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“Chiamatemi Cassandra”, i libri ci salvano dalla morte?

15 Ottobre 2022

di Filippo Bocci

Raul è un bambino solo, rassegnato, senza forze. Vive in una società ostile, a scuola lo picchiano perché effeminato. Suo padre non lo capisce, lo vorrebbe più uomo ma lui di nascosto ama vestirsi da donna. Sua madre, preda di una pazzia cosciente, gli fa indossare spesso gli abiti della zia Nancy, morta di un male incurabile, provando a ricreare attraverso il figlio il legame con la sorella perduta.

È questo il plot narrativo di partenza di Chiamatemi Cassandra, edito da Sellerio, ultimo romanzo di Marcial Gala, nato a L’Avana, architetto oltre che poeta e scrittore. A fare da sfondo c’è la Cuba di Fidel Castro e la guerra civile in Angola a cavallo degli anni ‘70 e ‘80, uno dei tanti conflitti combattuti “per procura” tra Unione Sovietica e Stati Uniti, così drammaticamente attuali.

Ma Raul è un bambino affascinato dalla letteratura. Gli hanno regalato l’Iliade, l’ha imparata praticamente a memoria, ed ora lui sa di essere Cassandra, la sacerdotessa troiana, figlia del re Priamo, famosa per aver ricevuto il dono della profezia ma non quello di essere creduta. Come Cassandra, Raul prevede un futuro dove c’è solo sventura, sa quando e in che modo morirà, così come conosce il destino ultimo dei suoi familiari e di coloro che incontra sul suo cammino. Ne consegue, naturale, l’ostracismo della società materialista: “«Vedo i morti», dico, e a loro non piace. Vedere i morti porta male, è una pazzia, ora siamo tutti marxisti-leninisti, atei, e se vedi i morti vuol dire che sei pazzo”.

Raul è “un vento senza direzione”, qualcuno che esiste e non esiste contemporaneamente, è qualcosa di bloccato, che non può andare da nessuna parte, non può mai essere sé stesso.

Come Cassandra, violentata da Aiace Oileo nel tempio di Atena durante la conquista di Troia, così Raul subirà in Angola le angherie dei suoi commilitoni e le “attenzioni” speciali del capitano.

In un continuo sovrapporsi della scena tra Cuba e Angola, il racconto non ha un filo conduttore ma vive in un costante presente, il tempo finisce con l’annullarsi ritornando ciclicamente fin sotto le mura di Troia. Raul/Cassandra è un personaggio sfinito, senza più voce, sa che è inutile parlare, “le parole si stancano e muoiono”, non c’è modo di farsi ascoltare, non si può eludere un destino di violenza e di morte. La storia si ripete e gli uomini compiono sempre gli stessi errori. Le Cassandre di tutti i tempi portano su di sé la crudeltà gratuita, il dolore delle cose, la tristezza della vita, impotenti perché non credute, schiacciate dal peso della millenaria sofferenza del mondo.

E se Alice oltrepassava la sua immagine attraverso lo specchio, Raul raggiunge altri mondi tramite la letteratura. I libri, come la musica, la fantasia, il mito possono infatti trascendere la realtà e addolcirla, mitigando il dolore. È tutto successo a qualcun altro già prima, fin dall’inizio dei tempi, può solo ripetersi, non può essere cambiato. Il destino, pur non giustificando, trova una spiegazione.

La scrittura di Marcial Gala si accorda perfettamente alla trama e non fa sconti al lettore, la violenza è sempre diretta ed esce cruda dalla voce di Raul/Cassandra che, col suo sguardo millenario e pietoso, ci rivela che essa è dentro di noi, figlia delle nostre nevrosi, delle nostre miserie.


Filippo Bocci, laureato in Lettere, scrive di letteratura, cinema, teatro. Segue gli sviluppi e le tendenze della letteratura italiana e internazionale, recensendo, fra l’altro, le opere di nuovi talenti della poesia e della narrativa contemporanee. Numerosi suoi articoli sono pubblicati sul magazine on-line B-hop. Nel 2019 ha dato alle stampe «Padre Crippa un sacerdote militante. Un prete “sindacalista” al fianco delle colf», edito dalla Fondazione intitolata al religioso dehoniano. 

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