione europea. Questo però non vuol dire che si possa pensare che sia giusto escludere la ratifica attraverso i referendum, ipotesi che qualcuno in queste settimane ha avanzato, perché non si può rifiutare il giudizio diretto dei cittadini se esso è previsto dalle leggi o se sia ritenuto comunque opportuno.. Bisogna invece domandarsi per quale motivo i cittadini, posti di fronte a qualcosa che rappresenta la storia del nostro continente in questi ultimi 50 anni, che è una storia di pace e di sviluppo economico, dicono “no”. Bisogna capire le radici di questo no e cercare di fare un passo avanti.

Questo è il quadro nel quale si è consumata la bocciatura del Trattato Costituzionale. Dopo una pausa di riflessione, il Consiglio Europeo ha deciso che la via di uscita dall’impasse della bocciatura del Trattato costituzionale fosse quella di travasare il maggior numero possibile dei suoi contenuti in un nuovo contenitore, presentato in termini meno iperbolici, senza riferimento alla Costituzione, da sottoporre alla necessaria procedura di ratifica. A dimostrazione dei limiti insuperabili della procedura delle conferenze intergovernative, il Consiglio Europeo di Berlino del giugno 2007, nel lanciare la conferenza intergovernativa che è poi sfociata nel Trattato di Lisbona, ne ha fissato rigidamente i contenuti, quasi prefigurandone il testo. Il Trattato di Lisbona è il risultato di questa lunga storia di progressi, ma anche di insuccessi.

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mercoledì 9 luglio 2008

Alle origini del no 3:riforma Bce - 9 luglio 2008

Non c’è dubbio che la nascita dell’euro e l’istituzione della Banca Centrale Europea costituiscano uno dei maggiori successi nell’ormai lungo processo di integrazione che ebbe inizio negli anni cinquanta con la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio.

L’Unione Monetaria Europea è ricca di un forte valore simbolico essendo la moneta uno dei segni della sovranità nazionale. Nello stesso tempo, però, l’euro rappresenta uno degli esempi più significativi dei limiti del processo di integrazione europea. Infatti il successo nella realizzazione del progetto delineato nel Trattato è solo uno dei due lati della medaglia. Presso le opinioni pubbliche europee l’euro non raccoglie giudizi altrettanto favorevoli. Intanto all’atto dell’introduzione dell’euro, più o meno in tutti i paesi dell’Unione Monetaria, si sono manifestati importanti aumenti dei prezzi di molti beni di largo consumo che hanno inciso particolarmente sulle fasce dei redditi medi e medio-bassi. Per certi aspetti questo può essere considerato un rilievo minore. Nell’esperienza storica, il cambio della moneta si associa sempre con aumenti anomali dei prezzi; se la nuova moneta è utile, gli aumenti una tantum dei prezzi possono essere compensati dagli altri effetti positivi che ci si attende dall’operazione. Nel caso dell’euro, vi sono stati certamente dei vantaggi: la semplificazione negli scambi infraeuropei, la facilitazione nella creazione di un unico mercato finanziario e sopratutto la maggior solidità dell’euro rispetto alle singole valute nel resistere ad eventuali attacchi speculativi.

Se questi sono indubbi vantaggi, vi sono però anche fattori negativi che pesano nel giudizio sui risultati dell’unificazione monetaria. Il principale fra essi è costituito dall’andamento economico dei paesi dell’area euro in questi anni che è stato nel complesso insoddisfacente. Questo è l’aspetto che pesa di più nell’apprezzamento negativo dell’euro. E per quanto la BCE si sforzi di sostenere che la politica monetaria non ha responsabilità alcuna per questi andamenti, l’opinione pubblica tende a attribuire, con qualche buona ragione, alla severità delle scelte della Banca Centrale ed alla sua esclusiva preoccupazione per il problema dell’inflazione, il clima economico sfavorevole di questi anni. Basta pensare agli effetti negativi sulla competitività europea dell’enorme apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro in questi anni.

La debolezza dell’economia dell’area dell’euro è conseguenza della politica della Banca Centrale Europea e della sua concentrazione eccessiva sul problema dell’inflazione, anche a scapito della crescita? Questa è la domanda inevitabile alla quale non ci si può sottrarre. La Banca ha naturalmente buon giuoco nell’affermare che il rilievo centrale che nelle sue decisioni occupa il problema dell’inflazione non è frutto di una scelta discrezionale, ma il portato del Trattato di Maastricht che le assegna il compito esclusivo di combattere l’inflazione. Si può essere d’accordo con questa precisazione della BCE, ma allora si pone il problema o di correggere il Trattato o di individuare degli strumenti di politica economica europea di rango pari a quelli di cui dispone la BCE per ciò che attiene alla politica monetaria, che possano attenuare o compensare gli effetti deflativi della politica monetaria e assicurare un andamento più soddisfacente dell’economia dei paesi membri. Su questo punto non si riesce a fare alcun progresso, anche perché – va detto – la BCE è ben attenta ad evitare che possano svilupparsi e prendere piede delle ipotesi di cambiamento del dettato del Trattato.

