martedì 1 luglio 2008
Alle origini del no 2: più democrazia o più efficacia?
La scelta di nascondere la testa sotto la sabbia, di procedere come se nulla fosse avvenuto e di assumere un atteggiamento vagamente minaccioso nei confronti delle opinioni pubbliche ‘devianti’ appare disastrosa. Nell’interesse stesso dell’Europa si deve partire dal punto di vista opposto a quello che interpreta il voto come il risultato casuale di un sondaggio che non riguarderebbe il gradimento dell’integrazione europea. Sarebbe stato indispensabile, tre anni fa, prendere molto sul serio il no al Trattato costituzionale espresso da due dei paesi fondatori della Comunità Europea. E’ oggi necessario ragionare a fondo sulle ragioni del no irlandese. Altro che pausa di riflessione. Bisogna sforzarsi di identificare con precisione le cause del malessere che inducono gli elettori a segnalare il loro disagio quando se ne dà loro l’occasione.
Quando si prendano le mosse dal disincanto degli europei nei confronti del processo di integrazione, si può avanzare l’ipotesi che all’origine della crisi vi sia la percezione o la sensazione di un problema di legittimazione democratica delle istituzioni europee. Il problema non si pone per le istituzioni politiche degli stati membri. Anzi, è dal confronto fra le une e le altre che nascono i dubbi e le incertezze delle opinioni pubbliche europee. Per quante riserve essi possano avere sulle strutture politiche e di governo dei rispettivi paesi, nella loro stragrande maggioranza i cittadini degli stati europei sentono di vivere in sistemi democratici, cioè in sistemi che, in ultima analisi, sono sotto il loro controllo. Il voto periodico per il rinnovo dei Parlamenti o per l’elezione dei capi dell’esecutivo consente o dà la sensazione di consentire un’influenza diretta sugli orientamenti e le scelte dei governi dei rispettivi paesi. Non mi sembra che vi siano segnali nei singoli paesi europei di un deficit democratico degli organi costituzionali. I governi possono apparire più vicini o più lontani dai bisogni dei cittadini, ma questi ultimi hanno la sensazione di disporre, al momento del voto, del potere di correggere e di riorientare le scelte pubbliche.
Per l’Europa non è così. Gli osservatori del processo di integrazione europea hanno accennato spesso al tema del deficit democratico, ma bisogna dire che, se è stato posto, il problema non è mai stato affrontato per quello che è. Probabilmente perché esso non ha una facile soluzione o forse non ha una soluzione almeno in tempi brevi. Naturalmente il tema del controllo democratico è molto complesso. Non è fatto solo di aspetti formali, ma comprende anche questioni sostanziali.
I due principali organi di governo europeo sono il Consiglio e la Commissione. Ambedue presentano profili delicati per quanto riguarda il controllo democratico sui loro orientamenti e le loro decisioni. Si potrebbe sostenere che il problema non riguardi particolarmente il Consiglio. I suoi membri infatti, essendo i rappresentanti dei governi nazionali, sono soggetti al controllo democratico che ha luogo in tutti i paesi attraverso il meccanismo elettorale. Ma le cose non stanno esattamente così, perché non vi è un controllo democratico sul Consiglio in quanto tale. Non vi è cioè una sede alla quale ricorrere di fronte alle decisioni del Consiglio, né vi è un periodico ricorso alle urne per scegliere il Consiglio stesso. Ciò che i cittadini europei possono fare è scegliere, al momento delle elezioni nazionali, il proprio governo e dunque, indirettamente, il proprio rappresentante nel Consiglio, ma l’organismo è in sé sottratto a un controllo democratico diretto. Tutte le decisioni che esso prende collegialmente sono sostanzialmente sottratte a un controllo democratico preventivo o successivo.
Problemi analoghi, per molti aspetti più gravi, si pongono per la Commissione Europea alla quale i Trattati attribuiscono uno status particolare di indipendenza rispetto ai Governi ed ai Parlamenti nazionali. I suoi membri sono prescelti dal Consiglio Europeo, ma, salvo nel caso si rendano responsabili di gravi irregolarità, i Commissari sono inamovibili. I governi nazionali non possono revocarli e sostituirli. Non possono dare loro indirizzi politici. Sostanzialmente la Commissione una volta nominata nelle materie che i trattati le assegnano ha, per la durata del mandato, una pressoché totale libertà di decisione. Esiste, è vero, un certo controllo democratico esercitato sulla Commissione dal Parlamento Europeo che a sua volta, essendo eletto a suffragio universale, rappresenta certamente un’istanza democratica. Il Parlamento esamina i candidati al ruolo di Commissari europei proposti dal Consiglio Europeo e può contestarne le qualificazioni ad assumere la funzione. Il Parlamento dispone inoltre del potere della sfiducia attraverso il quale può imporre le dimissioni della Commissione. Questo potere, tuttavia, non può essere esercitato dal Parlamento Europeo in ragione delle scelte politiche della Commissione: è essenzialmente un potere di impeachment collegato all’emergere di responsabilità individuali o collettive nell’esercizio dei compiti istituzionali previsti dai Trattati.
Il Parlamento Europeo dovrebbe essere in un certo senso l’organismo che colma il deficit democratico delle altre istituzioni europee. Ma ciò non avviene sia per la totale carenza di poteri nei confronti del Consiglio, sia per i poteri limitati di cui il Parlamento dispone nei confronti della Commissione. Esso è andato acquisendo nel tempo poteri maggiori in campi specifici – per esempio in materia di bilancio – ma non essendo chiaro il modello costituzionale dell’Europa, non è chiaro in esso quale ruolo sia chiamato a svolgere il Parlamento. Queste semplici considerazioni sono ben note agli studiosi delle istituzioni europee, ma non sono mai tenute in conto nelle analisi della crisi europea che si manifesta in occasioni come quelle dei referendum.
L’ostilità verso l’aumento dei poteri delle istituzioni europee che si manifesta ogni qual volta i cittadini di uno o dell’altro paese europeo hanno occasione di farlo nasce da questo senso di incontrollabilità democratica di organismi di governo dalle cui decisioni dipende ormai la legislazione e una parte crescente delle politiche dei paesi membri. La nascita dell’euro ha ulteriormente rafforzato il senso di una separatezza fra il mondo delle istituzioni europee e i problemi dei cittadini. Non è questa la sede per tornare ancora sui problemi dell’assetto istituzionale dell’Unione Monetaria Europea e sui poteri e responsabilità della Banca Centrale Europea. Per quanto venga sostenuta autorevolmente la tesi che l’assetto migliore per la conduzione della politica monetaria sia la sottrazione di essa alla responsabilità politica ed il suo affidamento a un organismo tecnico-burocratico protetto da uno statuto di totale indipendenza da ogni organi politico-istituzionale nazionale o europeo, non può che apparire anomalo da un punto di vista democratico che scelte che condizionano fortemente la vita dei paesi europei siano del tutto sottratte a un’influenza politica. Non c’è alcuna vera giustificazione per una situazione di questo genere, salvo il fatto che l’Unione Monetaria non sarebbe venuta alla luce se non fosse stato adottato questo particolare e abbastanza improponibile assetto istituzionale.
La risposta che di norma viene offerta a una percezione diffusa di lontananza ed incontrollabilità delle istituzioni europee è assai poco convincente. Essa consiste nell’elencare i vantaggi che l’Europa trae dall’avere in molti campi un governo continentale: il mercato unico, l’euro, la politica commerciale unica, la politica agricola e così via e soprattutto nell’indicare le conseguenze negative che si determinerebbero se in luogo delle politiche comuni i singoli paesi europei dovessero far fronte separatamente l’uno dall’altro alle circostanze della vita internazionale. Piccolo non sarebbe bello. Grande è necessario. Ma l’errore racchiuso in questa risposta è che essa non allevia le preoccupazioni dei cittadini per la lontananza e per l’incontrollabilità delle istituzioni europee. E’ una risposta sostanzialmente paternalistica. Le classi dirigenti europee sembrano rivolgersi ai cittadini dicendo loro che, per quanto essi possano avere qualche motivo per ritenere che le istituzioni europee siano distanti e poco controllabili, se il potere di decisione venisse restituito a delle entità di Governo più vicine ai cittadini e da loro direttamente influenzabili, l’aumento di democrazia sarebbe più che controbilanciato in senso negativo dall’impossibilità di difendere efficacemente gli interessi dei cittadini. E’ come se dicessero: dovete scegliere fra poteri democratici inefficaci e poteri tecnocratici efficaci. Più democrazia o più efficacia? Governi più vicini ai cittadini o governi più in grado di realizzare cose buone? C’è da sorprendersi se, sempre di più, la reazione popolare in Europa sia di scetticismo sulla verità di queste asserzioni non corroborate da argomenti sostanziali?Questo è dunque il problema europeo. L’atteggiamento critico verso l’Europa non è, come spesso lo si dipinge, espressione di una regressione nel localismo. E’ invece una giusta aspirazione alla partecipazione democratica da parte di masse crescenti di cittadini nelle decisioni che pesano direttamente sulle loro condizioni di vita e sul loro futuro. Perché dipingere gli elettori irlandesi come degli egoisti incapaci di apprezzare i vantaggi che la partecipazione alla Comunità europea ha apportato loro e non riconoscere invece che, nel momento in cui risulta evidente che le scelte europee pesano e peseranno sul futuro dei cittadini europei più delle decisioni che possano prendere i governi degli Stati membri, i cittadini vogliono la garanzia di potere scegliere essi i propri governanti europei?
