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Il “caso” italiano, o forse no

15 Ottobre 2022

di Niccolò Rinaldi

BRUXELLES – Negli ultimi drammi europei, l’intreccio prevale sul personaggio. È il concatenarsi degli eventi critici a dettare l’agenda, assai più che non l’emergere o l’eclissarsi di singoli primattori. Fino a qualche anno fa, il voto nazional-popolare del 25 settembre avrebbe costituito un problema di per sé, ma ormai quel che conta è il gioco d’incastri con partite ben più complesse che una singola vicenda nazionale. Negli ultimi anni si è visto di tutto: crisi finanziaria, pandemia, guerre sempre più vicine, rischi nucleari, siccità e cambiamenti climatici, migrazioni, ma anche le difficoltà con Trump e con Erdogan, e poi la fine della globalizzazione e i rapporti assai diversi con la Cina, sono solo le principali onde d’urto che si sono abbattute sulle istituzioni europee le quali, a loro modo, hanno retto. Detto in altre parole: cosa volete che sia un governo di destra a Roma al cospetto di ben altre più cogenti emergenze.

Così da tempo l’Italia ha cessato di essere un “caso”. La Spagna con la sua sequela di elezioni e con la mancata esplosione della Catalogna, l’indisciplina dell’Ungheria, la Francia dei gilet gialli e poi dell’ ascesa dell’estrema destra (e del crollo dei socialisti, ben oltre quello del PD italiano), la scomparsa, almeno per ora, di personaggi forti a Berlino dopo decenni di Kohl e Merkel (ma a suo tempo anche di Joschka Fischer), e ancora di più il crollo isterico della Gran Bretagna del Brexit, hanno relegato le bizzarrie italiane a un basso continuo poco preoccupante. Anzi: l’arrivo di super-Mario aveva ancorato Roma a lidi sicuri, affidandogli un ruolo di punta tra tutti. Troppo bello per durare, ma quanto basta per alleggerire gli sguardi verso Giorgia Meloni e i suoi sodali.

Non che manchi l’attesa per la lista dei ministri chiave nei rapporti con l’Europa, con la speranza di ritrovare qualche voce “amica”, ma a Bruxelles è ancora recente il caso, anche quello tutto italiano, del primo governo Conte. Sulla carta, un binomio di due diversi atteggiamenti assai scettici verso l’establishment europeo per non dire, soprattutto per la Lega, verso la stessa integrazione europea. Ma fu merito di Conte quella “sintesi” che riuscì a essere promossa in Europa – un governo che litigò molto poco con Bruxelles, e mai il termine dal sapore democristiano “sintesi” resta indefinibile così come si presentò in Europa quella delicata stagione governativa.

Anche all’epoca dell’abbinata Cinquestelle & Lega i danni, dal punto di vista europeo furono limitati. Merito soprattutto, ed è un terzo elemento nel rapporto tra Bruxelles e il nascituro governo romano, della centralità dell’Europa, di cui tutti hanno un gran bisogno anche in Italia. Il costante rassicurare che non ci sono strappi con Draghi, è da parte di Giorgia Meloni la saggia consapevolezza che anche il suo esecutivo dovrà battere cassa presso lo stesso indirizzo: dal come pagare le bollette ai tassi d’interesse, dalla protezione in caso di attacco o incidente nucleare alla gestione dei flussi migratori. È la lezione che da cinquanta anni gli europeisti vanno ripetendo: la stagione delle sovranità nazionali è finita nel libro dei sogni, e chiunque acceda al governo lo impara bene anche se fino al giorno prima ha predicato l’opposto. Bruxelles, pragmaticamente, dimentica in fretta.

Sarebbe tuttavia sbagliato pensare che l’affermazione dei Fratelli d’Italia possa essere incassata dal resto dell’Europa come un fatto della vita quasi ordinario rispetto al “ben altro” che bolle in pentola.

