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Non è fantascienza: il wireless che guarisce le disabilità

Siete pronti ad immergervi in un futuro in cui i nostri pensieri diventano realtà? Quante volte abbiamo immaginato di poter camminare, correre o sollevare oggetti solo con la forza della nostra mente? Bene, sembra che quel momento tanto atteso sia arrivato. Grazie al progresso della scienza e della tecnologia, un gruppo di ricercatori e medici ha sviluppato una tecnologia sperimentale che utilizza impianti elettronici per collegare il cervello e il midollo spinale di pazienti paralizzati, permettendo loro di camminare in modo naturale. Lo chiamano: “il ponte digitale tra il cervello e il midollo spinale”.

Il team di ricerca traslazionale di neuroscienziati e neurochirurghi dell’Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL), dell’Ospedale Universitario di Losanna (CHUV) e dell’Università di Losanna (UNIL) ha impiantato chirurgicamente alcuni dispositivi tecnologici avanzati nel paziente. Nello specifico, alcuni dispositivi sono stati posizionati nella regione del cervello che viene attivata quando pensiamo di camminare, e altri sulla parte del midollo spinale responsabile del controllo dei movimenti delle gambe. Questo “ponte digitale” wireless, dal cervello agli elettrodi posizionati sulla parte del midollo spinale che controlla i movimenti delle gambe, bypassa la parte lesa del midollo spinale. Il dispositivo è dunque in grado di acquisire i segnali neurali correlati all’intenzione di camminare e trasmetterli per attivare un neurostimolatore, che a sua volta invia impulsi elettrici mirati alla regione del midollo spinale interessata al movimento delle gambe. Questa incredibile realtà ha cambiato per sempre la vita di Gert-Jan Oksam, un uomo di 40 anni paralizzato a seguito di un incidente in bicicletta, permettendogli di camminare di nuovo dopo 12 anni.

Questo straordinario progresso potrebbe rivoluzionare il modo in cui affrontiamo le lesioni al midollo spinale e le disabilità motorie, aprendo nuove prospettive per il futuro della riabilitazione delle persone affette da paralisi, ripristinando la loro mobilità. È però importante sottolineare che questo metodo è ancora in fase sperimentale e richiede ulteriori ricerche e sviluppi prima di poter essere disponibile e accessibile per i pazienti. Sono necessari ulteriori studi clinici e test approfonditi per valutare la sicurezza, l’efficacia e la longevità di questa tecnologia prima che possa essere approvata per l’uso su larga scala. Inoltre, per la diffusione e la promozione di un accesso equo a queste tecnologie, è necessaria una sensibile riduzione dei costi.

Nonostante le sfide e le incertezze che rimangono, i risultati ottenuti fino ad ora rappresentano un significativo passo avanti nel campo delle interfacce cervello-computer che sta aprendo nuove prospettive in molte altre aree, come il controllo di protesi robotiche, il ripristino della vista e dell’udito, la capacità di comunicazione delle persone con disturbi del linguaggio. L’obiettivo finale dei ricercatori è quello di sviluppare queste tecnologie in un dispositivo portatile che possa essere utilizzato quotidianamente, migliorando così la qualità di vita di molti pazienti affetti da disabilità.

Quando ero bambina in televisione passava una pubblicità in cui George Clooney ci esortava: “Immagina…puoi!”. Ecco, spero che tra qualche anno una versione rivisitata di questo spot ritragga un portatore di handicap, chissà forse proprio Gert-Jan Oksam, che cammina, corre, va in bicicletta, (e magari, come Clooney, prende un caffè) mentre rassicura gli altri con disabilità dicendo: “Ora puoi!”. Sarà possibile grazie al ponte digitale che collega il cervello e il midollo spinale, l’ultima e entusiasmante prospettiva che unisce la medicina e l’intelligenza artificiale.

Fonti:


 

Giulia Di Bartolomei, Ph.D in Neurobiologia all’università di Basilea, nasce a Roma nel 1992.
Si laurea nel 2014 in biotecnologie e poi nel 2016 in biologia molecolare all’Università di Roma “La Sapienza”. Dopo una tesi sperimentale condotta tra l’EMBL (European Molecular Biology Laboratory) di Monterotondo-Roma, ed Heidelberg in Germania, vince la borsa di studio Giovanni Armenise per attività di ricerca in laboratorio all’Harvard Medical School di Boston. Autrice del modulo di formazione Bioinformando, progetto svolto in alcuni licei di Roma e provincia, che combina la biologia e l’informatica e si propone l’obiettivo di avvicinare gli studenti alla realtà della ricerca scientifica.

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