Quando si prendano le mosse dal disincanto degli europei nei confronti del processo di integrazione, si può avanzare l’ipotesi che all’origine della crisi vi sia la percezione o la sensazione di un problema di legittimazione democratica delle istituzioni europee. Il problema non si pone per le istituzioni politiche degli stati membri. Anzi, è dal confronto fra le une e le altre che nascono i dubbi e le incertezze delle opinioni pubbliche europee. Per quante riserve essi possano avere sulle strutture politiche e di governo dei rispettivi paesi, nella loro stragrande maggioranza i cittadini degli stati europei sentono di vivere in sistemi democratici, cioè in sistemi che, in ultima analisi, sono sotto il loro controllo. Il voto periodico per il rinnovo dei Parlamenti o per l’elezione dei capi dell’esecutivo consente o dà la sensazione di consentire un’influenza diretta sugli orientamenti e le scelte dei governi dei rispettivi paesi. Non mi sembra che vi siano segnali nei singoli paesi europei di un deficit democratico degli organi costituzionali. I governi possono apparire più vicini o più lontani dai bisogni dei cittadini, ma questi ultimi hanno la sensazione di disporre, al momento del voto, del potere di correggere e di riorientare le scelte pubbliche.
Per l’Europa non è così. Gli osservatori del processo di integrazione europea hanno accennato spesso al tema del deficit democratico, ma bisogna dire che, se è stato posto, il problema non è mai stato affrontato per quello che è. Probabilmente perché esso non ha una facile soluzione o forse non ha una soluzione almeno in tempi brevi. Naturalmente il tema del controllo democratico è molto complesso. Non è fatto solo di aspetti formali, ma comprende anche questioni sostanziali.
I due principali organi di governo europeo sono il Consiglio e la Commissione. Ambedue presentano profili delicati per quanto riguarda il controllo democratico sui loro orientamenti e le loro decisioni. Si potrebbe sostenere che il problema non riguardi particolarmente il Consiglio. I suoi membri infatti, essendo i rappresentanti dei governi nazionali, sono soggetti al controllo democratico che ha luogo in tutti i paesi attraverso il meccanismo elettorale. Ma le cose non stanno esattamente così, perché non vi è un controllo democratico sul Consiglio in quanto tale. Non vi è cioè una sede alla quale ricorrere di fronte alle decisioni del Consiglio, né vi è un periodico ricorso alle urne per scegliere il Consiglio stesso. Ciò che i cittadini europei possono fare è scegliere, al momento delle elezioni nazionali, il proprio governo e dunque, indirettamente, il proprio rappresentante nel Consiglio, ma l’organismo è in sé sottratto a un controllo democratico diretto. Tutte le decisioni che esso prende collegialmente sono sostanzialmente sottratte a un controllo democratico preventivo o successivo.
Problemi analoghi, per molti aspetti più gravi, si pongono per la Commissione Europea alla quale i Trattati attribuiscono uno status particolare di indipendenza rispetto ai Governi ed ai Parlamenti nazionali. I suoi membri sono prescelti dal Consiglio Europeo, ma, salvo nel caso si rendano responsabili di gravi irregolarità, i Commissari sono inamovibili. I governi nazionali non possono revocarli e sostituirli. Non possono dare loro indirizzi politici. Sostanzialmente la Commissione una volta nominata nelle materie che i trattati le assegnano ha, per la durata del mandato, una pressoché totale libertà di decisione. Esiste, è vero, un certo controllo democratico esercitato sulla Commissione dal Parlamento Europeo che a sua volta, essendo eletto a suffragio universale, rappresenta certamente un’istanza democratica. Il Parlamento esamina i candidati al ruolo di Commissari europei proposti dal Consiglio Europeo e può contestarne le qualificazioni ad assumere la funzione. Il Parlamento dispone inoltre del potere della sfiducia attraverso il quale può imporre le dimissioni della Commissione. Questo potere, tuttavia, non può essere esercitato dal Parlamento Europeo in ragione delle scelte politiche della Commissione: è essenzialmente un potere di impeachment collegato all’emergere di responsabilità individuali o collettive nell’esercizio dei compiti istituzionali previsti dai Trattati.
Il Parlamento Europeo dovrebbe essere in un certo senso l’organismo che colma il deficit democratico delle altre istituzioni europee. Ma ciò non avviene sia per la totale carenza di poteri nei confronti del Consiglio, sia per i poteri limitati di cui il Parlamento dispone nei confronti della Commissione. Esso è andato acquisendo nel tempo poteri maggiori in campi specifici – per esempio in materia di bilancio – ma non essendo chiaro il modello costituzionale dell’Europa, non è chiaro in esso quale ruolo sia chiamato a svolgere il Parlamento. Queste semplici considerazioni sono ben note agli studiosi delle istituzioni europee, ma non sono mai tenute in conto nelle analisi della crisi europea che si manifesta in occasioni come quelle dei referendum.
L’ostilità verso l’aumento dei poteri delle istituzioni europee che si manifesta ogni qual volta i cittadini di uno o dell’altro paese europeo hanno occasione di farlo nasce da questo senso di incontrollabilità democratica di organismi di governo dalle cui decisioni dipende ormai la legislazione e una parte crescente delle politiche dei paesi membri. La nascita dell’euro ha ulteriormente rafforzato il senso di una separatezza fra il mondo delle istituzioni europee e i problemi dei cittadini. Non è questa la sede per tornare ancora sui problemi dell’assetto istituzionale dell’Unione Monetaria Europea e sui poteri e responsabilità della Banca Centrale Europea. Per quanto venga sostenuta autorevolmente la tesi che l’assetto migliore per la conduzione della politica monetaria sia la sottrazione di essa alla responsabilità politica ed il suo affidamento a un organismo tecnico-burocratico protetto da uno statuto di totale indipendenza da ogni organi politico-istituzionale nazionale o europeo, non può che apparire anomalo da un punto di vista democratico che scelte che condizionano fortemente la vita dei paesi europei siano del tutto sottratte a un’influenza politica. Non c’è alcuna vera giustificazione per una situazione di questo genere, salvo il fatto che l’Unione Monetaria non sarebbe venuta alla luce se non fosse stato adottato questo particolare e abbastanza improponibile assetto istituzionale.
La risposta che di norma viene offerta a una percezione diffusa di lontananza ed incontrollabilità delle istituzioni europee è assai poco convincente. Essa consiste nell’elencare i vantaggi che l’Europa trae dall’avere in molti campi un governo continentale: il mercato unico, l’euro, la politica commerciale unica, la politica agricola e così via e soprattutto nell’indicare le conseguenze negative che si determinerebbero se in luogo delle politiche comuni i singoli paesi europei dovessero far fronte separatamente l’uno dall’altro alle circostanze della vita internazionale. Piccolo non sarebbe bello. Grande è necessario. Ma l’errore racchiuso in questa risposta è che essa non allevia le preoccupazioni dei cittadini per la lontananza e per l’incontrollabilità delle istituzioni europee. E’ una risposta sostanzialmente paternalistica. Le classi dirigenti europee sembrano rivolgersi ai cittadini dicendo loro che, per quanto essi possano avere qualche motivo per ritenere che le istituzioni europee siano distanti e poco controllabili, se il potere di decisione venisse restituito a delle entità di Governo più vicine ai cittadini e da loro direttamente influenzabili, l’aumento di democrazia sarebbe più che controbilanciato in senso negativo dall’impossibilità di difendere efficacemente gli interessi dei cittadini. E’ come se dicessero: dovete scegliere fra poteri democratici inefficaci e poteri tecnocratici efficaci. Più democrazia o più efficacia? Governi più vicini ai cittadini o governi più in grado di realizzare cose buone? C’è da sorprendersi se, sempre di più, la reazione popolare in Europa sia di scetticismo sulla verità di queste asserzioni non corroborate da argomenti sostanziali?Questo è dunque il problema europeo. L’atteggiamento critico verso l’Europa non è, come spesso lo si dipinge, espressione di una regressione nel localismo. E’ invece una giusta aspirazione alla partecipazione democratica da parte di masse crescenti di cittadini nelle decisioni che pesano direttamente sulle loro condizioni di vita e sul loro futuro. Perché dipingere gli elettori irlandesi come degli egoisti incapaci di apprezzare i vantaggi che la partecipazione alla Comunità europea ha apportato loro e non riconoscere invece che, nel momento in cui risulta evidente che le scelte europee pesano e peseranno sul futuro dei cittadini europei più delle decisioni che possano prendere i governi degli Stati membri, i cittadini vogliono la garanzia di potere scegliere essi i propri governanti europei?
venerdì 27 giugno 2008
Alle origini del no - 27 giugno 2008
L’esito negativo del referendum irlandese dello scorso mese di giugno sul Trattato di Lisbona, così come quelli della Francia e dell’Olanda nel 2005 sul Trattato costituzionale, rappresentano dei segnali molto preoccupanti per il processo di integrazione europea. Le classi dirigenti europee si dovrebbero interrogare molto seriamente sulle ragioni di questa reazione di rigetto nei confronti dell’Europa e cercare di andare al fondo delle questioni che queste risposte popolari pongono.
Invece di affrontare la situazione che si è creata, sia i governi che la Commissione europea anno scelto la strada opposta: parlare il meno possibile del problema (questo è il senso di quella che viene chiamata pudicamente “la pausa di riflessione”); cercare delle spiegazioni per il no che escludano il più possibile l’ipotesi che gli elettori si siano espressi negativamente sul progetto europeo in quanto tale. Possono essere addotte ragioni di prudenza per l’una e per l’altra scelta. Ma non è detto che sia saggio rinviare una riflessione sulle ragioni per le quali, quando sono chiamati a farlo, gli elettori europei si esprimono negativamente su un Trattato sottoscritto dai loro Governi.