Dunque da un lato una realizzazione di cui l’Europa dovrebbe essere fiera, dall’altro molte riserve sul suo funzionamento effettivo.

All’inizio di luglio la BCE ha deciso di elevare i tassi di interesse di un ulteriore 0,25%. Per la prima volta la decisione è stata preceduta e seguita dai giudizi negativi dei governi dei maggiori paesi dell’euro. Non si tratta di un problema da poco. Non è soltanto l’emergere di un dissenso sulle scelte della BCE. Vi è qualcosa di più sul piano formale in quanto l’art. 107 del Trattato di Maastricht (ora art. 108 del Trattato delle Comunità) stabilisce che la BCE non possa accettare “istruzioni dagli organi comunitari, dagli Stati membri né da qualunque altro organismo” e che “gli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio”. I giudizi dei governi violano dunque in modo esplicito una norma del Trattato. Essi segnano una crisi vera e propria dell’Unione Monetaria Europea. E’ probabile che la BCE abbia preso nota delle opinioni dei governi e che, presa questa decisione per riaffermare la propria indipendenza ed autonomia, come essa ha dichiarato con qualche gaucherie, terrà fermi i tassi nel prossimo futuro. Per questa ragione nelle prossime settimane si cercherà di non fare emergere in tutta la sua portata, anche giuridica, l’incidente di questi giorni fra i governi e la Banca.Lo scontro però c’è stato. Esso indica che esiste un problema di funzionamento dell’euro che dovrà essere affrontato seriamente. Non aiuta a farlo la posizione assunta dal Presidente della Commissione Manuel Barroso che, a commento della decisione della BCE di elevare i tassi di interesse, ha detto che è bene che decisioni di questo genere siano sottratte agli uomini politici. Questa posizione di Barroso (che sarà ascoltato dal Parlamento italiano la prossima settimana) non aiuta l’Europa. Se si teorizza il fatto che le istituzioni europee sono tecnocratiche si rende sempre più probabile il No che i cittadini pronunciano verso l’Europa ogni qual volta ne hanno la possibilità.

martedì 1 luglio 2008

Alle origini del no 2: più democrazia o più efficacia?

La scelta di nascondere la testa sotto la sabbia, di procedere come se nulla fosse avvenuto e di assumere un atteggiamento vagamente minaccioso nei confronti delle opinioni pubbliche ‘devianti’ appare disastrosa. Nell’interesse stesso dell’Europa si deve partire dal punto di vista opposto a quello che interpreta il voto come il risultato casuale di un sondaggio che non riguarderebbe il gradimento dell’integrazione europea. Sarebbe stato indispensabile, tre anni fa, prendere molto sul serio il no al Trattato costituzionale espresso da due dei paesi fondatori della Comunità Europea. E’ oggi necessario ragionare a fondo sulle ragioni del no irlandese. Altro che pausa di riflessione. Bisogna sforzarsi di identificare con precisione le cause del malessere che inducono gli elettori a segnalare il loro disagio quando se ne dà loro l’occasione.

Quando si prendano le mosse dal disincanto degli europei nei confronti del processo di integrazione, si può avanzare l’ipotesi che all’origine della crisi vi sia la percezione o la sensazione di un problema di legittimazione democratica delle istituzioni europee. Il problema non si pone per le istituzioni politiche degli stati membri. Anzi, è dal confronto fra le une e le altre che nascono i dubbi e le incertezze delle opinioni pubbliche europee. Per quante riserve essi possano avere sulle strutture politiche e di governo dei rispettivi paesi, nella loro stragrande maggioranza i cittadini degli stati europei sentono di vivere in sistemi democratici, cioè in sistemi che, in ultima analisi, sono sotto il loro controllo. Il voto periodico per il rinnovo dei Parlamenti o per l’elezione dei capi dell’esecutivo consente o dà la sensazione di consentire un’influenza diretta sugli orientamenti e le scelte dei governi dei rispettivi paesi. Non mi sembra che vi siano segnali nei singoli paesi europei di un deficit democratico degli organi costituzionali. I governi possono apparire più vicini o più lontani dai bisogni dei cittadini, ma questi ultimi hanno la sensazione di disporre, al momento del voto, del potere di correggere e di riorientare le scelte pubbliche.

