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“Il mantesino”, esordio letterario di Massimo Andolfi

27 Dicembre 2022

di Silvia Di Bartolomei

Massimo Andolfi non è, non è stato finora, uno scrittore. Il suo profilo è accuratamente, anche se sommariamente, delineato nel risvolto della quarta di copertina della sua opera prima, Il mantesino, di fresca stampa per “L’erudita” della Perrone Editore.

Nato a Napoli negli anni Cinquanta, Andolfi è stato infatti un uomo delle istituzioni, giurista, Consigliere parlamentare, responsabile dei lavori dell’Assemblea e poi capo della comunicazione del Senato, assistente personale del Presidente Cossiga e curatore dei rapporti tra la presidenza della Repubblica e le Camere durante il settennato Scalfaro. Oggi è nel Consiglio di amministrazione della Fondazione Ugo La Malfa e membro permanente del G124 istituto da Renzo Piano. Ha scritto molto negli anni della sua intensa attività professionale, saggi, articoli, pubblicazioni. Al centro dei suoi scritti c’è sempre stata la materia costituzionale, di cui è stimato esperto, e la riflessione politica, attitudine che costituisce il filo rosso mai interrotto nel corso della sua vita, ancorato ai valori risorgimentali e ai principi dell’occidente democratico e filoatlantico.

Ora ci sorprende con un libro che abbandona il timbro della saggistica e l’urgenza della passione politica per entrare, con cautela, quasi chiedendo permesso, nello spazio della letteratura. Evidentemente mosso da una necessità intima e profonda, Andolfi muove i primi passi nel campo del romanzo: attribuisce ad uno dei suoi personaggi il desiderio di mettersi alla prova inventando una storia compiuta, con premessa, svolgimento e epilogo. Poi, mentre la storia prende corpo, mette a nudo le incertezze del suo personaggio-autore, il travaglio della creazione narrativa, il timore di fallire o i fulminei entusiasmi quando le parole sulla pagina scorrono bene e tessono la trama. Pare di ascoltare il lavorìo della composizione e insieme una incalzante, ingenua richiesta di conferma di Andolfi sulla sua capacità di essere scrittore. Una conferma che, però, è a portata perché lui non sa, o finge di non sapere, che nel renderci partecipi dell’atto creativo, sta evocando i motivi della sperimentazione novecentesca, della metaletteratura come atto della letteratura che pensa a sé stessa e indaga sulle ragioni, sugli strumenti e sullo scopo della sua esistenza. Una cifra letteraria, dunque, quella di Andolfi, evidente fin dai primi passaggi del racconto e arricchita di non poche pagine di autentico e sincero monologo interiore.   

Il mantesino è un romanzo complesso che declina su due piani narrativi le vicende di due personaggi, protagonisti alla pari, rivelando una disinvolta capacità di maneggiare il racconto e di scavare nelle crisi esistenziali di due uomini lontani per età e background biografico.  

Alberto e Francesco, questi i nomi dei protagonisti, sono colti in un frammento delle loro vite – sembra quasi di vederli in un flash temporale breve ma rivelatore – uno a Roma, l’altro a Capri. Francesco è il demiurgo della rocambolesca e surreale storia di Alberto: è lui che, ritiratosi nell’eden isolano, plasma sulle pagine bianche del suo pc lo svolgimento dell’avventura del suo personaggio romano, fino al mortificante epilogo. E, come in un rapporto di compensazione, mentre la sua creatura affonda nello sconforto e nei conseguenti incidenti di una domanda irrisolta – i miracoli esistono oppure no – lui risale la china di un palese sconforto psicologico e affettivo, fino all’happy end che non sveliamo, se non suggerendo che molto ha a che fare con il grembiule – appunto il mantesino – indossato da una donna bionda di mezza età.  

Inutile dire che la stravagante domanda sulla veridicità dei miracoli è per Alberto solo il pretesto per ragionare sullo sgretolamento delle certezze su cui aveva fin lì edificato la sua esperienza personale e la sua carriera di aspirante professore universitario. Lui, abituato a scandagliare le vicende umane con la lente di una salda razionalità laica; lui, tenacemente convinto che l’anarchia insita nella società possa essere governata solo da uno Stato dotato di un forte scheletro giuridico e istituzionale, è sconvolto dal dilagare di un delirio collettivo legato a un presunto miracolo verificatosi nella piazzetta del condominio borghese di Roma nord dove egli stesso vive. “La gente – ragiona Alberto – è impoverita, frastornata e impaurita dal futuro”, perciò crede ai miracoli e non desidera essere distolta da chi, come lui, denuncia alle ingorde telecamere delle TV che quel miracolo è in realtà una “baggianata”.

Purtroppo, fra l’isteria collettiva dei credenti e la spudorata esibizione di sensazionalismo dei mass-media, anche l’ordine mentale di Alberto vacilla con conseguenze, tanto assurde quanto a tratti divertenti, che lasciamo scoprire al lettore. Sperando, tuttavia, che nelle nostre società alle prese con le gravi sciagure di questi tempi, non abbia infine la meglio, come nel condominio di Alberto, la prepotenza del fanatismo e dell’irrazionalità.

Ci consolano i paesaggi di sconfinata bellezza nei quali, di contro, arriva a conclusione l’esperienza caprese di Francesco. L’isola, le sue rocce, il suo mare in tempesta o brillante nel sole franco della primavera incipiente. Le piazzette, il barbiere, le trattorie, il fornaio, la gente del posto, gli odori che riconducono Andolfi alle vacanze della sua infanzia, e i lettori all’aspettativa di sue prossime, nuove imprese letterarie.   

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