L’esempio più evidente di questo sforzo di minimizzazione fu il commento del Presidente della Commissione europea nel 2005 dopo l’insuccesso nel referendum francese sul Trattato di Roma: “Il no francese – dichiarò allora Manuel Barroso - non è un no al testo (del Trattato costituzionale) bensì al contesto”. Seguirono questa falsariga i commenti al voto negativo dell’Olanda nel 2005 a pochi giorni dall’esito del referendum francese. Simili a queste sono state le interpretazioni offerte per il no irlandese. Gli elettori europei, secondo queste interpretazioni, non intenderebbero pronunciarsi sul merito dei Trattati, peraltro – si aggiunge - così lunghi e complessi da risultare praticamente illeggibili, e neppure sul processo di integrazione europea in quanto tale di cui gli elettori non possono non apprezzare i grandi effetti positivi. Può esservi – si ammette - una quota del voto che fa capo a qualche segmento nazionalista, nostalgico della sovranità del proprio Stato, ma la spiegazione del successo dei no va ricercata nell’assommarsi di reazioni diverse, in parte contraddittorie, che portano vari segmenti dell’elettorato a trovare nel referendum l’occasione per una manifestazione clamorosa di questo loro malessere che avrebbe a che fare solo parzialmente con la questione sottoposta al voto popolare.
Una parte degli elettori – si dice – coglie l’occasione del referendum per esprimere la propria insoddisfazione verso il governo, anche se il referendum riguarda l’Europa e non il governo; un’altra trova modo, con il no, di manifestare allarme per la globalizzazione sentita come una minaccia alla stabilità del proprio posto di lavoro, nonostante che l’integrazione europea non sia la causa della globalizzazione e anzi sia forse lo strumento per farvi fronte; altri ancora voterebbero no per segnalare la propria preoccupazione per il fenomeno dell’immigrazione sia dai paesi dell’Unione, sia dall’esterno di essa. Si è letto anche che l’Irlanda potrebbe aver votato no perché nel Trattato non si farebbe riferimento alle radici cristiane dell’Europa.
Dunque in fin dei conti l’esito referendario non sarebbe un no all’Europa, ma la somma di tante pulsioni diverse che con l’Europa non hanno molto a che fare. Da qui il passo è breve a sostenere che l’esito del referendum sia il frutto di un equivoco dovuto alla confusione ingenerata negli elettori da un quesito posto su una materia così complessa da non consentire una risposta semplice con un sì o con un no. Anche in questa considerazione, ovviamente, c’è qualcosa di vero. Non è un caso che la Costituzione italiana – che fu redatta da legislatori saggi – escluda la ratifica dei Trattati dalle materie per le quali è possibile il ricorso al referendum. Partendo da queste considerazioni, qualcuno ha sostenuto che la ratifica dei Trattati europei dovrebbe essere affidata in via esclusiva ai Parlamenti. E tuttavia è difficile, ex post factum, cioè dopo le bocciature referendarie dei due Trattati europei più recenti (e, ancor prima di questi episodi, la quasi bocciatura nel 1993 nel referendum francese sul Trattato di Maastricht) stabilire che il compito di ratifica dei Trattati europei spetti esclusivamente ai Parlamenti nazionali. Ancor meno praticabile è la proposta di Mario Monti di prevedere che, quando un paese bocci la ratifica di un Trattato europeo, si debba subito indire un secondo referendum che ponga agli elettori il quesito se essi davvero intendano esprimersi negativamente sull’Europa e dunque uscire dall’Unione o se invece, come direbbero i giuristi, rex melius perpensa, preferiscano ratificare il Trattato.
In sostanza le classi dirigenti europee scelgono la strada di minimizzare il significato dei referendum popolari e di non interrogarsi sul loro significato complessivo. Rifiutano di accettare l’idea che vi sia, fra i cittadini europei, un malessere reale verso la costruzione europea, non intendono affrontare un esame serio della possibilità che le cose stiano così, non intendono mettere in discussione né ciò che è stato fatto, né ciò che di volta in volta viene consolidato in un Trattato sulla base di quanto risulta possibile fare attraverso la negoziazione intergovernativa.
E se non fosse così? Se cioè il voto degli europei esprimesse una reale insoddisfazione verso lo stato dell’integrazione europei, magari assommando il malessere di chi vorrebbe più Europa con quello di chi ne vorrebbe meno? Si tratterebbe pur sempre, anche nel caso in cui il no derivasse dalla spinta di posizioni fra loro contraddittorie, di una manifestazione precisa di pensiero di cui le classi dirigenti dovrebbero farsi carico aprendo una riflessione seria sul processo di integrazione europea, sulla sua attuale condizione, sull’esito o sugli esiti possibili.
L’Europa non sembra rendersi conto che la strada della minimizzazione presenta il rischio dell’accumulazione progressiva del malessere. Dando l’impressione, all’indomani dell’esito negativo di una consultazione popolare, che non si intende rispettare il giudizio popolare ma puramente e semplicemente di trovare il modo di aggirarlo, si rischia di stimolare un effetto di imitazione nei paesi in cui, almeno finora, la maggioranza dei cittadini ha espresso un giudizio favorevole sui passi compiuti nella direzione dell’integrazione europea. E’ stato un errore molto grave, dopo la bocciatura francese e olandese del Trattato costituzionale, riproporre di fatto quello stesso testo, limitandosi soltanto al ritocco lessicale dell’eliminazione della parola ‘Costituzione’. E’ un errore, oggi, pensare di aggirare il problema dell’esito negativo del referendum irlandese chiedendo a quel paese di indire fra qualche mese un nuovo referendum sulla base di un qualche Protocollo aggiuntivo che dia l’impressione (agli elettori irlandesi) che il loro no abbia avuto l’effetto di modificare sostanzialmente il Trattato. Si tratta di sotterfugi che possono avere successo in qualche occasione, ma che portano a un sempre più ampio scetticismo delle opinioni pubbliche sulla costruzione europea. La strada scelta dal Consiglio Europeo di Bruxelles riunitosi all’indomani del referendum irlandese è ancora una volta la stessa: al posto di una riflessione attenta del disincanto crescente delle opinioni pubbliche europee sul processo di integrazione, è stata decisa una cosiddetta ‘pausa di riflessione’. Si è stabilito, in sostanza, di tacere il più possibile nella speranza o nella convinzione che l’Irlanda trovi il modo di ritornare sui propri passi, facendo semmai balenare l’ipotesi che alcuni dei paesi membri possano decidere di procedere da soli nella strada dell’integrazione e magari escludere dal beneficio dei flussi di fondi europei i paesi devianti.
Invece di affrontare la situazione che si è creata, sia i governi che la Commissione europea anno scelto la strada opposta: parlare il meno possibile del problema (questo è il senso di quella che viene chiamata pudicamente “la pausa di riflessione”); cercare delle spiegazioni per il no che escludano il più possibile l’ipotesi che gli elettori si siano espressi negativamente sul progetto europeo in quanto tale. Possono essere addotte ragioni di prudenza per l’una e per l’altra scelta. Ma non è detto che sia saggio rinviare una riflessione sulle ragioni per le quali, quando sono chiamati a farlo, gli elettori europei si esprimono negativamente su un Trattato sottoscritto dai loro Governi.
L’esempio più evidente di questo sforzo di minimizzazione fu il commento del Presidente della Commissione europea nel 2005 dopo l’insuccesso nel referendum francese sul Trattato di Roma: “Il no francese – dichiarò allora Manuel Barroso - non è un no al testo (del Trattato costituzionale) bensì al contesto”. Seguirono questa falsariga i commenti al voto negativo dell’Olanda nel 2005 a pochi giorni dall’esito del referendum francese. Simili a queste sono state le interpretazioni offerte per il no irlandese. Gli elettori europei, secondo queste interpretazioni, non intenderebbero pronunciarsi sul merito dei Trattati, peraltro – si aggiunge - così lunghi e complessi da risultare praticamente illeggibili, e neppure sul processo di integrazione europea in quanto tale di cui gli elettori non possono non apprezzare i grandi effetti positivi. Può esservi – si ammette - una quota del voto che fa capo a qualche segmento nazionalista, nostalgico della sovranità del proprio Stato, ma la spiegazione del successo dei no va ricercata nell’assommarsi di reazioni diverse, in parte contraddittorie, che portano vari segmenti dell’elettorato a trovare nel referendum l’occasione per una manifestazione clamorosa di questo loro malessere che avrebbe a che fare solo parzialmente con la questione sottoposta al voto popolare.
Una parte degli elettori – si dice – coglie l’occasione del referendum per esprimere la propria insoddisfazione verso il governo, anche se il referendum riguarda l’Europa e non il governo; un’altra trova modo, con il no, di manifestare allarme per la globalizzazione sentita come una minaccia alla stabilità del proprio posto di lavoro, nonostante che l’integrazione europea non sia la causa della globalizzazione e anzi sia forse lo strumento per farvi fronte; altri ancora voterebbero no per segnalare la propria preoccupazione per il fenomeno dell’immigrazione sia dai paesi dell’Unione, sia dall’esterno di essa. Si è letto anche che l’Irlanda potrebbe aver votato no perché nel Trattato non si farebbe riferimento alle radici cristiane dell’Europa.
Dunque in fin dei conti l’esito referendario non sarebbe un no all’Europa, ma la somma di tante pulsioni diverse che con l’Europa non hanno molto a che fare. Da qui il passo è breve a sostenere che l’esito del referendum sia il frutto di un equivoco dovuto alla confusione ingenerata negli elettori da un quesito posto su una materia così complessa da non consentire una risposta semplice con un sì o con un no. Anche in questa considerazione, ovviamente, c’è qualcosa di vero. Non è un caso che la Costituzione italiana – che fu redatta da legislatori saggi – escluda la ratifica dei Trattati dalle materie per le quali è possibile il ricorso al referendum. Partendo da queste considerazioni, qualcuno ha sostenuto che la ratifica dei Trattati europei dovrebbe essere affidata in via esclusiva ai Parlamenti. E tuttavia è difficile, ex post factum, cioè dopo le bocciature referendarie dei due Trattati europei più recenti (e, ancor prima di questi episodi, la quasi bocciatura nel 1993 nel referendum francese sul Trattato di Maastricht) stabilire che il compito di ratifica dei Trattati europei spetti esclusivamente ai Parlamenti nazionali. Ancor meno praticabile è la proposta di Mario Monti di prevedere che, quando un paese bocci la ratifica di un Trattato europeo, si debba subito indire un secondo referendum che ponga agli elettori il quesito se essi davvero intendano esprimersi negativamente sull’Europa e dunque uscire dall’Unione o se invece, come direbbero i giuristi, rex melius perpensa, preferiscano ratificare il Trattato.