Per l’Europa non è così. Gli osservatori del processo di integrazione europea hanno accennato spesso al tema del deficit democratico, ma bisogna dire che, se è stato posto, il problema non è mai stato affrontato per quello che è. Probabilmente perché esso non ha una facile soluzione o forse non ha una soluzione almeno in tempi brevi. Naturalmente il tema del controllo democratico è molto complesso. Non è fatto solo di aspetti formali, ma comprende anche questioni sostanziali.

I due principali organi di governo europeo sono il Consiglio e la Commissione. Ambedue presentano profili delicati per quanto riguarda il controllo democratico sui loro orientamenti e le loro decisioni. Si potrebbe sostenere che il problema non riguardi particolarmente il Consiglio. I suoi membri infatti, essendo i rappresentanti dei governi nazionali, sono soggetti al controllo democratico che ha luogo in tutti i paesi attraverso il meccanismo elettorale. Ma le cose non stanno esattamente così, perché non vi è un controllo democratico sul Consiglio in quanto tale. Non vi è cioè una sede alla quale ricorrere di fronte alle decisioni del Consiglio, né vi è un periodico ricorso alle urne per scegliere il Consiglio stesso. Ciò che i cittadini europei possono fare è scegliere, al momento delle elezioni nazionali, il proprio governo e dunque, indirettamente, il proprio rappresentante nel Consiglio, ma l’organismo è in sé sottratto a un controllo democratico diretto. Tutte le decisioni che esso prende collegialmente sono sostanzialmente sottratte a un controllo democratico preventivo o successivo.

Problemi analoghi, per molti aspetti più gravi, si pongono per la Commissione Europea alla quale i Trattati attribuiscono uno status particolare di indipendenza rispetto ai Governi ed ai Parlamenti nazionali. I suoi membri sono prescelti dal Consiglio Europeo, ma, salvo nel caso si rendano responsabili di gravi irregolarità, i Commissari sono inamovibili. I governi nazionali non possono revocarli e sostituirli. Non possono dare loro indirizzi politici. Sostanzialmente la Commissione una volta nominata nelle materie che i trattati le assegnano ha, per la durata del mandato, una pressoché totale libertà di decisione. Esiste, è vero, un certo controllo democratico esercitato sulla Commissione dal Parlamento Europeo che a sua volta, essendo eletto a suffragio universale, rappresenta certamente un’istanza democratica. Il Parlamento esamina i candidati al ruolo di Commissari europei proposti dal Consiglio Europeo e può contestarne le qualificazioni ad assumere la funzione. Il Parlamento dispone inoltre del potere della sfiducia attraverso il quale può imporre le dimissioni della Commissione. Questo potere, tuttavia, non può essere esercitato dal Parlamento Europeo in ragione delle scelte politiche della Commissione: è essenzialmente un potere di impeachment collegato all’emergere di responsabilità individuali o collettive nell’esercizio dei compiti istituzionali previsti dai Trattati.

Il Parlamento Europeo dovrebbe essere in un certo senso l’organismo che colma il deficit democratico delle altre istituzioni europee. Ma ciò non avviene sia per la totale carenza di poteri nei confronti del Consiglio, sia per i poteri limitati di cui il Parlamento dispone nei confronti della Commissione. Esso è andato acquisendo nel tempo poteri maggiori in campi specifici – per esempio in materia di bilancio – ma non essendo chiaro il modello costituzionale dell’Europa, non è chiaro in esso quale ruolo sia chiamato a svolgere il Parlamento. Queste semplici considerazioni sono ben note agli studiosi delle istituzioni europee, ma non sono mai tenute in conto nelle analisi della crisi europea che si manifesta in occasioni come quelle dei referendum.

L’ostilità verso l’aumento dei poteri delle istituzioni europee che si manifesta ogni qual volta i cittadini di uno o dell’altro paese europeo hanno occasione di farlo nasce da questo senso di incontrollabilità democratica di organismi di governo dalle cui decisioni dipende ormai la legislazione e una parte crescente delle politiche dei paesi membri. La nascita dell’euro ha ulteriormente rafforzato il senso di una separatezza fra il mondo delle istituzioni europee e i problemi dei cittadini. Non è questa la sede per tornare ancora sui problemi dell’assetto istituzionale dell’Unione Monetaria Europea e sui poteri e responsabilità della Banca Centrale Europea. Per quanto venga sostenuta autorevolmente la tesi che l’assetto migliore per la conduzione della politica monetaria sia la sottrazione di essa alla responsabilità politica ed il suo affidamento a un organismo tecnico-burocratico protetto da uno statuto di totale indipendenza da ogni organi politico-istituzionale nazionale o europeo, non può che apparire anomalo da un punto di vista democratico che scelte che condizionano fortemente la vita dei paesi europei siano del tutto sottratte a un’influenza politica. Non c’è alcuna vera giustificazione per una situazione di questo genere, salvo il fatto che l’Unione Monetaria non sarebbe venuta alla luce se non fosse stato adottato questo particolare e abbastanza improponibile assetto istituzionale.

