Intervento del Presidente Napolitano all'incontro con le autorità locali in occasione della visita alla città di Salerno

17/09/2010 - In Fondazione
Grazie a voi tutti per l'accoglienza e grazie ai cittadini di Salerno, che hanno voluto manifestarmi la loro simpatia appena sono sceso dal treno. Un saluto anche a tutte le autorità ed un saluto particolare ai sindaci che affollano questo teatro e che rappresentano - non dimentichiamolo mai - l'istituzione di base del nostro sistema democratico e costituzionale.
Ho ascoltato con molta attenzione gli interventi del sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, del presidente della Provincia, Edmondo Cirielli, e del neo-presidente della Regione, Stefano Caldoro, al quale voglio in modo particolare rinnovare gli auguri di buon lavoro e di successo nella difficile missione che gli è stata affidata dagli elettori.
Il sindaco Vincenzo De Luca ha ricordato personalità, alle quali sono stato legato nella mia lunga vita politica ed istituzionale; ha voluto citare persone come Giorgio Amendola e, prima ancora di lui, Giovanni Amendola. Noi sappiamo come Giorgio sia sempre rimasto religiosamente legato all'eredità spirituale, e alla memoria del sacrificio del padre. Giovanni Amendola è stato un grande campione del moderno liberalismo nel nostro Paese ed ha combattuto molte battaglie in solitudine; egli seppe tuttavia raccogliere attorno a sé energie vive, contando sulla fiducia che gli veniva proprio dalla popolazione della provincia di Salerno. Ricordo che in una delle ultime occasioni della mia presenza nel Salernitano per la partecipazione ad un convegno tenutosi a Teggiano ho ricordato in modo particolare la storia di una rivista ispirata a Giovanni Amendola (La Diana) e nella quale si ritrovano ancora - scorrendone la collezione - nomi di grandi intellettuali, che poi furono allo stesso tempo vicinissimi oltre che a Giovanni Amendola, anche a Benedetto Croce. Tutto questo è parte della storia e della nobiltà del Salernitano.
Ho visitato poco fa con grande interesse la mostra allestita nel Salone dei marmi, che ci ricorda quale sia stato il ruolo storico di Salerno in un momento decisivo, in cui si trattava di dare un primo fondamento a rinnovate istituzioni democratiche nel nostro Paese. Sappiamo quale ruolo ebbe anche Ravello, con la capitale, Salerno, come prima sede dei nuovi governi di Unità nazionale.
Io sono stato qui tantissime volte sia nello svolgimento delle mie funzioni politiche, sia nel portare avanti le mie candidature, che sono state napoletane ma anche campane e meridionali: da ultimo, nel 1999, per quella al Parlamento europeo. Ho un ricordo vivissimo di tutti i rapporti avuti con la popolazione e con i diversi strati sociali con i quali ho potuto entrare in contatto.
Il sindaco De Luca ci ha parlato con fierezza (mi consentirà di usare questo termine che, d'altronde, gli si addice e non gli dispiace) dello sforzo che ha compiuto - ormai nel corso di tanti anni - come sindaco di questa grande città, una città fra le maggiori d'Italia e del Mezzogiorno. Egli ci ha spiegato in quale senso considera che qui si sia compiuta un'anomalia positiva rispetto ad altre situazioni più critiche anche nell'ambito della stessa regione e del Mezzogiorno. E ha posto l'accento sulla operosità e sull'energia con cui si è reagito ai mali endemici della politica meridionale, quelli del plebeismo e del clientelismo. Però, attenzione (naturalmente non lo dico a lui, ma ad altri che possono ascoltarci da più lontano), quella di Salerno in particolare, e quelle del Mezzogiorno sono anche terre di storiche virtù, di grande laboriosità contadine e operaie, di fervore intellettuale e di dinamismo dei ceti medi, nonché di comune profondo attaccamento all'unità nazionale ed alla causa italiana. Non dimentichiamolo mai! Non lo dimentichi nessuno!
Ho apprezzato anche i riferimenti all'importanza degli investimenti mirati alla cultura. Ed ho notato come il sindaco ha voluto sottolineare qualche problema di carattere istituzionale ed amministrativo, in particolare quello della necessità di superare il regime commissariale nella materia delicata e spinosa della gestione dei rifiuti. Credo che questa esigenza sia oramai matura; ho potuto constatare che essa è condivisa anche dal Presidente della Regione.