In sostanza le classi dirigenti europee scelgono la strada di minimizzare il significato dei referendum popolari e di non interrogarsi sul loro significato complessivo. Rifiutano di accettare l’idea che vi sia, fra i cittadini europei, un malessere reale verso la costruzione europea, non intendono affrontare un esame serio della possibilità che le cose stiano così, non intendono mettere in discussione né ciò che è stato fatto, né ciò che di volta in volta viene consolidato in un Trattato sulla base di quanto risulta possibile fare attraverso la negoziazione intergovernativa.
E se non fosse così? Se cioè il voto degli europei esprimesse una reale insoddisfazione verso lo stato dell’integrazione europei, magari assommando il malessere di chi vorrebbe più Europa con quello di chi ne vorrebbe meno? Si tratterebbe pur sempre, anche nel caso in cui il no derivasse dalla spinta di posizioni fra loro contraddittorie, di una manifestazione precisa di pensiero di cui le classi dirigenti dovrebbero farsi carico aprendo una riflessione seria sul processo di integrazione europea, sulla sua attuale condizione, sull’esito o sugli esiti possibili.
L’Europa non sembra rendersi conto che la strada della minimizzazione presenta il rischio dell’accumulazione progressiva del malessere. Dando l’impressione, all’indomani dell’esito negativo di una consultazione popolare, che non si intende rispettare il giudizio popolare ma puramente e semplicemente di trovare il modo di aggirarlo, si rischia di stimolare un effetto di imitazione nei paesi in cui, almeno finora, la maggioranza dei cittadini ha espresso un giudizio favorevole sui passi compiuti nella direzione dell’integrazione europea. E’ stato un errore molto grave, dopo la bocciatura francese e olandese del Trattato costituzionale, riproporre di fatto quello stesso testo, limitandosi soltanto al ritocco lessicale dell’eliminazione della parola ‘Costituzione’. E’ un errore, oggi, pensare di aggirare il problema dell’esito negativo del referendum irlandese chiedendo a quel paese di indire fra qualche mese un nuovo referendum sulla base di un qualche Protocollo aggiuntivo che dia l’impressione (agli elettori irlandesi) che il loro no abbia avuto l’effetto di modificare sostanzialmente il Trattato. Si tratta di sotterfugi che possono avere successo in qualche occasione, ma che portano a un sempre più ampio scetticismo delle opinioni pubbliche sulla costruzione europea. La strada scelta dal Consiglio Europeo di Bruxelles riunitosi all’indomani del referendum irlandese è ancora una volta la stessa: al posto di una riflessione attenta del disincanto crescente delle opinioni pubbliche europee sul processo di integrazione, è stata decisa una cosiddetta ‘pausa di riflessione’. Si è stabilito, in sostanza, di tacere il più possibile nella speranza o nella convinzione che l’Irlanda trovi il modo di ritornare sui propri passi, facendo semmai balenare l’ipotesi che alcuni dei paesi membri possano decidere di procedere da soli nella strada dell’integrazione e magari escludere dal beneficio dei flussi di fondi europei i paesi devianti.
venerdì 20 giugno 2008
20 giugno 2008 - Non è successo niente
Non sembra affatto giustificata la drammatizzazione da parte di molti del voto negativo dell’Irlanda sul Trattato di Lisbona. Sul piano del funzionamento delle istituzioni europee la bocciatura del Trattato avrà conseguenze marginali se non proprio irrilevanti. L’esito del referendum irlandese pone certamente problemi politici seri all’Europa, ma non è successo nulla di irreparabile. Non c’è bisogno di citare la tragedia di Macbeth come fa Barbara Spinelli sulla Stampa di domenica 15.
Intanto, non è un passo indietro nell’integrazione europea: al massimo si può dire che il voto irlandese impedisce un passo avanti. Ma si sarebbe trattato di un modesto passo avanti, non certo di uno straordinario salto di qualità. Cerchiamo dunque di guardare le cose come stanno, senza tanta retorica.
Le modifiche istituzionali più importanti previste nel Trattato comprendevano:
· una modesta estensione delle competenze dell’Unione ad ambiti come la giustizia e l’energia su cui attualmente l’Europa può intervenire solo attraverso l’accordo fra i Governi degli Stati membri raggiunto nel Consiglio Europeo;
· l’estensione del voto a maggioranza ad alcune questioni attualmente comprese fra quelle per le quali è oggi necessaria l’unanimità;
· l’introduzione di un sistema di voto (la doppia maggioranza degli Stati e delle popolazioni) che avrebbe reso meno facile di oggi la formazione di minoranze di blocco nelle materie per le quali è previsto il voto a maggioranza;
· la nomina di un Presidente non rotativo dell’Unione Europea;
· la trasformazione dell’Alto Rappresentante per la politica estera in un Ministro degli Esteri dell’Unione Europea e la creazione di un vero e proprio servizio diplomatico europeo
· la riduzione del numero dei parlamentari europei e dei Commissari europei.
· una modesta estensione delle competenze dell’Unione ad ambiti come la giustizia e l’energia su cui attualmente l’Europa può intervenire solo attraverso l’accordo fra i Governi degli Stati membri raggiunto nel Consiglio Europeo;
· l’estensione del voto a maggioranza ad alcune questioni attualmente comprese fra quelle per le quali è oggi necessaria l’unanimità;
· l’introduzione di un sistema di voto (la doppia maggioranza degli Stati e delle popolazioni) che avrebbe reso meno facile di oggi la formazione di minoranze di blocco nelle materie per le quali è previsto il voto a maggioranza;
· la nomina di un Presidente non rotativo dell’Unione Europea;
· la trasformazione dell’Alto Rappresentante per la politica estera in un Ministro degli Esteri dell’Unione Europea e la creazione di un vero e proprio servizio diplomatico europeo
· la riduzione del numero dei parlamentari europei e dei Commissari europei.
La mancata introduzione di queste modifiche lascia in vita le regole attualmente in vigore dal Trattato di Nizza in poi. L’Europa ha funzionato in questi anni sulla base di quelle regole e non vi sono questioni sulle quali in questi anni l’Europa si sia impantanata a causa dell’assetto istituzionale attuale. Alcune di quelle modifiche avrebbero reso meno pletorico qualche organo, come ad esempio la Commissione Europea o meno numeroso il Parlamento Europeo. Altre forse, come la nomina del Presidente della UE avrebbero reso più confuso il quadro istituzionale con il rischio di una sovrapposizione fra le competenze e i compiti di questa figura e quelle della Commissione Europea che, al tempo della Convenzione, si era opposta a questa innovazione istituzionale.
In sostanza non siamo di fronte a una crisi dell’Unione Europea, ma al rifiuto di introdurre alcune modifiche istituzionali: si procederà egualmente, come è avvenuto finora.Queste considerazioni portano anche a suggerire prudenza per quanto riguarda le cose da fare oggi, dopo la bocciatura del Trattato. Si può forse auspicare che il processo di ratifica del Trattato da parte dei Paesi dell’Unione che non vi abbiano ancora proceduto prosegua speditamene, anche se è possibile che oggi possano nascere varie difficoltà in alcuni paesi in cui appariva probabile una ratifica parlamentare del Trattato, come la Repubblica Ceca e la Gran Bretagna. E tuttavia è escluso che il Trattato possa entrare in vigore all’inizio del 2009 come era stato a suo tempo previsto.
Ancor più sconsigliabile è l’ipotesi avanzata da taluno all’indomani del voto irlandese di stabilire che il Trattato entri in vigore non appena gli altri 26 Paesi dell’Unione lo abbiano ratificato: sarebbe una violazione del Trattato di Lisbona che richiede invece per entrare in vigore la ratifica da parte di tutti i Paesi firmatari. L’Europa non può basare un passo in avanti su una violazione di un Trattato.Chi volesse suggerire la via di fare a meno dell’Irlanda - una scelta del tutto sbagliata – dovrebbe, in ogni caso, prevedere di stipulare un nuovo Trattato fra gli altri 26 paesi membri e avviare il processo di ratifica nei 26 paesi sul nuovo testo. Se l’Unione Europea si avventurasse lungo questa strada, scoprirebbe probabilmente che non sarebbe affatto facile approvare questo nuovo Trattato e che alcuni dei Paesi membri che hanno già espresso perplessità sul Trattato di Lisboma – come ad esempio la Polonia – probabilmente non accetterebbero di firmare il nuovo Trattato.
Allo stato dei fatti la cosa migliore è non fare nulla: proseguire, senza affanno, nel processo di ratifica e poi aspettare di comprendere dall’Irlanda se il Governo di quel Paese ritenga possibile un nuovo referendum sulla base di qualche strumento laterale rispetto al Trattato, come un protocollo aggiuntivo o qualcosa di questo genere.