La risposta che di norma viene offerta a una percezione diffusa di lontananza ed incontrollabilità delle istituzioni europee è assai poco convincente. Essa consiste nell’elencare i vantaggi che l’Europa trae dall’avere in molti campi un governo continentale: il mercato unico, l’euro, la politica commerciale unica, la politica agricola e così via e soprattutto nell’indicare le conseguenze negative che si determinerebbero se in luogo delle politiche comuni i singoli paesi europei dovessero far fronte separatamente l’uno dall’altro alle circostanze della vita internazionale. Piccolo non sarebbe bello. Grande è necessario. Ma l’errore racchiuso in questa risposta è che essa non allevia le preoccupazioni dei cittadini per la lontananza e per l’incontrollabilità delle istituzioni europee. E’ una risposta sostanzialmente paternalistica. Le classi dirigenti europee sembrano rivolgersi ai cittadini dicendo loro che, per quanto essi possano avere qualche motivo per ritenere che le istituzioni europee siano distanti e poco controllabili, se il potere di decisione venisse restituito a delle entità di Governo più vicine ai cittadini e da loro direttamente influenzabili, l’aumento di democrazia sarebbe più che controbilanciato in senso negativo dall’impossibilità di difendere efficacemente gli interessi dei cittadini. E’ come se dicessero: dovete scegliere fra poteri democratici inefficaci e poteri tecnocratici efficaci. Più democrazia o più efficacia? Governi più vicini ai cittadini o governi più in grado di realizzare cose buone? C’è da sorprendersi se, sempre di più, la reazione popolare in Europa sia di scetticismo sulla verità di queste asserzioni non corroborate da argomenti sostanziali?Questo è dunque il problema europeo. L’atteggiamento critico verso l’Europa non è, come spesso lo si dipinge, espressione di una regressione nel localismo. E’ invece una giusta aspirazione alla partecipazione democratica da parte di masse crescenti di cittadini nelle decisioni che pesano direttamente sulle loro condizioni di vita e sul loro futuro. Perché dipingere gli elettori irlandesi come degli egoisti incapaci di apprezzare i vantaggi che la partecipazione alla Comunità europea ha apportato loro e non riconoscere invece che, nel momento in cui risulta evidente che le scelte europee pesano e peseranno sul futuro dei cittadini europei più delle decisioni che possano prendere i governi degli Stati membri, i cittadini vogliono la garanzia di potere scegliere essi i propri governanti europei?

venerdì 27 giugno 2008

Alle origini del no - 27 giugno 2008

L’esito negativo del referendum irlandese dello scorso mese di giugno sul Trattato di Lisbona, così come quelli della Francia e dell’Olanda nel 2005 sul Trattato costituzionale, rappresentano dei segnali molto preoccupanti per il processo di integrazione europea. Le classi dirigenti europee si dovrebbero interrogare molto seriamente sulle ragioni di questa reazione di rigetto nei confronti dell’Europa e cercare di andare al fondo delle questioni che queste risposte popolari pongono.

Invece di affrontare la situazione che si è creata, sia i governi che la Commissione europea anno scelto la strada opposta: parlare il meno possibile del problema (questo è il senso di quella che viene chiamata pudicamente “la pausa di riflessione”); cercare delle spiegazioni per il no che escludano il più possibile l’ipotesi che gli elettori si siano espressi negativamente sul progetto europeo in quanto tale. Possono essere addotte ragioni di prudenza per l’una e per l’altra scelta. Ma non è detto che sia saggio rinviare una riflessione sulle ragioni per le quali, quando sono chiamati a farlo, gli elettori europei si esprimono negativamente su un Trattato sottoscritto dai loro Governi.

L’esempio più evidente di questo sforzo di minimizzazione fu il commento del Presidente della Commissione europea nel 2005 dopo l’insuccesso nel referendum francese sul Trattato di Roma: “Il no francese – dichiarò allora Manuel Barroso - non è un no al testo (del Trattato costituzionale) bensì al contesto”. Seguirono questa falsariga i commenti al voto negativo dell’Olanda nel 2005 a pochi giorni dall’esito del referendum francese. Simili a queste sono state le interpretazioni offerte per il no irlandese. Gli elettori europei, secondo queste interpretazioni, non intenderebbero pronunciarsi sul merito dei Trattati, peraltro – si aggiunge - così lunghi e complessi da risultare praticamente illeggibili, e neppure sul processo di integrazione europea in quanto tale di cui gli elettori non possono non apprezzare i grandi effetti positivi. Può esservi – si ammette - una quota del voto che fa capo a qualche segmento nazionalista, nostalgico della sovranità del proprio Stato, ma la spiegazione del successo dei no va ricercata nell’assommarsi di reazioni diverse, in parte contraddittorie, che portano vari segmenti dell’elettorato a trovare nel referendum l’occasione per una manifestazione clamorosa di questo loro malessere che avrebbe a che fare solo parzialmente con la questione sottoposta al voto popolare.