Il presidente Cirielli ha posto l'accento sul dovere della crescita: guai a dimenticarlo. L'Italia è impegnata in uno sforzo assolutamente indispensabile ed ineludibile di riordinamento, di risanamento della finanza pubblica e di contenimento del debito e della spesa pubblica corrente; ma questo non può far perdere di vista l'imperativo della crescita, che poi è un imperativo vitale per il nostro Mezzogiorno ed è l'imperativo cui siamo tutti tenuti, perché riguarda il futuro dei nostri giovani. È inutile girarci attorno: questa è la questione numero uno oggi esistente nel nostro Paese.
Noi possiamo anche registrare con relativa soddisfazione che il tasso della disoccupazione complessiva nazionale è minore rispetto a quello di altri grandi paesi europei, ma sappiamo che questo tasso nazionale comprende in sé un livello enormemente più elevato per le giovani generazioni, per i giovani dai 15 ai 29 anni, troppi dei quali oggi si trovano (condizione che è stata analizzata anche statisticamente) senza lavoro pur avendo concluso il ciclo della formazione educativa e non essendo nemmeno impegnati in attività di addestramento professionale.
Noi abbiamo un dovere storico ed un dovere morale di dare risposte a quei giovani che, come diceva il presidente Cirielli, hanno il diritto di aspirare a crescere, a formarsi e ad affermarsi sulla loro terra, qui nel nostro Mezzogiorno e in provincia di Salerno.
Vi sono poi altre questioni che riguardano ancora una volta aspetti di carattere istituzionale ed amministrativo. Il presidente Cirielli ha voluto citare il tema, che è molto vivo in tutto il Paese e non soltanto nel Mezzogiorno, del trasferimento e del conferimento di deleghe per le funzioni amministrative dalle Regioni ai Comuni. Se posso evocare un ricordo che risale a più di dieci anni fa: quando, da Ministro dell'Interno, tenni per la prima volta un'assemblea di sindaci del Nord-Est, mi trovai di fronte ad una polemica che veniva da sindaci di sicuro molto legati ad una visione autonomista e federalista, una polemica aspra circa il rischio di un centralismo regionale. Bisogna muoversi con grande equilibrio (il presidente Caldoro lo ha detto): peraltro, anche questo è un tema che introduce quello ben più generale relativo a come intendere il federalismo. Io sottoscrivo pienamente le parole del presidente Caldoro: qui non si tratta di tornare indietro o di mettere bastoni fra le ruote rispetto ad un processo che è già in corso e che noi ormai dobbiamo considerare semplicemente come processo di attuazione della Costituzione, del nuovo Titolo V della Carta Costituzionale; ma non bisogna giocare con le parole quando si parla di federalismo solidale, cooperativo ed equilibrato; bisogna che, davvero, questi aggettivi ovvero questi caratteri del federalismo siano concretamente rispecchiati nei provvedimenti che, di volta in volta, il Parlamento dovrà esaminare e che dovranno in definitiva essere adottati e firmati dal Presidente della Repubblica.
È molto importante - ed anche su questo condivido quello che ha affermato il Presidente della Regione - che le prospettive dello sviluppo dell'Italia meridionale si leghino strettamente ad una visione europea del ruolo del Mediterraneo e delle potenzialità dell'area euromediterranea; questa non è stata una questione sempre così pacifica, ed io credo che abbia ben fatto il Governo italiano, con il consenso del Parlamento, ad insistere perché anche il recente nuovo impulso - sollecitato dal Presidente francese - alla dimensione mediterranea dell'Unione Europea non fosse affidato alla formula ambigua dell'Unione del Mediterraneo, ma a quella dell'Unione per il Mediterraneo; infatti non solo sono affare di tutta l'Italia e non semplicemente del Mezzogiorno, ma sono anche affare di tutta l'Europa e non solo delle sue regioni del Sud questa proiezione, questo impegno e questa visione dello sviluppo che abbracci l'intero Mediterraneo.
Francamente, posso dirvi che "ho respirato" ascoltando questi interventi, perché questo incontro si è rivelato una apprezzabile occasione per concentrare l'attenzione sui maggiori problemi che sono dinanzi al Paese e che chiedono di essere affrontati con accresciuto impegno. Tra di essi vi è certamente quello delle attuali condizioni del Mezzogiorno e delle sue prospettive di sviluppo. D'altronde avevo già positivamente notato come il tema del Sud fosse stato indicato dal Presidente del Consiglio come uno dei punti chiave per il rilancio dell'azione di Governo e dunque del Parlamento in questa legislatura. Ma su tutto gravava l'incognita di una traumatica interruzione della vita delle Camere elette nell'aprile del 2008.