Altrettanto sconsigliabile è la proposta di creare una specie di lega dei Paesi che vogliano fare da avanguardia europea. Se questa proposta venisse formalizzata, essa implicherebbe la spaccatura dell’Unione in due entità fra loro diverse: un gruppo di Paesi disposti a un processo di integrazione politica molto spinto collocato all’interno di un’organizzazione internazionale che sostanzialmente sarebbe rappresentativa di un mercato unico, una grande area commerciale integrata priva di istituzioni sovranazionali, se non quelle necessarie alla buona gestione dell’area integrata. Sarebbe in sé un’idea sbagliata perché la forza dell’Europa nel mondo sta nella sua dimensione complessiva, nel fatto di comprendere tutti o quasi i Paesi che geograficamente appartengono all’Europa. Una lega di pochi Paesi fra loro politicamente integrati, diversa e separata dal complesso dei Paesi europei, sarebbe una costruzione asfittica e priva di prospettive.In questa materia, ci vuole molta pazienza. Gli astratti furori europeistici, le grida di dolore per la sordità europea di questo o di quello, le dichiarazioni velleitarie sul futuro rischiano di fare danno invece di costituire uno stimolo a procedere. Conviene in primo luogo riflettere seriamente sul fatto che l’Europa non risolve i problemi dei cittadini e non lo fa non perché non abbia le istituzioni comuni, ma perché esistono opinioni molto diverse sui contenuti di quelle politiche. Basta pensare al danno prodotto da una visione ristretta dei compiti della politica monetaria (che non si può modificare perché in Europa su questo punto le opinioni sono troppo divergenti) all’immagine dell’Europa nelle fasi in cui l’economia va male.Lo Stato federale europeo non è materia per l’oggi, né per il prossimo futuro. Si può sostenere in astratto, come fanno i federalisti, che senza uno Stato federale l’Europa è destinata a non poter svolgere un ruolo di peso nel mondo. Ma per federare gli stati serve un federatore: un federatore interno, cioè un paese dominante sugli altri che imponga il suo dominio attraverso la forma federale. Oppure un federatore esterno cioè un nemico comune.
Per fortuna non c’è in Europa un federatore interno; non c’è più il federatore esterno. La guerra con l’Inghilterra fu il catalizzatore degli Stati Uniti d’America; la minaccia dell’URSS è stata nella prima parte del secondo dopoguerra il federatore per i piccoli e impoveriti Stati dell’Europa Occidentale usciti dalla seconda guerra mondiale.Se non c’è oggi in Europa un catalizzatore delle volontà comuni, evocare l’Europa federale appare come un esercizio retorico. Oggi i cittadini vogliono semmai un Governo più vicino a loro e meno potente; non un Governo più lontano e più potente. Il no all’Europa di molti popoli europei riflette la paura di essere assoggettati a poteri distanti e incontrollabili. Se non si risponde seriamente a questa preoccupazione, il sentimento antieuropeo è destinato a crescere dappertutto in Europa a partire, paradossalmente dai Paesi, come l’Italia, la Germania, la Francia e il Benelux dove il processo di integrazione europea ha avuto avvio.E’ già avvenuto in Francia; è avvenuto in Olanda: stiamo attenti a non provocare un fenomeno analogo in Germania o in Italia. Quindi calma, riflessione e prudenza, poche polemiche e molta concretezza.
martedì 10 giugno 2008
10 giugno 2008 - l'Italia e il problema energetico:il rapporto dell'Agenzia Internazionale dell'Energia
Il rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) sulle tecnologie del futuro in campo energetico, diffuso alla fine della settimana scorsa, ha avuto scarsa eco in Italia. Esso invece meriterebbe di essere conosciuto e discusso ampiamente. La tesi di fondo del Rapporto è che esistono abbastanza riserve di petrolio, di gas e di altri combustibili nel mondo per soddisfare, per i prossimi 40 anni, la crescita prevedibile dei fabbisogni energetici. Davanti a noi, non vi è dunque un problema di scarsità di risorse energetiche. Vi è invece un problema serissimo di carattere ambientale connesso alle conseguenze sul clima del pianeta della combustione degli idrocarburi. Il rapporto della IEA parla esplicitamente, a questo proposito, della necessità di evitare “cambiamenti significativi in tutti gli aspetti della vita e mutamenti irreversibili nell’ambiente naturale”.
Il problema si pone in questi termini: è’ possibile, si chiede la IEA, soddisfare la crescente domanda di energia e nello stesso tempo ridurre l’impatto ambientale? Da un punto di vista quantitativo, la disponibilità di petrolio e di gas appare molto ampia, seppure a prezzi crescenti, ed è possibile immaginare la produzione di idrocarburi da fonti diverse da quelle attuali, come ad esempio gli scisti bituminosi, o la liquefazione del carbone. Tutto questo comporterebbe costi elevati, ma non ridurrebbe l’impatto ambientale. Quello che invece è indispensabile, afferma il Rapporto, è ridurre la quantità di idrocarburi domandata. E questo è possibile con un mix diverso nella produzione di energia e con l’adozione di nuove tecnologie. In questo caso – afferma la IEA - sarebbe addirittura possibile ridurre di un quarto rispetto ai livelli attuali la domanda di idrocarburi.
Una parte importante di questo contenimento verrebbe da un peso maggiore nella produzione di energia elettrica delle fonti diverse dagli idrocarburi. Il caso più significativo è quello dell’energia nucleare che oggi contribuisce per circa il 5% della produzione di elettricità e che dovrebbe, secondo le proposte della IEA, raggiungere una quota compresa fra il 20 e il 30%.
Queste conclusioni rafforzano, per quanto riguarda l’Italia, le ragioni del ritorno all’energia nucleare annunciato dal Governo Berlusconi. A favore di questa scelta possiamo registrare sia il problema dei costi energetici, sia il problema ambientale. Naturalmente a noi non sfugge che anche il nucleare presenta un problema di impatto sull’ambiente, seppure di natura diversa da quello degli idrocarburi. Nel caso di questi ultimi vi è un danno certo e misurabile; nel caso del nucleare il problema si presenta sotto forma di rischio ambientale, nel senso che, a seconda delle circostanze, il nucleare può essere del tutto privo di riflessi sulle condizioni ambientali, oppure comportare danni più gravi di quelli che gli idrocarburi portano inevitabilmente con sé. Il rischio nucleare contro la certezza del danno ambientale degli idrocarburi. Può il rischio ambientale del nucleare essere azzerato? E a quale costo e con quali modelli organizzativi?
Questi sono problemi ai quali è possibile dare oggi una risposta soddisfacente, mentre è evidente che le emissioni di CO2 possono essere ridotte soltanto riducendo in misura significativa l’utilizzazione di idrocarburi.
C’è un aspetto ulteriore del Rapporto della IEA che meriterebbe di essere discusso. Esso riguarda l’utilizzazione dei prezzi per scoraggiare l’uso degli idrocarburi. Il Rapporto calcola che la tassa sulle emissioni di diossido di carbonio dovrebbe crescere di 4 o 5 volte rispetto ai livelli attuali per provocare una rivoluzione tecnologica capace di ridurre le emissioni di gas del 50% rispetto ai livelli attuali, riduzione ritenuta a sua volta indispensabile per evitare il riscaldamento medio terrestre di 2 gradi circa previsto per la metà del secolo.
Si tratta di scenari molto preoccupanti dei quali sarebbe urgente occuparsi con grande serietà, considerando che qualunque cambiamento che venga deciso ed avviato oggi richiederebbe molto tempo per portare a risultati concreti di qualche importanza. Una ragione in più per sollecitare un’attenzione urgente a questi problemi da parte di un Governo finalmente libero dalla demagogia dell’ambientalismo superficiale della sinistra italiana.
Giorgio La Malfa
Il problema si pone in questi termini: è’ possibile, si chiede la IEA, soddisfare la crescente domanda di energia e nello stesso tempo ridurre l’impatto ambientale? Da un punto di vista quantitativo, la disponibilità di petrolio e di gas appare molto ampia, seppure a prezzi crescenti, ed è possibile immaginare la produzione di idrocarburi da fonti diverse da quelle attuali, come ad esempio gli scisti bituminosi, o la liquefazione del carbone. Tutto questo comporterebbe costi elevati, ma non ridurrebbe l’impatto ambientale. Quello che invece è indispensabile, afferma il Rapporto, è ridurre la quantità di idrocarburi domandata. E questo è possibile con un mix diverso nella produzione di energia e con l’adozione di nuove tecnologie. In questo caso – afferma la IEA - sarebbe addirittura possibile ridurre di un quarto rispetto ai livelli attuali la domanda di idrocarburi.
Una parte importante di questo contenimento verrebbe da un peso maggiore nella produzione di energia elettrica delle fonti diverse dagli idrocarburi. Il caso più significativo è quello dell’energia nucleare che oggi contribuisce per circa il 5% della produzione di elettricità e che dovrebbe, secondo le proposte della IEA, raggiungere una quota compresa fra il 20 e il 30%.
Queste conclusioni rafforzano, per quanto riguarda l’Italia, le ragioni del ritorno all’energia nucleare annunciato dal Governo Berlusconi. A favore di questa scelta possiamo registrare sia il problema dei costi energetici, sia il problema ambientale. Naturalmente a noi non sfugge che anche il nucleare presenta un problema di impatto sull’ambiente, seppure di natura diversa da quello degli idrocarburi. Nel caso di questi ultimi vi è un danno certo e misurabile; nel caso del nucleare il problema si presenta sotto forma di rischio ambientale, nel senso che, a seconda delle circostanze, il nucleare può essere del tutto privo di riflessi sulle condizioni ambientali, oppure comportare danni più gravi di quelli che gli idrocarburi portano inevitabilmente con sé. Il rischio nucleare contro la certezza del danno ambientale degli idrocarburi. Può il rischio ambientale del nucleare essere azzerato? E a quale costo e con quali modelli organizzativi?
Questi sono problemi ai quali è possibile dare oggi una risposta soddisfacente, mentre è evidente che le emissioni di CO2 possono essere ridotte soltanto riducendo in misura significativa l’utilizzazione di idrocarburi.
C’è un aspetto ulteriore del Rapporto della IEA che meriterebbe di essere discusso. Esso riguarda l’utilizzazione dei prezzi per scoraggiare l’uso degli idrocarburi. Il Rapporto calcola che la tassa sulle emissioni di diossido di carbonio dovrebbe crescere di 4 o 5 volte rispetto ai livelli attuali per provocare una rivoluzione tecnologica capace di ridurre le emissioni di gas del 50% rispetto ai livelli attuali, riduzione ritenuta a sua volta indispensabile per evitare il riscaldamento medio terrestre di 2 gradi circa previsto per la metà del secolo.