Nessuno, solo due anni fa, avrebbe previsto che un partito che la stampa del nord Europa spiega ai propri lettori come “post-fascista” potesse avere un voto su quattro. Ma sono umori nazionalisti che si avvertono da tempo in molte parti d’Europa e alla fine, a forza di tirare la corda, il patatrac avviene. Non in Francia, dove forse ce lo saremmo aspettato, né in Grecia o nei Paesi Bassi, ma prima in Gran Bretagna e ora, diversamente, in Italia.

Per poco non si è passati in un giro elettorale da Macron alla Le Pen, ma in Italia lo si è fatto da Draghi alla Meloni, e questo, per un’istituzione legata ai valori democratici e a un rapporto di fiducia con i cittadini, non è business as usual. Giorgia Meloni, e ancora di più molti dei suoi colonnelli o sottufficiali sul territorio, hanno già detto abbastanza su quanto pensano di Orban (e fino a poco fa di Putin), dell’espansione dei diritti civili e forse anche della stessa difesa di quelli che parevano conseguiti, o dell’islam, delle minoranze, dei migranti – dunque di tante di quelle cose per cui l’Europa unita esiste.

Non vi sarà una rotta di collisione generale con Roma, ma su molte questioni specifiche, il che non significa di poca importanza, ci sarà da battagliare.

Infine, ci sono anche quelli che sotto sotto si compiacciono di questo voto italiano. Draghi si era preso molta scena sul palco europeo, approfittando anche della stanchezza dell’asse franco-tedesco. Adesso l’Italia non sarà più tra i protagonisti del processo di integrazione e questa è un’occasione per un Macron ridimensionato dalle legislative, per una Spagna nuovamente stabile, per il Benelux.

Non sarà certo il nuovo esecutivo ad avventurarsi in cooperazioni rafforzate – e forse anche Draghi & C. rimpiangeranno di non aver osato di più quando l’Italia poteva farlo.

D’ora in poi (già dal vertice del 20 ottobre?) sarà una coalizione diversa a districarsi nei meandri di Bruxelles. I suoi artefici parleranno ancora dell’anticostituzionale primato dell’ordinamento italiano su quello comunitario?

Non pensiamo. Ben altra dovrà essere l’agenda. Basta riflettere sui dati del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza. Ad oggi l’Italia ha ottenuto €46 miliardi dei €191,5 totali previsti dal Next Generation da impiegare entro il 2026. E visto che la Commissione ha valutato che non vi sono ritardi (contrariamente alle solite disfattiste voci elettorali) da parte di Roma negli impegni fin qui concordati, tra poco verranno sbloccati altri 21 miliardi. Nel 2023 potranno essere chiesti altri 124 miliardi, ma questo dipende dai risultati che il nuovo governo presenterà. Una partita che è legata anche agli impegni per raggiungere l’impatto climatico zero entro il 2050, con un obiettivo intermedio entro il 2030 che prevede la riduzione del 55% dei gas serra rispetto ai dati del 1990. Il PNRR, in base al regolamento del Next Generation, deve impegnare almeno il 37% della propria spesa in misure e investimenti per raggiungere questi obiettivi ambientali.

Ecco, nelle implicazioni di questi numeri si dovranno riconciliare anche per Giorgia Meloni, l’ethos, il logos e il pathos – i tre fondamenti della retorica, della psicologia e dell’empatia che tanto hanno a che fare con una campagna elettorale vincente e un cambio di governo. A Bruxelles questo lo si sa bene, e anziché “giudicare” il nuovo esecutivo, gli metteranno di fronte questo specchio delle proprie responsabilità e dei propri interessi.


Niccolò Rinaldi dal 1989 al 1991 è responsabile dell’Informazione per le Nazioni Unite in Afghanistan. In seguito, nel 1991, diviene prima consigliere politico e poi, dal 2000, segretario generale aggiunto al Parlamento Europeo. Nel 2009 è eletto deputato europeo, e diviene vice-presidente dell’Alleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa (ALDE). Nel 2014, al termine del mandato europeo, resta come funzionario nell’istituzione dove è attualmente Capo Unità Asia, Australia e Nuova Zelanda. Negli ultimi anni ha tenuto su Il Commento Politico la rubrica Lettere da Bruxelles.

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