Il fatto che negli ultimi giorni si sia manifestata crescente fiducia nella possibile prosecuzione dell'attività governativa e parlamentare segna per me, sia chiaro, un'evoluzione auspicabile e costruttiva. A metà agosto avevo suggerito, con una breve intervista a conclusione di una altrettanto breve vacanza, una riflessione per tutte le forze politiche sull'interrogativo relativo a quali potessero essere le conseguenze per il Paese del precipitare della situazione verso un vuoto politico e verso un durissimo scontro elettorale. Questa doveva essere, come è sempre stata, la preoccupazione del Presidente della Repubblica, per il quale attenzione ai problemi ed agli interessi generali del Paese e garanzia di continuità della vita istituzionale fanno tutt'uno.
Si sono invece succeduti per settimane, ogni giorno, interventi orientati in tutt'altro senso, in allusiva polemica (allusiva e non sempre garbata) nei miei confronti. Mi si è così premurosamente spiegato come il ricorso al popolo - ovvero alle urne - sia il sale della democrazia e il balsamo per tutte le sue febbri e si è mostrato stupore per il fatto che il Presidente della Repubblica non apparisse pronto, con la penna in mano, a firmare un decreto di scioglimento delle Camere.
Il particolare che così veniva trascurato è che la vita di un Paese democratico e delle sue istituzioni elettive, nelle quali si esprime la volontà popolare, deve essere ordinata secondo regole per potersi svolgere in modo fecondo, per poter produrre i risultati attesi. E tra le regole vi è in ogni Paese democratico (le si sta rafforzando particolarmente - ed è un fatto nuovo - ora in Inghilterra) quella di una durata prestabilita delle legislature parlamentari, per il tempo considerato necessario - nella Costituzione italiana, e quasi ovunque, cinque anni - a cercare e definire soluzioni anche per problemi complessi e di non breve periodo. Di qui il valore della stabilità politico-istituzionale a cui d'altronde si era ispirata già la riforma elettorale del 1993, e avevano di fatto corrisposto gli sforzi politici necessari per consentire il pieno, normale svolgimento per cinque anni delle legislature 1996-2001 e 2001-2006.
Dico questo per spiegare i motivi del mio apprezzamento per le impegnative valutazioni recentemente espresse dal presidente Berlusconi in ordine alla prosecuzione ed al rilancio dell'attività di Governo parlamentare. E lo dico senza tornare su altri aspetti delle polemiche agostane, come quelli relativi al modo di intendere certe prerogative del Capo dello Stato, quali prescritte dalla Costituzione repubblicana.
Quello che davvero conta - e concludo qui la parte del mio intervento dedicata a considerazioni generali di carattere politico-istituzionale - è andare verso una stagione di più lungimirante e produttivo confronto su grandi questioni sociali e di sviluppo futuro del Paese, come quelle emerse nel nostro incontro di stamattina.
Confronto produttivo, ho detto, e di esso è condizione il bloccare penose dispute contabili e recriminazioni sul dare e l'avere tra Nord e Sud.
I dati da cui partire ci sono, provenienti da diverse fonti: ricordo quelli presentati, a conclusione di approfondite ricerche, dal convegno della Banca d'Italia della fine dello scorso anno e richiamati anche nella sua più recente Assemblea generale. Così come ricordo le elaborazioni del Rapporto Svimez. Ma soprattutto cito - per l'ufficialità della fonte - il Rapporto annuale 2009 sugli interventi nelle aree sottosviluppate predisposto dal Dipartimento competente e presentato dal Ministro Fitto il 15 luglio scorso. Ed in materia di dare ed avere in senso più ampio è disponibile da qualche mese anche l'importante ricerca condotta da esperti della Banca d'Italia e dell'Unicredit, e a cura, in particolare, del professor Paolo Savona, sulle bilance dei pagamenti regionali verso l'esterno (estero e resto d'Italia) che danno un quadro di flussi tra regioni del Nord e del Sud ben più ampio di quelli dei soli trasferimenti pubblici e assai più favorevole al Centro-Nord.
Sì, ci sono i dati - e sono dati oggettivi - da cui partire per una discussione non viziata in partenza da contrapposizioni polemiche, non condizionata da accuse perentorie e invettive come quelle che di recente si sono ascoltate.