Si tratta di scenari molto preoccupanti dei quali sarebbe urgente occuparsi con grande serietà, considerando che qualunque cambiamento che venga deciso ed avviato oggi richiederebbe molto tempo per portare a risultati concreti di qualche importanza. Una ragione in più per sollecitare un’attenzione urgente a questi problemi da parte di un Governo finalmente libero dalla demagogia dell’ambientalismo superficiale della sinistra italiana.
Giorgio La Malfa
venerdì 6 giugno 2008
Decisionismo o immobilismo? In risposta al dr Barello
Gentile dr. Barello,
la ringrazio per la sua cortese lettera e per le osservazioni sul mio articolo. Come lei, io non ho dubbi sulla necessità di ritornare sulla strada del nucleare che l'Italia sbagliò ad abbandonare venti anni fa ed ho visto con piacere che questa sembra essere la posizione del Governo e della nuova Presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia. Mi sembra anche che le opinioni contrarie al nucleare in seno all'opinione pubblica si siano attenuate. Non penso però che si possa parlare di un consenso largo a favore della scelta nucleare.
Questa è la ragione della mia proposta: seguire una strada, ben delimitata nei tempi, che non consenta ad alcuno di dire che sono state ignorate, magari artatamente, le opinioni diverse che pure sono legittime di fronte a una materia così difficile e complessa. E' vero che oggi la società italiana sembra più determinata a respingere il diritto di veto di minoranze spesso esigue. Lo si vede nella questione della spazzatura a Napoli dove finalmente le voci che chiedono allo Stato una fermezza nell'eseguire le decisioni adottate prevalgono su quelle che chiedono cautela e prudenza e rinvii.
E tuttavia non vorrei che ci si illudesse che questo stesso stato d'animo 'decisionista' possa valere per una questione come il nucleare. La spazzatura rappresenta un'emergenza nazionale attuale. L'emergenza energetica è molto meno evidente a una opinione pubblica più larga. Pesano di più in essa parole come 'risparmio', 'energie alternative', 'energia solare' . Bisogna spiegare bene perché il ricorso al nucleare è la scelta migliore dal punto di vista economico. Bisogna altresì rassicurare la gente sulla sicurezza degli impianti, quella intrinseca e quella rispetto ad eventuali atti di terrorismo, sui depositi delle scorie.
Lei scrive che c'è molto pressappochismo nella discussione pubblica italiana: proprio per questo io suggerisco una procedura che tolga più spazio possibile ad argomenti come quelli cui lei fa cenno.
Naturalmente la decisione definitiva sulla strada da scegliere spetta al Governo: se il Governo pensa, come lei, che vi siano già le condizioni per procedere all'attuazione di una decisione di ritorno al nucleare, non avrei alcuna difficoltà a esprimere un voto parlamentare favorevole a queste scelte. Se invece si ritiene che si debba cercare di persuadere il più gran numero di persone prima di passare all'attuazione, allora una qualche procedura come la mia sarebbe utile.
Molto cordialmente
Giorgio La Malfa
la ringrazio per la sua cortese lettera e per le osservazioni sul mio articolo. Come lei, io non ho dubbi sulla necessità di ritornare sulla strada del nucleare che l'Italia sbagliò ad abbandonare venti anni fa ed ho visto con piacere che questa sembra essere la posizione del Governo e della nuova Presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia. Mi sembra anche che le opinioni contrarie al nucleare in seno all'opinione pubblica si siano attenuate. Non penso però che si possa parlare di un consenso largo a favore della scelta nucleare.
Questa è la ragione della mia proposta: seguire una strada, ben delimitata nei tempi, che non consenta ad alcuno di dire che sono state ignorate, magari artatamente, le opinioni diverse che pure sono legittime di fronte a una materia così difficile e complessa. E' vero che oggi la società italiana sembra più determinata a respingere il diritto di veto di minoranze spesso esigue. Lo si vede nella questione della spazzatura a Napoli dove finalmente le voci che chiedono allo Stato una fermezza nell'eseguire le decisioni adottate prevalgono su quelle che chiedono cautela e prudenza e rinvii.
E tuttavia non vorrei che ci si illudesse che questo stesso stato d'animo 'decisionista' possa valere per una questione come il nucleare. La spazzatura rappresenta un'emergenza nazionale attuale. L'emergenza energetica è molto meno evidente a una opinione pubblica più larga. Pesano di più in essa parole come 'risparmio', 'energie alternative', 'energia solare' . Bisogna spiegare bene perché il ricorso al nucleare è la scelta migliore dal punto di vista economico. Bisogna altresì rassicurare la gente sulla sicurezza degli impianti, quella intrinseca e quella rispetto ad eventuali atti di terrorismo, sui depositi delle scorie.
Lei scrive che c'è molto pressappochismo nella discussione pubblica italiana: proprio per questo io suggerisco una procedura che tolga più spazio possibile ad argomenti come quelli cui lei fa cenno.
Naturalmente la decisione definitiva sulla strada da scegliere spetta al Governo: se il Governo pensa, come lei, che vi siano già le condizioni per procedere all'attuazione di una decisione di ritorno al nucleare, non avrei alcuna difficoltà a esprimere un voto parlamentare favorevole a queste scelte. Se invece si ritiene che si debba cercare di persuadere il più gran numero di persone prima di passare all'attuazione, allora una qualche procedura come la mia sarebbe utile.
Molto cordialmente
Giorgio La Malfa
Ritorno al nucleare? In risposta all'articolo del 28 maggio su La Stampa
Egregio Onorevole,
ho letto con interesse l'articolo pubblicato lo scorso Mercoledì 28 Maggio 2008 sul quotidiano "La Stampa" di Torino a proposito del risorgente dibattito sull'eventualità di "ripescaggio" dell'energia di generazione nucleare in Italia. Faccio innanzi tutto i complimenti a Lei ed alla Fondazione Ugo La Malfa per aver intavolato un tema su cui molti parlano (spesso a sproposito) ma è stato finora assente, dal lontano 1989, un nuovo, serio e responsabile dibattito capace di portare a soluzioni rapide (entro i limiti scientificamente e tecnicamente ragionevoli) per capovolgere drasticamente una situazione che è già oggi, a mio pur modesto giudizio, insostenibile per quanto concerne i costi di generazione dell'energia utilizzata dalle famiglie e dalle imprese italiane.
Non mi pare infatti più ammissibile che, con il prezzo del petrolio in crescita senza soluzione di continuità verso i 150 (o 200?...) dollari al barile in Italia continui a trionfare il cosiddetto "partito del no" che tanto male ha fatto, sta facendo e, purtroppo, continuerà a fare se non si pone un deciso e fermo "stop" alle sue assurdità ed ai suoi divieti senza costrutto (es.:No TAV e, appunto, il nucleare).
Tuttavia, pur apprezzando la Sua volontà di far chiarezza in una materia oggi confusa e pochissimo "sentita" a livello dei cittadini, mi permetto di non essere d'accordo sulla "scaletta" e sulla tempistica da Lei suggerita, anche se temo che, alla fine, le cose andranno molto più alle lunghe.
Personalmente credo che non occorra creare alcuna "Commissione di alto profilo",in quanto sono convinto che Le Autorità e gli Enti competenti dispongano già di studi e risultati di ricerca più che sufficienti per mettersi subito al lavoro, fornendo a Governo e Parlamento le necessarie informazioni per poter rapidamente procedere.
Così come non sono d'accordo sul Suo 2° suggerimento (consultazione che coinvolga "tutti i possibili interlocutori").
Vista la più che negativa esperienza della TAV (si "dibatte" da tre anni senza conclusioni alla vista e senza sapere esattamente perchè, per non parlare dei dieci anni precedenti durante i quali ci sarebbe stato tutto il tempo di chiarire le diverse posizioni ed obiezioni giungendo a conclusioni pre-operative), sono molto scettico sulla validità e sull'efficacia del metodo da Lei suggerito
.
Inoltre,anche alla luce delle negative esperienze del Governo Prodi, oltre che ad un mio personale convincimento che la Democrazia non può essere sinonimo di dibattiti, discussioni ed interlocuzioni senza fine o, comunque, con rischio di tempi biblici per giungere a risultati sufficientemente condivisi,su questo specifico tema della produzione di energia nucleare sono convinto che ci si infilerebbe in un "cul de sac" da cui risulterebbe difficile uscire in tempi adeguati e con soluzioni operative.
Perchè, invece, non lasciare agli esistenti Organismi Istituzionali Governo e Parlamento,con le Commissioni ed altre Autorità preposte e competenti la piena ed immediata responsabilità di risolvere il problema, ma in tempi ben più brevi, con un calendario stretto e da rispettare rigorosamente, magari ricorrendo alle Autorità dell'Unione Europea per un'adeguata ed efficace supervisione in merito.
Per quanto riguarda la trasparenza e la ricettività delle informazioni per i cittadini, sono d'accordo con Lei che sia necessario attuare in modo diretto, semplice, chiaro ed efficace,ma ritengo altrettanto importante e non più procrastinabile un messaggio (od una serie di essi) che spazzi via in forma inequivoca la "Grande Illusione" che l'Italia possa sostituire, chissà, anche in tempi brevi (?????) l'attuale 70 - 80% di energia generata da gas e petrolio (entrambi importati/generati a prezzi sempre più proibitivi) con le cosiddette "Energie alternative" (solare, eolica, fotovoltaica) quando i principali Paesi del Mondo hanno più volte mostrato grafici con proiezioni a medio-lungo termine che, nella migliore delle ipotesi, non superavano il 30% per la futura generazione di tali energie. Saremmo dunque solo noi Italiani così intelligenti e scientificamente preparati (oltre che economicamente e finanziariamente) al punto di risolvere, quasi con il classico "tocco di bacchetta magica",un problema tecnicamente e scientificamente irrisolvibile in tali dimensioni percentuali?
Ho insistito su questo punto perchè la superficialità,la demagogia ed il pressapochismo su questi aspetti delle fonti alternative di energia mi sembrano dominare costantemente la scena italiana ed erano un vero "cavallo di battaglia" di certi esponenti del precedente Governo. Mi pare che, in ambito politico e governativo, non solo a livello nazionale, ma anche locale (Regioni, Provincie, Comuni) sia almeno parzialmente ancora radicata questa (per me )assurda convinzione.