Una parte degli elettori – si dice – coglie l’occasione del referendum per esprimere la propria insoddisfazione verso il governo, anche se il referendum riguarda l’Europa e non il governo; un’altra trova modo, con il no, di manifestare allarme per la globalizzazione sentita come una minaccia alla stabilità del proprio posto di lavoro, nonostante che l’integrazione europea non sia la causa della globalizzazione e anzi sia forse lo strumento per farvi fronte; altri ancora voterebbero no per segnalare la propria preoccupazione per il fenomeno dell’immigrazione sia dai paesi dell’Unione, sia dall’esterno di essa. Si è letto anche che l’Irlanda potrebbe aver votato no perché nel Trattato non si farebbe riferimento alle radici cristiane dell’Europa.

Dunque in fin dei conti l’esito referendario non sarebbe un no all’Europa, ma la somma di tante pulsioni diverse che con l’Europa non hanno molto a che fare. Da qui il passo è breve a sostenere che l’esito del referendum sia il frutto di un equivoco dovuto alla confusione ingenerata negli elettori da un quesito posto su una materia così complessa da non consentire una risposta semplice con un sì o con un no. Anche in questa considerazione, ovviamente, c’è qualcosa di vero. Non è un caso che la Costituzione italiana – che fu redatta da legislatori saggi – escluda la ratifica dei Trattati dalle materie per le quali è possibile il ricorso al referendum. Partendo da queste considerazioni, qualcuno ha sostenuto che la ratifica dei Trattati europei dovrebbe essere affidata in via esclusiva ai Parlamenti. E tuttavia è difficile, ex post factum, cioè dopo le bocciature referendarie dei due Trattati europei più recenti (e, ancor prima di questi episodi, la quasi bocciatura nel 1993 nel referendum francese sul Trattato di Maastricht) stabilire che il compito di ratifica dei Trattati europei spetti esclusivamente ai Parlamenti nazionali. Ancor meno praticabile è la proposta di Mario Monti di prevedere che, quando un paese bocci la ratifica di un Trattato europeo, si debba subito indire un secondo referendum che ponga agli elettori il quesito se essi davvero intendano esprimersi negativamente sull’Europa e dunque uscire dall’Unione o se invece, come direbbero i giuristi, rex melius perpensa, preferiscano ratificare il Trattato.

In sostanza le classi dirigenti europee scelgono la strada di minimizzare il significato dei referendum popolari e di non interrogarsi sul loro significato complessivo. Rifiutano di accettare l’idea che vi sia, fra i cittadini europei, un malessere reale verso la costruzione europea, non intendono affrontare un esame serio della possibilità che le cose stiano così, non intendono mettere in discussione né ciò che è stato fatto, né ciò che di volta in volta viene consolidato in un Trattato sulla base di quanto risulta possibile fare attraverso la negoziazione intergovernativa.
E se non fosse così? Se cioè il voto degli europei esprimesse una reale insoddisfazione verso lo stato dell’integrazione europei, magari assommando il malessere di chi vorrebbe più Europa con quello di chi ne vorrebbe meno? Si tratterebbe pur sempre, anche nel caso in cui il no derivasse dalla spinta di posizioni fra loro contraddittorie, di una manifestazione precisa di pensiero di cui le classi dirigenti dovrebbero farsi carico aprendo una riflessione seria sul processo di integrazione europea, sulla sua attuale condizione, sull’esito o sugli esiti possibili.

