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In ricordo di Arnaldo Forlani

Ho avuto modo di frequentare Arnaldo Forlani in due fasi distinte della mia esperienza politica. Una prima volta quando fui ministro del Bilancio nel governo da lui presieduto fra il 1980 e il 1981. Una seconda volta quando fummo rispettivamente segretari della DC e del PRI fra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90.

Non posso dire di averlo conosciuto bene né nella prima, né nella seconda di queste circostanze perché Forlani manteneva una sfera di riserbo personale nella quale non era facile penetrare. Questo d’altra parte è un aspetto che ho sempre apprezzato soprattutto nelle persone impegnate nella vita politica.

Mi piaceva anche che Forlani non mostrasse e, direi, non avesse il gusto del potere. Sia da presidente del Consiglio che da segretario della DC sembrava accettare di portare un fardello di cui avrebbe fatto volentieri a meno. In un mondo in cui cominciavano a manifestarsi i sintomi di un personalismo oggi considerato come un dato normale della vita politica, il suo riserbo era manifestazione di uno stile che continuava quello di De Gasperi e della prima generazione politica del dopoguerra.

Non posso quindi dire che ci fosse fra noi un rapporto di amicizia come, a suo tempo, con altri esponenti del suo partito quali Ciriaco De Mita e Gerardo Bianco, per citare due persone, molto diverse fra loro sul piano politico, con le quali si era stabilita anche una consuetudine di incontri personali. E, tuttavia, avevo allora e ho conservato negli anni una stima e un rispetto per Forlani che mi rendono partecipe del rimpianto per la sua scomparsa.

La caratteristica di fondo di Arnaldo Forlani era la prudenza: prudenza nei giudizi e prudenza nell’azione politica. Era un uomo riflessivo, attento alle posizioni degli amici come degli avversari politici, più incline all’attesa che alla decisione. Temporeggiava per lasciare che dubbi e problemi arrivassero a decantazione prima di essere affrontati, sempre alla luce di un’idea di azione politica cristiana e solidale di cui era fermo protagonista. Era infatti un uomo di saldi principi.

È chiaro che queste caratteristiche non coincidevano con quelle del piccolo ma battagliero Partito Repubblicano, né con quelle di un ministro del Bilancio preoccupato per i prevedibili effetti negativi di molte decisioni che venivano assunte senza tener conto delle conseguenze che avrebbero avuto sui conti dello Stato negli anni a venire. Ma siccome Forlani era un uomo leale, non si potevano non riconoscere le sue ragioni.

Del resto, le sue, erano le caratteristiche che avevano fatto e facevano della Democrazia Cristiana un partito capace di rassicurare la società italiana e quindi di conservarne il consenso. Un partito di centro, sostanzialmente conservatore ma prudentemente riformatore, che dopo un ventennio di dittatura e una guerra perduta aveva accompagnato la società italiana allo sviluppo economico e al consolidamento delle istituzioni democratiche. Abbiamo dissentito con la prudenza di questo cammino mentre i problemi premevano e avrebbero richiesto scelte politiche e decisioni più nette e coraggiose, ma non possiamo ancora oggi non riconoscere che questo percorso della parabola democristiana aveva un senso e una coerenza interna. Ed è giusto, a me sembra, ricordare Arnaldo Forlani come uno fra i maggiori esponenti del suo partito e della vita politica del dopoguerra, tributandogli quell’omaggio che egli non volle mai sollecitare, ma che certamente meritava e merita.

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