Non desidero dilungarmi oltre ed anzi mi scuso per averlo già fatto abusando del Suo tempo. Mi piacerebbe essere fin d'ora considerato a disposizione Sua e dell'eccellente Fondazione che porta il nome prestigiosissimo e rispettabilissimo di Suo padre per eventuali approfondimenti, anche se mi sono espresso da semplice cittadino interessato con passione al tema del nucleare, ma senza specifiche competenze professionali in materia.
RingraziandoLa per la cortese e paziente attenzione, Le porgo i migliori saluti.
Dottor Vincenzo Barello
ho letto con interesse l'articolo pubblicato lo scorso Mercoledì 28 Maggio 2008 sul quotidiano "La Stampa" di Torino a proposito del risorgente dibattito sull'eventualità di "ripescaggio" dell'energia di generazione nucleare in Italia. Faccio innanzi tutto i complimenti a Lei ed alla Fondazione Ugo La Malfa per aver intavolato un tema su cui molti parlano (spesso a sproposito) ma è stato finora assente, dal lontano 1989, un nuovo, serio e responsabile dibattito capace di portare a soluzioni rapide (entro i limiti scientificamente e tecnicamente ragionevoli) per capovolgere drasticamente una situazione che è già oggi, a mio pur modesto giudizio, insostenibile per quanto concerne i costi di generazione dell'energia utilizzata dalle famiglie e dalle imprese italiane.
Non mi pare infatti più ammissibile che, con il prezzo del petrolio in crescita senza soluzione di continuità verso i 150 (o 200?...) dollari al barile in Italia continui a trionfare il cosiddetto "partito del no" che tanto male ha fatto, sta facendo e, purtroppo, continuerà a fare se non si pone un deciso e fermo "stop" alle sue assurdità ed ai suoi divieti senza costrutto (es.:No TAV e, appunto, il nucleare).
Tuttavia, pur apprezzando la Sua volontà di far chiarezza in una materia oggi confusa e pochissimo "sentita" a livello dei cittadini, mi permetto di non essere d'accordo sulla "scaletta" e sulla tempistica da Lei suggerita, anche se temo che, alla fine, le cose andranno molto più alle lunghe.
Personalmente credo che non occorra creare alcuna "Commissione di alto profilo",in quanto sono convinto che Le Autorità e gli Enti competenti dispongano già di studi e risultati di ricerca più che sufficienti per mettersi subito al lavoro, fornendo a Governo e Parlamento le necessarie informazioni per poter rapidamente procedere.
Così come non sono d'accordo sul Suo 2° suggerimento (consultazione che coinvolga "tutti i possibili interlocutori").
Vista la più che negativa esperienza della TAV (si "dibatte" da tre anni senza conclusioni alla vista e senza sapere esattamente perchè, per non parlare dei dieci anni precedenti durante i quali ci sarebbe stato tutto il tempo di chiarire le diverse posizioni ed obiezioni giungendo a conclusioni pre-operative), sono molto scettico sulla validità e sull'efficacia del metodo da Lei suggerito
.
Inoltre,anche alla luce delle negative esperienze del Governo Prodi, oltre che ad un mio personale convincimento che la Democrazia non può essere sinonimo di dibattiti, discussioni ed interlocuzioni senza fine o, comunque, con rischio di tempi biblici per giungere a risultati sufficientemente condivisi,su questo specifico tema della produzione di energia nucleare sono convinto che ci si infilerebbe in un "cul de sac" da cui risulterebbe difficile uscire in tempi adeguati e con soluzioni operative.
Perchè, invece, non lasciare agli esistenti Organismi Istituzionali Governo e Parlamento,con le Commissioni ed altre Autorità preposte e competenti la piena ed immediata responsabilità di risolvere il problema, ma in tempi ben più brevi, con un calendario stretto e da rispettare rigorosamente, magari ricorrendo alle Autorità dell'Unione Europea per un'adeguata ed efficace supervisione in merito.
Per quanto riguarda la trasparenza e la ricettività delle informazioni per i cittadini, sono d'accordo con Lei che sia necessario attuare in modo diretto, semplice, chiaro ed efficace,ma ritengo altrettanto importante e non più procrastinabile un messaggio (od una serie di essi) che spazzi via in forma inequivoca la "Grande Illusione" che l'Italia possa sostituire, chissà, anche in tempi brevi (?????) l'attuale 70 - 80% di energia generata da gas e petrolio (entrambi importati/generati a prezzi sempre più proibitivi) con le cosiddette "Energie alternative" (solare, eolica, fotovoltaica) quando i principali Paesi del Mondo hanno più volte mostrato grafici con proiezioni a medio-lungo termine che, nella migliore delle ipotesi, non superavano il 30% per la futura generazione di tali energie. Saremmo dunque solo noi Italiani così intelligenti e scientificamente preparati (oltre che economicamente e finanziariamente) al punto di risolvere, quasi con il classico "tocco di bacchetta magica",un problema tecnicamente e scientificamente irrisolvibile in tali dimensioni percentuali?
Ho insistito su questo punto perchè la superficialità,la demagogia ed il pressapochismo su questi aspetti delle fonti alternative di energia mi sembrano dominare costantemente la scena italiana ed erano un vero "cavallo di battaglia" di certi esponenti del precedente Governo. Mi pare che, in ambito politico e governativo, non solo a livello nazionale, ma anche locale (Regioni, Provincie, Comuni) sia almeno parzialmente ancora radicata questa (per me )assurda convinzione.
Non desidero dilungarmi oltre ed anzi mi scuso per averlo già fatto abusando del Suo tempo. Mi piacerebbe essere fin d'ora considerato a disposizione Sua e dell'eccellente Fondazione che porta il nome prestigiosissimo e rispettabilissimo di Suo padre per eventuali approfondimenti, anche se mi sono espresso da semplice cittadino interessato con passione al tema del nucleare, ma senza specifiche competenze professionali in materia.
RingraziandoLa per la cortese e paziente attenzione, Le porgo i migliori saluti.
Dottor Vincenzo Barello
martedì 3 giugno 2008
3 giugno 2008 - Forze politiche di minoranza e sistema bipolare
Nella situazione attuale tutto fa ritenere che si vada verso un consolidamento del sistema bipartitico. L’esito delle elezioni ha dato già un segnale chiaro in questo senso. I primi passi dei protagonisti principali della vita politica italiana nelle scorse settimane vanno in questa stessa direzione. L’opinione pubblica accompagna questi sviluppi con evidente favore.
Naturalmente il consolidarsi di questa prospettiva dipenderà in primo luogo dall’evolversi del giudizio sull’azione del Governo. Se il Governo avrà successo, come sembrerebbe dai suoi primi atti, il processo bipartitico troverà un ulteriore impulso. Se, inoltre, l’innovazione del cosiddetto governo ombra acquisterà peso e consistenza politica, si rafforzerà l’idea di una semplificazione del processo politico. La Lega, da un lato, il partito di Di Pietro, dall’altro, cercheranno in tutti i modi di ostacolare questa evoluzione, ma essi non appaiono per ora in condizioni di contrastarla efficacemente. Una prima verifica della forza dell’intesa fra PdL e PD si avrà quando la Camera affronterà il tema delle riforme costituzionali e, ancor prima, quando verranno all’ordine del giorno le proposte di modifica dei regolamenti parlamentari.
In tutta onestà non ci si può augurare, nelle condizioni in cui si trova l’Italia, un fallimento di questo percorso di drastica semplificazione della vita politica del nostro Paese. Non vi è il tempo per nuove fasi di transizione, per nuovi tentativi, per nuove ricerche di assetti migliori della politica italiana. L’Italia non ha davanti a sé anni per recuperare una capacità di decisione per affrontare i propri problemi, dalla crescita economica, alla sicurezza, al ripristino dell’autorità dello Stato rispetto al rifiuto delle comunità locali di accettare le scelte dettate dall’interesse generale quando esse siano in conflitto con i propri interessi particolari.
Questo atteggiamento di disponibilità nei confronti degli sviluppi che si sono manifestati nella situazione politica fra la fine della legislatura precedente ed oggi non vuol dire, però, che tutto sia chiaro nel nuovo bipartitismo italiano. Il fatto è che, specialmente sotto il profilo delle idee, dei valori e dei programmi, la fisionomia dei due grandi partiti è largamente indefinita.
Se ci si domanda, infatti, quale saranno le filosofie di fondo dei due partiti nei quali si vorrebbero far confluire tutte le tradizioni politiche e culturali che hanno accompagnato la vita italiana nel secondo dopoguerra, la risposta appare del tutto incerta. Nel Popolo delle Libertà, a parte il riferimento al manifesto programmatico del Partito Popolare Europeo, che è un documento assolutamente generico, gli unici riferimenti costanti appaiono quelli all’ispirazione cristiana del movimento con tutti gli ovvi corollari per quanto riguarda i temi della famiglia, le questioni etiche e così via.
Quale sia la visione di fondo dei problemi economici e sociali del Paese non si può dire. Vi sono accenni a un orientamento liberale sulle questioni economiche accompagnati, però, dalle riserve, espresse in particolare da Giulio Tremonti, sull’eccessiva ‘ideologizzazione’ del riferimento al mercato. Vi è la rivendicazione di un ruolo dell’intervento pubblico che tuttavia non esprime tanto una compiuta visione di politica economica, quanto in un riferimento alla possibilità di darsi carico attraverso lo Stato di talune esigenze. Il caso dell’Alitalia è un esempio significativo di questo tipo di impostazione. Qual è la visione di fondo del funzionamento dello Stato, aldilà del riferimento consueto al federalismo? Come si intende evitare che l’attribuzione alle regioni della più larga parte del gettito fiscale prodotto in seno alla regione accresca a dismisura la distanza fra il Nord e il Sud? Finanche le questioni di politica fiscale per le quali, nella precedente esperienza di Governo, Berlusconi aveva programmi precisi, seppure non realizzati, oggi vengono presentate in termini suscettibili di interpretazioni diverse ed opposte.
