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Tolstoj, Mill e la barzelletta della mongolfiera

29 Gennaio 2018

di Ignazio Visco
Il Sole 24 Ore, 27 gennaio 2018

La relazione tra economia e letteratura ha origini antiche. Basti ricordare che, secondo la teoria tradizionale, la scrittura stessa sarebbe nata nella Bassa Mesopotamia, oltre tremila anni fa, proprio per ragioni economiche, legate alla contabilità e al commercio.
 
Le prime tavolette sumere, di cui la Banca d’Italia vanta un’importante collezione, non erano altro, infatti, che contratti o registri per l’amministrazione delle merci.
 
Al di là, però, delle mere questioni contabili troviamo spesso un legame importante tra economia e letteratura. La letteratura, infatti, ha molto spesso contribuito a rendere questioni e concetti economici più chiari e più accessibili al pubblico. Un caso ben noto è quello del termine “capitalismo”.
 L’articolo in pagina è uno stralcio dell’ampio intervento “Investire in cultura”, che il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha tenuto ieri a Venezia nell’ambito del 35° seminario di perfezionamento della scuola per librai Umberto ed Elisabetta Mauri.
 
Continua da pagina 1 Nel XIX secolo il ruolo del capitale era fortemente dibattuto fra gli economisti che, in alcuni casi, avevano iniziato a riferirsi agli imprenditori come “capitalisti”. Ma è in un romanzo che il termine “capitalismo” viene per la prima volta utilizzato per descrivere il sistema economico in cui viviamo ancora oggi (si tratta del romanzo The Newcomes, di William Makepeace Thackeray, del 1854).
Gli scrittori hanno anche messo in luce l’aridità dell’economia. In un libro dal titolo La ricchezza delle emozioni (Carocci, 2015), Giandomenico Scarpelli, che incidentalmente è anche un dirigente della Banca d’Italia, esplora le «incursioni dei grandi scrittori del passato nei territori dell’economia e della finanza». L’autore ricorda che il protagonista di Germinal, di Émile Zola, riscontra nei testi economici «un’aridità incomprensibile»; a un personaggio di Padri e figli, di Ivan Turgenev, l’economia fa addirittura venire l’agitazione; in Middlemarch, di George Eliot, l’economia è una scienza misteriosa («never-explained science») che serve solo a confondere la protagonista.
 
Anche l’utilità pratica dell’economia è sovente messa in dubbio dagli scrittori. In Anna Karenina, di Lev Tolstoj, uno dei protagonisti si ritira in campagna e, per orientarsi nella nuova attività, inizia a studiare economia leggendo il celebre testo di John Stuart Mill; in questo ritrova, però, solo leggi astratte, senza alcun accenno a cosa i contadini dovessero concretamente fare per essere più produttivi. In Casa Howard, di Edward Morgan Forster, una delle protagoniste suggerisce al fratello di vendere i libri di economia, che non contengono nulla per migliorare il mondo.
 
Su questo tema circolano anche numerose barzellette; una fra tutte rende bene l’idea che molti, non solo tra gli scrittori, hanno dell’economia: due uomini in mongolfiera si perdono tra le nuvole. Quando riescono a uscirne vedono un uomo che fuma la pipa in cima a un monte e dall’alto gli gridano: «Scusi, sa dirci dove ci troviamo?». E l’uomo con la pipa ci pensa un po’ e poi risponde: «Su una mongolfiera». Al che uno dei due commenta: «Deve essere un economista… la sua risposta era corretta ma non serve a nulla». Secondo un’altra versione, invece, l’uomo con la pipa «era di sicuro un matematico, per tre ragioni: ha riflettuto a fondo sulla risposta da dare, ha detto qualcosa di assolutamente vero, e quello che ha detto non serve a nulla».
 
Un ultimo esempio sul legame tra economia e letteratura viene da John Maynard Keynes, uno dei maggiori economisti di tutti i tempi. Keynes nutriva una passione speciale per i libri: si recava nelle librerie il sabato pomeriggio assieme a Piero Sraffa e collezionava libri antichi; con l’aiuto del fratello ritrovò una copia rarissima di un testo dal titolo An Abstract of a Book Lately Published, Entitled a Treatise of Human Nature, una sintesi anonima del testo di David Hume, che a quei tempi si pensava fosse stata scritta da Adam Smith e che invece Keynes e Sraffa, per primi, riuscirono ad attribuire allo stesso Hume – una storia raccontata da Gianfranco Dioguardi, ne L’enigma del trattato (Donzelli, 2011). La sua collezione di libri, conservata oggi nella biblioteca del King’s College a Cambridge, vanta, oltre ai testi di Hume, anche importanti manoscritti di Isaac Newton e John Stuart Mill.
Di Keynes è stato da poco tradotta in italiano – e pubblicata poche settimane fa dalla Fondazione Ugo La Malfa – la trascrizione di un suo intervento alla Bbc tenuto il 1° giugno del 1936, dal titolo Saper leggere (On Reading Books). In questo libricino, Keynes prima discute la qualità più importante per saper leggere, che è quella di afferrare al volo con gli occhi il testo stampato, una capacità che lui dice di allenare soprattutto con i quotidiani, dato che gli articoli contengono parecchie parti (di “trash”) che si possono saltare del tutto; poi racconta i libri e gli autori che gli piacciono di meno e quelli che gli piacciono di più. Tra questi ultimi, confermando le sue doti profetiche, cita Thomas Stearns Eliot, che vincerà il premio Nobel dodici anni dopo, e Winston Churchill, a cui il Nobel per la letteratura verrà assegnato quasi vent’ anni dopo.
 
IGNAZIO VISCO

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