L’Europa non sembra rendersi conto che la strada della minimizzazione presenta il rischio dell’accumulazione progressiva del malessere. Dando l’impressione, all’indomani dell’esito negativo di una consultazione popolare, che non si intende rispettare il giudizio popolare ma puramente e semplicemente di trovare il modo di aggirarlo, si rischia di stimolare un effetto di imitazione nei paesi in cui, almeno finora, la maggioranza dei cittadini ha espresso un giudizio favorevole sui passi compiuti nella direzione dell’integrazione europea. E’ stato un errore molto grave, dopo la bocciatura francese e olandese del Trattato costituzionale, riproporre di fatto quello stesso testo, limitandosi soltanto al ritocco lessicale dell’eliminazione della parola ‘Costituzione’. E’ un errore, oggi, pensare di aggirare il problema dell’esito negativo del referendum irlandese chiedendo a quel paese di indire fra qualche mese un nuovo referendum sulla base di un qualche Protocollo aggiuntivo che dia l’impressione (agli elettori irlandesi) che il loro no abbia avuto l’effetto di modificare sostanzialmente il Trattato. Si tratta di sotterfugi che possono avere successo in qualche occasione, ma che portano a un sempre più ampio scetticismo delle opinioni pubbliche sulla costruzione europea. La strada scelta dal Consiglio Europeo di Bruxelles riunitosi all’indomani del referendum irlandese è ancora una volta la stessa: al posto di una riflessione attenta del disincanto crescente delle opinioni pubbliche europee sul processo di integrazione, è stata decisa una cosiddetta ‘pausa di riflessione’. Si è stabilito, in sostanza, di tacere il più possibile nella speranza o nella convinzione che l’Irlanda trovi il modo di ritornare sui propri passi, facendo semmai balenare l’ipotesi che alcuni dei paesi membri possano decidere di procedere da soli nella strada dell’integrazione e magari escludere dal beneficio dei flussi di fondi europei i paesi devianti.

