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2023, l’avvenire dei “nostri giovani” nei messaggi di Macron e Mattarella

08 Gennaio 2023

di Giovanni Caracciolo

Il 2023 si apre all’insegna di una sempre più accentuata e generalizzata incertezza, quasi a confermare come il terzo decennio del millennio segni una definitiva rottura con il passato.  L’umanità si inoltra in un’era nuova degli equilibri planetari, ignota nei suoi contorni e nelle sue prospettive, verso modelli socio-economici e relazioni internazionali di cui è oggi arduo vaticinare la fisionomia e il destino.

Di questa cifra comune – dell’imprevedibilità del futuro e dell’ansia che ne consegue – sono apparsi del resto sottesi, pur nell’ovvia differenziazione dei singoli profili nazionali, i tradizionali messaggi augurali di molti Capi di Stato nella sera della vigilia, intesi ad infondere incitazioni all’ottimismo ed alla esigenza di far fronte comune, con il concorso volontaristico di tutti, per  la preservazione dei valori condivisi e per la stessa ragion d’essere delle nostre società e del nostro “modo di vivere”.

Mi riferisco naturalmente all’indirizzo prevalente nei tradizionali voti formulati dai Presidenti dell’emisfero occidentale, ed in particolare alle significative similitudini che è dato riscontrare nelle stimolanti parole, pur così diverse fra loro, di Sergio Mattarella e di Emmanuel Macron. Sullo sfondo, prioritaria è apparsa per entrambi la cura nel sottolineare l’esigenza di garantire l’avvenire delle prossime generazioni (le espressioni “i nostri ragazzi – i nostri giovani – nos enfants” ricorrevano spesso, come in parallela assonanza), declinata sia sul piano dei necessari avanzamenti economico-sociali, sia sul raggiungimento di autentici traguardi di eguaglianza e di equità. E questo privilegiando la scuola, la formazione e in definitiva il lavoro di tutti e per tutti, nell’auspicio che il disorientamento e l’angoscia non prevalgano rispetto alla necessità costruttiva di continuare a “fare società” a fronte delle multiformi tentazioni disgregatrici che sembrano compromettere tanti dei nostri riferimenti e delle nostre certezze.

Un esercizio di esegesi comparata dei due messaggi equivarrebbe ad un raffronto puramente tecnicistico, sterile quanto astratto sia sul piano sostanziale sia su quello stilistico e formale. Né possono essere pretermesse o anche solo trascurate le fondamentali distinzioni che ovviamente contraddistinguono la valenza stessa dell’indirizzo rivolto alla propria Nazione da un Presidente della Repubblica in regime parlamentare e dal suo omologo in un sistema semipresidenziale alla guida diretta dell’Esecutivo per dettato costituzionale.

Ponendo mente, però, al così peculiare contesto che segna stavolta questa scadenza annuale – e che comporta, in particolare per l’Italia e per la Francia, la condivisione quasi necessaria di una risposta solidale in chiave europea alle sfide (ed ai rischi) postulati dall’aleatorio orizzonte del 2023 – val forse la pena rilevare alcune, significative convergenze nella duplice parola presidenziale; ben al di là di coincidenze meramente episodiche o  casuali, ci è dato infatti trarne un insegnamento di insieme irrobustito dalla visione comune e l’enunciazione più convincente e realistica del tracciato che idealmente dovremmo seguire negli anni avvenire.

Del resto, Sergio Mattarella ed Emmanuel Macron la sera del 31 dicembre hanno, quasi specularmente, esordito nel ripercorrere le tappe politiche particolarmente significative dell’anno trascorso, soffermandosi entrambe sulla loro rispettiva riconduzione per un secondo mandato e sul regolare svolgimento delle previste consultazioni legislative, con il conseguente insediamento delle nuove Rappresentanze Parlamentari e dei Governi in carica, entrambi a guida femminile: una prima assoluta, questa, per l‘Italia che il Capo dello Stato non ha mancato di sottolineare.