Ma quello che è mancato, e ancora manca, è un esame attento, nelle sedi istituzionali - a cominciare dal Parlamento - e nelle sedi politiche, delle elaborazioni provenienti, come ho ricordato, da fonti tecniche ed anche governative. Quale esame c'è forse stato del rapporto presentato a metà luglio? Mi auguro che almeno le Camere se ne occupino. Se è sempre vero che si deve conoscere per deliberare (è una massima aurea di Luigi Einaudi), anche per discutere il piano per il Sud più volte annunciato dal Governo ed in questi giorni delineato dallo stesso ministro Fitto in vista del dibattito più generale programmato per fine mese alla camera, anche per discutere il piano per il Sud occorre sgombrare il campo da polemiche e spesso fantasiose schermaglie sui dati.
Il rapporto governativo di due mesi fa ci ha in effetti detto cose precise, sulla più forte riduzione - nel 2009 - dell'occupazione nel Mezzogiorno, sulla più bassa - sempre nel Mezzogiorno - spesa pro capite della Pubblica Amministrazione (il presidente Caldoro faceva l'esempio della spesa per la sanità), sull'utilizzazione dei Fondi strutturali e sull'impiego effettivo dei fondi FAS, sulla riduzione operata nella dotazione complessiva originaria del FAS, e così via. Lo stesso rapporto presentato dal Ministro Fitto in luglio ci dice cose inquietanti sulla qualità dei servizi nel Mezzogiorno, le cui insufficienze - gravi in più casi - rinviano peraltro ad un problema che non è solo di disponibilità di risorse finanziarie pubbliche.
E allora diciamo semplicemente che una questione di risorse finanziarie pubbliche per il Mezzogiorno - di risorse che siano non solo programmate ma rese realmente disponibili - esiste certamente, ma che esiste non meno seriamente una questione di capacità di selezione, di progettazione, di attuazione, la quale chiama in causa diverse responsabilità, compresa in particolare quella delle Regioni.
Dissi, quasi un anno fa parlando a Napoli, a proposito dell'efficienza e della qualità dell'impiego delle risorse disponibili: "Qui non poche sono le note dolenti che chiamano in causa molteplici responsabilità, in gran parte, non possiamo nasconderlo, interne al Mezzogiorno. Note dolenti, in particolare e soprattutto, a proposito dell'impiego di assai cospicui Fondi europei. Ritardi nell'utilizzazione, scelte dispersive, insufficienze progettuali e ripiegamenti fuorvianti - dissi allora - su cosiddetti "progetti sponda" hanno condotto al rischio di perdere una grande occasione. È dunque indispensabile che cambino i comportamenti di tutti i soggetti pubblici e privati, che condizionano negativamente il miglior uso, secondo l'interesse generale, delle risorse disponibili per il Mezzogiorno".
Non posso che sottoscrivere anche oggi queste mie parole di un anno fa. Ho affermato altre volte che i veri meridionalisti non sono mai stati indulgenti, e non possono esserlo ora, verso quello che non va nel Mezzogiorno e dunque verso le insufficienze che le classi dirigenti, le rappresentanze istituzionali, le amministrazioni pubbliche e, in definitiva, le forze politiche hanno mostrato nel Mezzogiorno dinanzi alle prove dell'autogoverno regionale e che vengono oggi al pettine nel processo di attuazione del federalismo fiscale.
Ciò premesso, resta quel che ha detto giorni fa il Ministro dell'economia, ed è importante che lo abbia detto: "Lo Stato deve tornare a fare di più è molto di più per il "Mezzogiorno, rimanendo il Mezzogiorno - egli ha giustamente rilevato - "una questione nazionale e non una sommatoria di interessi regionali". Ed è indubbio che ci debba essere per il Mezzogiorno più coordinamento, più "regìa" al livello nazionale.
Non ci si può comunque abbandonare a rappresentazioni fuorvianti, spesso caricaturali, tutte in nero del Sud e tutte in bianco, anzi in bianco-oro, del Centro-Nord. Comune deve essere, in tutta Italia, la consapevolezza che (come ebbe a dire il Governatore della Banca d'Italia) "gli spazi di crescita sono molto più ampi al Sud che al Nord. Azioni volte a sfruttarli possono dare un contributo decisivo al rilancio di tutta l'economia italiana".
Di tale consapevolezza stanno dando prova le forze sociali a livello nazionale: nel caso della Confindustria con iniziative e progetti di particolare significato, che non ho mancato di apprezzare.
Questo è lo spirito con cui trarre le lezioni dal passato e guardare ad un migliore futuro per il Paese, nel 150º anniversario dell'Unità d'Italia che non può essere solo occasione di celebrazioni formali o rituali.