venerdì 20 giugno 2008

20 giugno 2008 - Non è successo niente

Non sembra affatto giustificata la drammatizzazione da parte di molti del voto negativo dell’Irlanda sul Trattato di Lisbona. Sul piano del funzionamento delle istituzioni europee la bocciatura del Trattato avrà conseguenze marginali se non proprio irrilevanti. L’esito del referendum irlandese pone certamente problemi politici seri all’Europa, ma non è successo nulla di irreparabile. Non c’è bisogno di citare la tragedia di Macbeth come fa Barbara Spinelli sulla Stampa di domenica 15.
Intanto, non è un passo indietro nell’integrazione europea: al massimo si può dire che il voto irlandese impedisce un passo avanti. Ma si sarebbe trattato di un modesto passo avanti, non certo di uno straordinario salto di qualità. Cerchiamo dunque di guardare le cose come stanno, senza tanta retorica.
Le modifiche istituzionali più importanti previste nel Trattato comprendevano:
· una modesta estensione delle competenze dell’Unione ad ambiti come la giustizia e l’energia su cui attualmente l’Europa può intervenire solo attraverso l’accordo fra i Governi degli Stati membri raggiunto nel Consiglio Europeo;
· l’estensione del voto a maggioranza ad alcune questioni attualmente comprese fra quelle per le quali è oggi necessaria l’unanimità;
· l’introduzione di un sistema di voto (la doppia maggioranza degli Stati e delle popolazioni) che avrebbe reso meno facile di oggi la formazione di minoranze di blocco nelle materie per le quali è previsto il voto a maggioranza;
· la nomina di un Presidente non rotativo dell’Unione Europea;
· la trasformazione dell’Alto Rappresentante per la politica estera in un Ministro degli Esteri dell’Unione Europea e la creazione di un vero e proprio servizio diplomatico europeo
· la riduzione del numero dei parlamentari europei e dei Commissari europei.
La mancata introduzione di queste modifiche lascia in vita le regole attualmente in vigore dal Trattato di Nizza in poi. L’Europa ha funzionato in questi anni sulla base di quelle regole e non vi sono questioni sulle quali in questi anni l’Europa si sia impantanata a causa dell’assetto istituzionale attuale. Alcune di quelle modifiche avrebbero reso meno pletorico qualche organo, come ad esempio la Commissione Europea o meno numeroso il Parlamento Europeo. Altre forse, come la nomina del Presidente della UE avrebbero reso più confuso il quadro istituzionale con il rischio di una sovrapposizione fra le competenze e i compiti di questa figura e quelle della Commissione Europea che, al tempo della Convenzione, si era opposta a questa innovazione istituzionale.
In sostanza non siamo di fronte a una crisi dell’Unione Europea, ma al rifiuto di introdurre alcune modifiche istituzionali: si procederà egualmente, come è avvenuto finora.Queste considerazioni portano anche a suggerire prudenza per quanto riguarda le cose da fare oggi, dopo la bocciatura del Trattato. Si può forse auspicare che il processo di ratifica del Trattato da parte dei Paesi dell’Unione che non vi abbiano ancora proceduto prosegua speditamene, anche se è possibile che oggi possano nascere varie difficoltà in alcuni paesi in cui appariva probabile una ratifica parlamentare del Trattato, come la Repubblica Ceca e la Gran Bretagna. E tuttavia è escluso che il Trattato possa entrare in vigore all’inizio del 2009 come era stato a suo tempo previsto.
Ancor più sconsigliabile è l’ipotesi avanzata da taluno all’indomani del voto irlandese di stabilire che il Trattato entri in vigore non appena gli altri 26 Paesi dell’Unione lo abbiano ratificato: sarebbe una violazione del Trattato di Lisbona che richiede invece per entrare in vigore la ratifica da parte di tutti i Paesi firmatari. L’Europa non può basare un passo in avanti su una violazione di un Trattato.Chi volesse suggerire la via di fare a meno dell’Irlanda - una scelta del tutto sbagliata – dovrebbe, in ogni caso, prevedere di stipulare un nuovo Trattato fra gli altri 26 paesi membri e avviare il processo di ratifica nei 26 paesi sul nuovo testo. Se l’Unione Europea si avventurasse lungo questa strada, scoprirebbe probabilmente che non sarebbe affatto facile approvare questo nuovo Trattato e che alcuni dei Paesi membri che hanno già espresso perplessità sul Trattato di Lisboma – come ad esempio la Polonia – probabilmente non accetterebbero di firmare il nuovo Trattato.
Allo stato dei fatti la cosa migliore è non fare nulla: proseguire, senza affanno, nel processo di ratifica e poi aspettare di comprendere dall’Irlanda se il Governo di quel Paese ritenga possibile un nuovo referendum sulla base di qualche strumento laterale rispetto al Trattato, come un protocollo aggiuntivo o qualcosa di questo genere.
Altrettanto sconsigliabile è la proposta di creare una specie di lega dei Paesi che vogliano fare da avanguardia europea. Se questa proposta venisse formalizzata, essa implicherebbe la spaccatura dell’Unione in due entità fra loro diverse: un gruppo di Paesi disposti a un processo di integrazione politica molto spinto collocato all’interno di un’organizzazione internazionale che sostanzialmente sarebbe rappresentativa di un mercato unico, una grande area commerciale integrata priva di istituzioni sovranazionali, se non quelle necessarie alla buona gestione dell’area integrata. Sarebbe in sé un’idea sbagliata perché la forza dell’Europa nel mondo sta nella sua dimensione complessiva, nel fatto di comprendere tutti o quasi i Paesi che geograficamente appartengono all’Europa. Una lega di pochi Paesi fra loro politicamente integrati, diversa e separata dal complesso dei Paesi europei, sarebbe una costruzione asfittica e priva di prospettive.In questa materia, ci vuole molta pazienza. Gli astratti furori europeistici, le grida di dolore per la sordità europea di questo o di quello, le dichiarazioni velleitarie sul futuro rischiano di fare danno invece di costituire uno stimolo a procedere. Conviene in primo luogo riflettere seriamente sul fatto che l’Europa non risolve i problemi dei cittadini e non lo fa non perché non abbia le istituzioni comuni, ma perché esistono opinioni molto diverse sui contenuti di quelle politiche. Basta pensare al danno prodotto da una visione ristretta dei compiti della politica monetaria (che non si può modificare perché in Europa su questo punto le opinioni sono troppo divergenti) all’immagine dell’Europa nelle fasi in cui l’economia va male.Lo Stato federale europeo non è materia per l’oggi, né per il prossimo futuro. Si può sostenere in astratto, come fanno i federalisti, che senza uno Stato federale l’Europa è destinata a non poter svolgere un ruolo di peso nel mondo. Ma per federare gli stati serve un federatore: un federatore interno, cioè un paese dominante sugli altri che imponga il suo dominio attraverso la forma federale. Oppure un federatore esterno cioè un nemico comune.
Per fortuna non c’è in Europa un federatore interno; non c’è più il federatore esterno. La guerra con l’Inghilterra fu il catalizzatore degli Stati Uniti d’America; la minaccia dell’URSS è stata nella prima parte del secondo dopoguerra il federatore per i piccoli e impoveriti Stati dell’Europa Occidentale usciti dalla seconda guerra mondiale.Se non c’è oggi in Europa un catalizzatore delle volontà comuni, evocare l’Europa federale appare come un esercizio retorico. Oggi i cittadini vogliono semmai un Governo più vicino a loro e meno potente; non un Governo più lontano e più potente. Il no all’Europa di molti popoli europei riflette la paura di essere assoggettati a poteri distanti e incontrollabili. Se non si risponde seriamente a questa preoccupazione, il sentimento antieuropeo è destinato a crescere dappertutto in Europa a partire, paradossalmente dai Paesi, come l’Italia, la Germania, la Francia e il Benelux dove il processo di integrazione europea ha avuto avvio.E’ già avvenuto in Francia; è avvenuto in Olanda: stiamo attenti a non provocare un fenomeno analogo in Germania o in Italia. Quindi calma, riflessione e prudenza, poche polemiche e molta concretezza.