Questo tratto comune nell’incipit dei due messaggi può forse essere letto al di là di una pura constatazione fattuale, di una sola coincidenza di calendario: segna nel contempo la coscienza delle responsabilità assunte, in spirito di servizio, nel conservare la   suprema magistratura e la “resilienza” operativa dei rispettivi sistemi democratici nei due Paesi, a dispetto degli scetticismi e delle tante tentazioni di minarne le basi, confermati purtroppo dalla minaccia dell’astensionismo.

Inoltre, a fronte della pervasiva preoccupazione per l’imprevedibilità del nostro futuro anche prossimo, non è certo banale che due grandi Paesi fondatori dell’UE siano chiamati ad agire, nell’arco di un periodo pluriennale definito e in base alla fiducia che è stata (malgrado tutto) saldamente confermata ai due Capi di Stato su un tracciato altrettanto chiaro, grazie al prestigio e alla sagace “moralsuasion” dell’uno e alla caparbia tenacia dell’altro. Entrambi mossi dalla consapevolezza condivisa (che ne sostanzia l’intesa privilegiata e l’ormai consolidata amicizia anche personale) che il percorso che ci attende dovrà travalicare gli angusti limiti nazionali, per ambire a conquistare nuovi e solidi traguardi di sovranità e di indipendenza, sul piano europeo e su quello euro-atlantico.

Non è un caso, ancora una volta, che molti degli spunti assimilabili nei due discorsi siano stati accomunati proprio dal riferimento alla coesione europea. È il laborioso impegno comune a 27, senza precedenti,  per far fronte al dissesto economico-sociale innescato dalla sciagurata guerra russa in Ucraina che ha consentito, sui rispettivi piani nazionali, di poter rivendicare con legittima fierezza dai due Presidenti l’inaspettata crescita dell’economia in Italia e l’impennata dell’occupazione in Francia; la lotta alla pandemia, ispirata dall’illuminata fiducia nella scienza, ha dato i suoi frutti laddove fallivano i solitari giganti dai piedi d’argilla; la drammatica carenza energetica ed alimentare conosce, se non ancora il superamento, almeno un apprezzabile contenimento e prospettive meno terrificanti di quanto paventato; ed i giovani, “i nostri giovani”, possono guardare con occhi nuovi ai nuovi traguardi della transizione ambientale e telematica, per un futuro davvero innovativo che non sia soltanto uno stanco prolungamento del presente.

Attuare questi propositi, tradurre in programmi concreti questi intendimenti, convincere opinioni pubbliche più o meno malmostose, è compito dei Governi e dei Parlamenti, con il concorso dei corpi intermedi e degli stessi media. Se in Italia, grazie anche al pragmatismo sinora dimostrato dall’Esecutivo ed alla preziosa opera di indirizzo generale svolta dal Quirinale, almeno parte delle premesse per un paziente lavoro di adesione alle comuni spinte europee ed euro-atlantiche sembrano pian piano radicarsi, persino nelle preliminari esplorazioni delle configurazioni dei principali schieramenti che vanno riaggregandosi in seno all’UE, a Parigi Macron dovrà affrontare, fin dalle prossime settimane, l’onda d’urto della protesta di piazza a fronte, in particolare, della presentazione del disegno di legge in materia di riforme del sistema previdenziale, e del rinfocolato malumore del popolo francese che, come diceva Cocteau, è costituito da… “italiani sempre di cattivo umore”.


Giovanni Caracciolo di Vietri, Ambasciatore d’Italia a riposo, ha prestato servizio, all’inizio della carriera, come addetto al Gabinetto di Aldo Moro e successivamente presso le Ambasciate di Addis Abeba e Washington. A Roma, collaborato con il Presidente Francesco Cossiga per tutto il suo settennato. Al Ministero degli Esteri, ha ricoperto gli incarichi di Vice Direttore Generale dell’Emigrazione e degli Affari Sociali, poi di Direttore Generale dei Paesi dell’Europa. È stato Capo Missione a Belgrado, a Ginevra ed a Parigi. Terminato il servizio attivo, nel 2013 gli è stata affidata la guida, per i successivi sei anni ed in qualità di Segretario Generale, dell’Ince, la più antica organizzazione di cooperazione regionale intereuropea operante nei Balcani e in Europa centrale. Ha collaborato a Il Commento Politico con le Lettere da Parigi, con il nom de plume de l’Abate Galiani.  

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