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La guerra ibrida e il piano energetico in Francia

19 Novembre 2022

di Giovanni Caracciolo

PARIGI – A poco meno di un anno dalla deflagrazione che ha sconvolto il panorama mondiale, sovvertendo la linea di tendenza sostanzialmente virtuosa consolidatasi negli ultimi decenni di pace del precedente millennio, tutti (o quasi) gli interrogativi sul nostro futuro, con i loro corollari di angoscia e di insicurezza, rimangono senza risposta.

E questo, in particolare, riguardo al destino stesso del nostro universo di rifermento, quello del redivivo consesso occidentale, inteso, oltre alla dimensione geopolitica, come coacervo di valori, di alleanze, di dinamiche di interazione che il conflitto ha tentato di colpire al cuore, ma che ha finito col dar prova di inattesa resilienza e reattività.

Da più parti, nelle analisi e nelle prospezioni che si ingegnano a illustrare le specificità di questo autentico tsunami, si continua a far ricorso al concetto di guerra ibrida; una mutazione dell’antico flagello bellico che assomma ai tradizionali strumenti della guerra guerreggiata  nuovi, insidiosi arsenali di meccanismi di destabilizzazione, destinati  a colpire, con modalità surrettizie e spregiudicate, le fondamenta stesse delle nostre società.

Ma la proterva sfida russa al resto del mondo merita forse sin d’ora una ancor più accentuata riprovazione, che non si limiti agli asettici  schematismi dell’analisi a tavolino e che lasci spazio, in una aggiornata visione  di respiro crociano, a valutazioni non scevre di cariche emotive ed ideali tali da contrapporre anche plasticamente la salvaguardia del campo della ragione e della verità all’attacco oscurantista della barbarie.    

Siamo infatti in presenza di una guerra di cui si pretende di negare persino il nome, combattuta in nome di presunti ideali (nazionale, culturale , religioso) ma affidata in prima linea  al fanatismo muscolare di oscuri e spietati mercenari, che suppliscono a riottosi coscritti, lontani mille miglia dal costituire un motivato (e “glorioso”) esercito di popolo; una guerra i cui soli responsabili mirano a rastrellare ovunque approvvigionamenti militari disparati anche se micidiali, non in base ad alleanze coerenti ed articolate, ma  all’avventurismo opportunista di autocrati minori, talvolta caricaturali e sull’orlo del baratro, come le dirigenze iraniana o nord-coreana; una guerra in cui la distruzione ed i lutti sembrano sganciati da ogni pur cinica rispondenza a logiche funzionali, accompagnati dalla più spudorata negazione di fatti acclarati, in un arretramento di civiltà in stridente contrasto con i tanti progressi dell’informazione e della rapidità della moderna comunicazione, vilmente asserviti a finalità perverse e disumane.

E che questa chiave di lettura corrisponda ad una maturazione ponderata di calibrati giudizi di responsabilità, sembra confermato sia dal perdurante (quando non crescente) consenso che raccoglie nelle pubbliche opinioni e nelle coscienze individuali, sia nella prudente e coerente fermezza degli indirizzi provenienti dalle nostre leadership: come ancora recentemente è emerso dal consesso globale del G20 di Bali.

Rimane però  aperto l’immenso cantiere destinato a porre rimedio alle devastazioni già operate dal conflitto; prima fra tutte la questione energetica, accentuata dalla impietosa rivelazione dei multiformi errori strategici commessi nel passato (dalle scelte eterogenee di alleanze azzardate, con la creazione di imbarazzanti dipendenze, alle altrettanto eteroclite decisioni radicali sulle singole fonti di approvvigionamento con il prevalere in Germania e in Italia di dogmatiche pregiudiziali ideologiche e movimentiste). Con in aggiunta il parallelo acuirsi, non puramente fortuito o casuale, della crisi ambientale e l’urgenza, ormai ineludibile, di porvi rimedio in tempi brevi.