martedì 10 giugno 2008

10 giugno 2008 - l'Italia e il problema energetico:il rapporto dell'Agenzia Internazionale dell'Energia

Il rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) sulle tecnologie del futuro in campo energetico, diffuso alla fine della settimana scorsa, ha avuto scarsa eco in Italia. Esso invece meriterebbe di essere conosciuto e discusso ampiamente. La tesi di fondo del Rapporto è che esistono abbastanza riserve di petrolio, di gas e di altri combustibili nel mondo per soddisfare, per i prossimi 40 anni, la crescita prevedibile dei fabbisogni energetici. Davanti a noi, non vi è dunque un problema di scarsità di risorse energetiche. Vi è invece un problema serissimo di carattere ambientale connesso alle conseguenze sul clima del pianeta della combustione degli idrocarburi. Il rapporto della IEA parla esplicitamente, a questo proposito, della necessità di evitare “cambiamenti significativi in tutti gli aspetti della vita e mutamenti irreversibili nell’ambiente naturale”.

Il problema si pone in questi termini: è’ possibile, si chiede la IEA, soddisfare la crescente domanda di energia e nello stesso tempo ridurre l’impatto ambientale? Da un punto di vista quantitativo, la disponibilità di petrolio e di gas appare molto ampia, seppure a prezzi crescenti, ed è possibile immaginare la produzione di idrocarburi da fonti diverse da quelle attuali, come ad esempio gli scisti bituminosi, o la liquefazione del carbone. Tutto questo comporterebbe costi elevati, ma non ridurrebbe l’impatto ambientale. Quello che invece è indispensabile, afferma il Rapporto, è ridurre la quantità di idrocarburi domandata. E questo è possibile con un mix diverso nella produzione di energia e con l’adozione di nuove tecnologie. In questo caso – afferma la IEA - sarebbe addirittura possibile ridurre di un quarto rispetto ai livelli attuali la domanda di idrocarburi.

Una parte importante di questo contenimento verrebbe da un peso maggiore nella produzione di energia elettrica delle fonti diverse dagli idrocarburi. Il caso più significativo è quello dell’energia nucleare che oggi contribuisce per circa il 5% della produzione di elettricità e che dovrebbe, secondo le proposte della IEA, raggiungere una quota compresa fra il 20 e il 30%.

Queste conclusioni rafforzano, per quanto riguarda l’Italia, le ragioni del ritorno all’energia nucleare annunciato dal Governo Berlusconi. A favore di questa scelta possiamo registrare sia il problema dei costi energetici, sia il problema ambientale. Naturalmente a noi non sfugge che anche il nucleare presenta un problema di impatto sull’ambiente, seppure di natura diversa da quello degli idrocarburi. Nel caso di questi ultimi vi è un danno certo e misurabile; nel caso del nucleare il problema si presenta sotto forma di rischio ambientale, nel senso che, a seconda delle circostanze, il nucleare può essere del tutto privo di riflessi sulle condizioni ambientali, oppure comportare danni più gravi di quelli che gli idrocarburi portano inevitabilmente con sé. Il rischio nucleare contro la certezza del danno ambientale degli idrocarburi. Può il rischio ambientale del nucleare essere azzerato? E a quale costo e con quali modelli organizzativi?
Questi sono problemi ai quali è possibile dare oggi una risposta soddisfacente, mentre è evidente che le emissioni di CO2 possono essere ridotte soltanto riducendo in misura significativa l’utilizzazione di idrocarburi.

C’è un aspetto ulteriore del Rapporto della IEA che meriterebbe di essere discusso. Esso riguarda l’utilizzazione dei prezzi per scoraggiare l’uso degli idrocarburi. Il Rapporto calcola che la tassa sulle emissioni di diossido di carbonio dovrebbe crescere di 4 o 5 volte rispetto ai livelli attuali per provocare una rivoluzione tecnologica capace di ridurre le emissioni di gas del 50% rispetto ai livelli attuali, riduzione ritenuta a sua volta indispensabile per evitare il riscaldamento medio terrestre di 2 gradi circa previsto per la metà del secolo.

Si tratta di scenari molto preoccupanti dei quali sarebbe urgente occuparsi con grande serietà, considerando che qualunque cambiamento che venga deciso ed avviato oggi richiederebbe molto tempo per portare a risultati concreti di qualche importanza. Una ragione in più per sollecitare un’attenzione urgente a questi problemi da parte di un Governo finalmente libero dalla demagogia dell’ambientalismo superficiale della sinistra italiana.

Giorgio La Malfa

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