Signor Sindaco, signor Presidente della Provincia, signor Presidente della Regione ed autorità, naturalmente io non posso concludere senza riprendere le parole che già sono state dette per ricordare Angelo Vassallo, un sindaco che ha fatto onore al Mezzogiorno perché ha dato quella immagine di storiche virtù del Mezzogiorno di cui parlavo prima. È chiaro che siamo in un momento molto difficile; il sindaco De Luca ha detto che vi sono territori al bivio tra le zone in cui si è radicato il potere delle organizzazioni criminali e realtà in cui non vogliamo che vi sia questa penetrazione. Io sono d'accordo con quanti hanno sostenuto che vi sono condizioni positive per affrontare questa sfida e sono d'accordo anche nella sottolineatura che ha fatto il presidente Cirielli dei successi ottenuti anche e specificamente in provincia di Salerno grazie allo sforzo congiunto del Governo e delle autorità locali, della Magistratura e delle forze dell'ordine contro la criminalità camorristica, purtroppo così diffusa in gran parte della nostra regione. Tuttavia, mentre altrove si tratta di disinfestare, di liberare e di risanare territori in cui questi fenomeni si sono tanto profondamente consolidati, qui c'è da prevenire; si tratta essenzialmente di condurre un'azione per prevenire una ulteriore penetrazione e per salvare territori, che finora sono rimasti integri rispetto al potere della camorra. E questo è un obiettivo che non può essere in nessun modo sacrificato o posposto ad altri. E che naturalmente richiede attenzione al livello nazionale ed investimenti adeguati, che non possono mancare.
Farò soltanto un accenno (per tornarvi in altri termini) alla questione del dove dirigere le risorse e gli investimenti pubblici. È tempo che nel nostro Paese si compia uno sforzo per riuscire finalmente a parlare di priorità: non si può continuare, sia che si tratti di tagliare che di spendere, a mettere tutto sullo stesso piano; bisogna valutare quali siano le esigenze assolute e "primordiali" per la vita delle nostre popolazioni. Tra queste esigenze "primordiali" vi è sicuramente quella della sicurezza rispetto alla penetrazione criminale.
E fra queste esigenze "primordiali" c'è anche quella della sicurezza della vita stessa delle nostre popolazioni. Penso a quello che è accaduto di terribile ad Atrani: rivolgo il mio pensiero commosso alla memoria di Francesca, la ragazza laureata che lavorava in un bar e che è stata travolta in quel modo. L'Italia, ed in modo particolare il Mezzogiorno, presenta territori ad elevato rischio sismico ed anche a elevato rischio idrogeologico anche per effetto di un vero e proprio dissesto prodottosi nei decenni. Vogliamo o no mettere fra le priorità gli investimenti in questi settori? Vogliamo o no mettere fra le priorità l'esigenza di porre in sicurezza la vita delle nostre popolazioni?
Vorrei dire un'altra parola a proposito di quello che è accaduto in alcune occasioni recenti (per esempio a Capua) con gravi incidenti sul lavoro, tema su cui tante volte ho richiamato, anche drammaticamente, l'attenzione. Non mi hanno colpito soltanto le circostanze assurde dell'incidente che ha procurato la morte di quei giovani operai a Capua, ma mi ha colpito anche quello che abbiamo sentito dire a proposito di come lavoravano, in quali condizioni lavoravano e per quanti euro al giorno lo facevano; come non abbiano fatto le ferie estive e come siano stati chiamati di sabato a lavorare senza che vi fosse alcuna urgenza. Questa è, però, la realtà della condizione di tanti lavoratori, aspiranti lavoratori, lavoratori precari e giovani lavoratori del Mezzogiorno, ed è una grande questione sociale e nazionale, di cui tutto il Paese deve riuscire a farsi carico e di cui devono riuscire a farsi carico le istituzioni regionali e locali.
Io vorrei concludere, più che con un appello (poiché mi pare che già sia superato dai fatti, in senso positivo), con la sicurezza che possa veramente agire uno spirito di cooperazione istituzionale nei rapporti fra la Regione, la Provincia di Salerno e le altre Province e le Municipalità. Abbiamo bisogno di questa cooperazione istituzionale; credo che ne avremmo maggior bisogno anche al livello nazionale, ma intanto voi che operate qui in questa grande, bella, tormentata ed anche - per tanti aspetti - drammatica regione, offrite un esempio di efficace cooperazione nell'interesse generale delle nuove generazioni e del nostro comune futuro.

Salerno, 14/09/2010
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