Fra i nostri partners più vicini, ed a fronte del marasma che sembra tuttora caratterizzare la formulazione di una rinnovata visione strategica da parte tedesca, la Francia appare al momento disporre di più di una freccia al suo arco. Parigi si presenta all’appuntamento energetico con un articolato pacchetto di misure intese a contenere la contingente emergenza anche finanziaria ed a fornire alcune adeguate risposte di medio lungo periodo, comprensive della rispondenza all’urgenza ambientale. Due punti fermi ne costituiscono il fondamento; da un lato la coerente fermezza mantenuta dalla Francia per tutto il corso della Quinta Repubblica sulla scelta nucleare; dall’altro, l’indirizzo complessivo formulato dalla Presidenza Macron, quale priorità centrale del programma del secondo mandato. Una dettagliata road-map tracciata fin dall’avvio della campagna elettorale nel febbraio 2022 (con il discorso programmatico del candidato Macron a Belfort, nel nord della Francia) i cui punti centrali continuano a costituire la traccia seguita, pur nelle procellose vicende parlamentari degli scorsi mesi, dal suo Esecutivo. La Prima Ministra Borne ne ha del resto illustrato nuovamente l’essenza questa settimana all’Assemblea Nazionale, ricordando come il piano energetico prenda le mosse dalle misure di sobrietà, da attuare in questa fase di emergenza assieme alla proroga e alla integrazione degli strumenti di tutela dei consumatori già esistenti, come lo scudo tariffario sul gas e l’elettricità. Si conferma l’attuazione graduale del rilancio del nucleare e del “mix” di promozione delle fonti alternative, dalla già avviata creazione di parchi eolici marini sulla costa atlantica e dalla realizzazione in aree rurali di impianti fotovoltaici. Si continua ad insistere, inoltre, sulla leva innovativa dell’idrogeno verde e su quella di una progressiva introduzione dei veicoli elettrici, sia con forti sostegni allo sviluppo di nuove tecnologie, che con l’anticipazione di facilitazioni per i futuri acquisti o leasing per una utenza sempre più estesa.

Macron sembra intenzionato a mantenere la barra dritta; dalla sua ha il rigore cartesiano e la oggettiva credibilità del suo piano d’azione, a fronte del quale le obiezioni essenzialmente movimentiste delle opposizioni finiscono col risultare flebili e contraddittorie. Contro di lui, oltre alle mille difficoltà logistiche del quotidiano,  gioca il vento contrario del crescente malcontento popolare cavalcato a sinistra dalla Nupes e, a destra, dal Rassemblement National di Marine Le Pen che – con l’ausilio dell’incomprensibile amletismo “politicien” dei neo-gollisti – finisce col privilegiare comunque un vero e proprio sabotaggio del programma di governo, anche su priorità potenzialmente condivisibili come quelle energetiche ed ambientali, in vista della grande battaglia del 2027.

Ancora una volta, i giochi si dovranno articolare al di fuori degli angusti contesti nazionali e richiedono una illuminata ed innovativa visione europea. Un vero dilemma, in una congiuntura in cui l’asse franco-tedesco sembra essere andato in frantumi ed il rafforzamento del partenariato con l’Italia conosce nuove traversie difficili da dirimere se non per mezzo di ragionevoli resipiscenze e di valutazioni meditate, che superino la vocalità ideologica fine a se stessa, in un irragionevole prosieguo di campagne elettorali ormai concluse e di esibizioni muscolari di specifici potentati partitici.

È inimmaginabile che – nel contesto catastrofico che attraversiamo attualmente – motivo di scontro aperto e di stallo delle proposte e delle idee, rimangano qualche centinaio di derelitti la cui sorte non riesce a trovare una soluzione adeguata e a cui l’Europa – con la sua statura e con il suo storico bagaglio di principi e di diritti – volge in realtà le spalle, incapace di una reazione coordinata e rispettosa degli interessi e delle prerogative propri e di tutti i suoi membri. Chissà che la lezione di coesione proveniente dalla guerra ibrida, che è riuscita nel frattempo a scalfire almeno lo smalto del credo sovranista, non possa indurre nuove forme di pragmatismo e di disponibilità al dialogo costruttivo.


Giovanni Caracciolo di Vietri, Ambasciatore d’Italia a riposo, ha prestato servizio, all’inizio della carriera, come addetto al Gabinetto di Aldo Moro e successivamente presso le Ambasciate di Addis Abeba e Washington. A Roma, collaborato con il Presidente Francesco Cossiga per tutto il suo settennato. Al Ministero degli Esteri, ha ricoperto gli incarichi di Vice Direttore Generale dell’Emigrazione e degli Affari Sociali, poi di Direttore Generale dei Paesi dell’Europa. È stato Capo Missione a Belgrado, a Ginevra ed a Parigi. Terminato il servizio attivo, nel 2013 gli è stata affidata la guida, per i successivi sei anni ed in qualità di Segretario Generale, dell’Ince, la più antica organizzazione di cooperazione regionale intereuropea operante nei Balcani e in Europa centrale. Ha collaborato a Il Commento Politico con le Lettere da Parigi, con il nom de plume de l’Abate Galiani.  

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