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L’8 settembre: il valore della memoria

A che vale oggi denunciare le colpe dei protagonisti del passato? A che vale riaprire il dibattito sulle responsabilità dei singoli rispetto al destino dei popoli e delle nazioni? La risposta c’è: è nell’affievolirsi della coscienza civile cui assistiamo quotidianamente, nei palazzi della politica così come nei comportamenti della gente; è nell’inaridimento del sentimento di appartenenza che dovrebbe unire una nazione, o, se si vuole, una patria.

Continua a succedere in Italia, dove le emozioni che hanno ispirato il nobile compromesso di valori e di intenti riversato nella Carta costituzionale svaniscono nel quotidiano accaparramento di tornaconto e interessi delle categorie e degli individui.

Sono considerazioni che riaffiorano con prepotenza quando a suscitarle sono le ricorrenze di date fondamentali della storia italiana. Così ancora due giorni fa per l’8 settembre, giorno in cui nel 1943 fu reso noto l’armistizio firmato il 3 settembre dal governo Badoglio che, rompendo l’alleanza con la Germania, sanciva la resa incondizionata dell’Italia alle Nazioni Unite. Lo storico Emilio Gentile intervistato da Ezio Mauro l’altro ieri su Repubblica, ripercorre quei momenti drammatici mettendo in luce le responsabilità gravissime della monarchia e del governo, pusillanime autore di un accordo siglato senza lasciare indicazioni e direttive ai soldati italiani e agli italiani tutti, ignari della svolta. Un armistizio firmato con l’unico obiettivo della salvezza personale dei membri della monarchia e del governo insediatosi dopo la caduta di Mussolini. Una salvezza ottenuta proprio grazie al silenzio ostinato e programmato fino alla fuga in gran segreto del Re e della sua famiglia, per paura che i tedeschi scoprissero l’inganno e si vendicassero su di loro. Basta pensare a quello che successe in Grecia e nei Balcani per comprendere il baratro in cui l’Italia precipitò in quel momento. A questo proposito, e sui 45 giorni del governo Badoglio, si leggano le pagine bellissime e amarissime del libro di Elena Aga Rossi, Una nazione allo sbando.

E tuttavia – ecco dov’è il valore della memoria – il momento della catastrofe fu anche quello dell’inizio del riscatto: la Resistenza cominciò l’8 settembre. In quei giorni sulle colline del cuneese si costituì “Italia Libera”, la prima banda partigiana italiana di Giustizia e Libertà, dodici giovani guidati da Duccio Garimberti e Dante Livio Bianco, primo nucleo delle altre formazioni di combattenti per la libertà che subito imbracciarono i fucili. Era il momento delle scelte. Nel vuoto lasciato dallo sfascio dello Stato monarchico e fascista, gli italiani ebbero la possibilità di scegliere da che parte stare. Tutto ciò che venne dopo, il feroce capitolo della Resistenza, fu la strada per la riconquista dei valori della democrazia. Non tutti gli italiani scelsero di battersi affinché quel cammino fosse compiuto, ma il sacrificio di chi lottò e dei molti che caddero nella guerra partigiana lo rese infine possibile.

Per questo ci sembra tanto colpevole oggi l’indifferenza di chi vorrebbe considerare ormai chiusa la riflessione sui crimini commessi dal fascismo nel nostro Paese o la malafede di chi vorrebbe smacchiare il regime, e la monarchia che lo sostenne, dalla scelta di aver scaraventato l’Italia in una guerra sbagliata e criminale. L’8 settembre è solo una delle date di una memoria da piantare come pietre miliari nella coscienza di un Paese democratico che, va ribadito con caparbia coscienza, è risorto dopo aver sconfitto l’orrore del totalitarismo.

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