Ancora più evanescenti sono le idee proposte dal PD. E’ stato difficile in campagna elettorale farsi un’idea del programma di un eventuale Governo Veltroni. E’ pressocché impossibile identificare la piattaforma di politica economica del maggiore partito di opposizione. Curioso è parso in questi ultimi giorni l’attacco mosso dall’on. D’Alema contro la Chiesa cattolica: si direbbe che si tratti di una polemica interna al PD, come del resto si deduce dalle reazione della componente cattolica di questo partito.
Queste semplici osservazioni conducono alla conclusione che, per quello che se ne può dire allo stato dei fatti, se nascerà, il bipartitismo italiano sarà connotato da una sostanziale assenza di piattaforme programmatiche consolidate. In sostanza, il bipartitismo unito alla elezione diretta del Primo Ministro farà sì che la personalità dei leaders dei due schieramenti prevarrà, nella definizione programmatica, rispetto alle visioni programmatiche dei due partiti che saranno sostanzialmente generiche. Si può, con molto ottimismo, salutare questa situazione come una evoluzione positiva rispetto all’eccesso di ideologismo che ha caratterizzato la lotta politica italiana negli anni del secondo dopoguerra. Ma si tratterebbe di un giudizio superficiale. Non c’è una buona politica in assenza di un quadro di riferimento entro il quale collocare le idee e le iniziative.
Si tratta, come si vede, di una situazione ancora non del tutto definita che potrà avere sbocchi almeno parzialmente diversi. In questo quadro si pongono oggi nuovi problemi per forze politiche, come i repubblicani nel centrodestra o i radicali nel centrosinistra, che hanno avuto nel corso del dopoguerra una prevalente connotazione programmatica – connotazione che ne ha orientato le alleanze. Queste forze debbono necessariamente cercare di mantenere nella massima misura possibile la propria identità, pur non sottraendosi all’eventualità che il processo di bipartitizzazione della politica italiana possa proseguire e giungere alle sue estreme conseguenze.
In altre parole, se il processo di semplificazione politico-partitica dovesse proseguire e rafforzarsi, bisognerebbe fare in modo di far vivere quelle tradizioni politiche in seno a quello dei due partiti che appaia più suscettibile di accogliere questo complesso di idee. Ma nel frattempo, nel corso di questo processo di cui non è possibile ancora prevedere con sicurezza gli sbocchi, si tratta di far vivere e di rinnovare questo patrimonio di idee utilizzando forme di azione politica e modelli organizzativi che non consistano nella semplice riproposizione, in una situazione così diversa dal passato, delle forme partitiche che appartengono a un’epoca che è ormai lontana e che non è suscettibile di ripresentarsi in futuro tal quale essa è stata.
Può darsi che l’esito sia il bipartitismo; può darsi che sopravviva una molteplicità di partiti. Nell’un caso, come nell’altro, però, si tratterà di forme e di modelli politici ed organizzativi assai diversi dal passato. Ed è su questa nuova lunghezza d’onda che bisogna sapersi porre con ricchezza di idee, con fantasia politica, con originalità di posizioni.
Giorgio La Malfa
Naturalmente il consolidarsi di questa prospettiva dipenderà in primo luogo dall’evolversi del giudizio sull’azione del Governo. Se il Governo avrà successo, come sembrerebbe dai suoi primi atti, il processo bipartitico troverà un ulteriore impulso. Se, inoltre, l’innovazione del cosiddetto governo ombra acquisterà peso e consistenza politica, si rafforzerà l’idea di una semplificazione del processo politico. La Lega, da un lato, il partito di Di Pietro, dall’altro, cercheranno in tutti i modi di ostacolare questa evoluzione, ma essi non appaiono per ora in condizioni di contrastarla efficacemente. Una prima verifica della forza dell’intesa fra PdL e PD si avrà quando la Camera affronterà il tema delle riforme costituzionali e, ancor prima, quando verranno all’ordine del giorno le proposte di modifica dei regolamenti parlamentari.
In tutta onestà non ci si può augurare, nelle condizioni in cui si trova l’Italia, un fallimento di questo percorso di drastica semplificazione della vita politica del nostro Paese. Non vi è il tempo per nuove fasi di transizione, per nuovi tentativi, per nuove ricerche di assetti migliori della politica italiana. L’Italia non ha davanti a sé anni per recuperare una capacità di decisione per affrontare i propri problemi, dalla crescita economica, alla sicurezza, al ripristino dell’autorità dello Stato rispetto al rifiuto delle comunità locali di accettare le scelte dettate dall’interesse generale quando esse siano in conflitto con i propri interessi particolari.
Questo atteggiamento di disponibilità nei confronti degli sviluppi che si sono manifestati nella situazione politica fra la fine della legislatura precedente ed oggi non vuol dire, però, che tutto sia chiaro nel nuovo bipartitismo italiano. Il fatto è che, specialmente sotto il profilo delle idee, dei valori e dei programmi, la fisionomia dei due grandi partiti è largamente indefinita.
Se ci si domanda, infatti, quale saranno le filosofie di fondo dei due partiti nei quali si vorrebbero far confluire tutte le tradizioni politiche e culturali che hanno accompagnato la vita italiana nel secondo dopoguerra, la risposta appare del tutto incerta. Nel Popolo delle Libertà, a parte il riferimento al manifesto programmatico del Partito Popolare Europeo, che è un documento assolutamente generico, gli unici riferimenti costanti appaiono quelli all’ispirazione cristiana del movimento con tutti gli ovvi corollari per quanto riguarda i temi della famiglia, le questioni etiche e così via.
Quale sia la visione di fondo dei problemi economici e sociali del Paese non si può dire. Vi sono accenni a un orientamento liberale sulle questioni economiche accompagnati, però, dalle riserve, espresse in particolare da Giulio Tremonti, sull’eccessiva ‘ideologizzazione’ del riferimento al mercato. Vi è la rivendicazione di un ruolo dell’intervento pubblico che tuttavia non esprime tanto una compiuta visione di politica economica, quanto in un riferimento alla possibilità di darsi carico attraverso lo Stato di talune esigenze. Il caso dell’Alitalia è un esempio significativo di questo tipo di impostazione. Qual è la visione di fondo del funzionamento dello Stato, aldilà del riferimento consueto al federalismo? Come si intende evitare che l’attribuzione alle regioni della più larga parte del gettito fiscale prodotto in seno alla regione accresca a dismisura la distanza fra il Nord e il Sud? Finanche le questioni di politica fiscale per le quali, nella precedente esperienza di Governo, Berlusconi aveva programmi precisi, seppure non realizzati, oggi vengono presentate in termini suscettibili di interpretazioni diverse ed opposte.
Ancora più evanescenti sono le idee proposte dal PD. E’ stato difficile in campagna elettorale farsi un’idea del programma di un eventuale Governo Veltroni. E’ pressocché impossibile identificare la piattaforma di politica economica del maggiore partito di opposizione. Curioso è parso in questi ultimi giorni l’attacco mosso dall’on. D’Alema contro la Chiesa cattolica: si direbbe che si tratti di una polemica interna al PD, come del resto si deduce dalle reazione della componente cattolica di questo partito.
Queste semplici osservazioni conducono alla conclusione che, per quello che se ne può dire allo stato dei fatti, se nascerà, il bipartitismo italiano sarà connotato da una sostanziale assenza di piattaforme programmatiche consolidate. In sostanza, il bipartitismo unito alla elezione diretta del Primo Ministro farà sì che la personalità dei leaders dei due schieramenti prevarrà, nella definizione programmatica, rispetto alle visioni programmatiche dei due partiti che saranno sostanzialmente generiche. Si può, con molto ottimismo, salutare questa situazione come una evoluzione positiva rispetto all’eccesso di ideologismo che ha caratterizzato la lotta politica italiana negli anni del secondo dopoguerra. Ma si tratterebbe di un giudizio superficiale. Non c’è una buona politica in assenza di un quadro di riferimento entro il quale collocare le idee e le iniziative.
Si tratta, come si vede, di una situazione ancora non del tutto definita che potrà avere sbocchi almeno parzialmente diversi. In questo quadro si pongono oggi nuovi problemi per forze politiche, come i repubblicani nel centrodestra o i radicali nel centrosinistra, che hanno avuto nel corso del dopoguerra una prevalente connotazione programmatica – connotazione che ne ha orientato le alleanze. Queste forze debbono necessariamente cercare di mantenere nella massima misura possibile la propria identità, pur non sottraendosi all’eventualità che il processo di bipartitizzazione della politica italiana possa proseguire e giungere alle sue estreme conseguenze.
In altre parole, se il processo di semplificazione politico-partitica dovesse proseguire e rafforzarsi, bisognerebbe fare in modo di far vivere quelle tradizioni politiche in seno a quello dei due partiti che appaia più suscettibile di accogliere questo complesso di idee. Ma nel frattempo, nel corso di questo processo di cui non è possibile ancora prevedere con sicurezza gli sbocchi, si tratta di far vivere e di rinnovare questo patrimonio di idee utilizzando forme di azione politica e modelli organizzativi che non consistano nella semplice riproposizione, in una situazione così diversa dal passato, delle forme partitiche che appartengono a un’epoca che è ormai lontana e che non è suscettibile di ripresentarsi in futuro tal quale essa è stata.
Può darsi che l’esito sia il bipartitismo; può darsi che sopravviva una molteplicità di partiti. Nell’un caso, come nell’altro, però, si tratterà di forme e di modelli politici ed organizzativi assai diversi dal passato. Ed è su questa nuova lunghezza d’onda che bisogna sapersi porre con ricchezza di idee, con fantasia politica, con originalità di posizioni.
Giorgio La Malfa
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