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Scienza e medicina, la lunga strada che porta a un Nobel

Ci sono voluti quasi 20 anni e una pandemia perché l’enorme potenziale terapeutico dell’RNA messaggero (mRNA) venisse riconosciuto, ritenuto “interessante” e applicato direttamente sull’uomo. La biochimica Katalin Karikó e l’immunologo Drew Weissman, però, erano stati lungimiranti già molti anni prima e non avevano mai smesso di crederci, lavorando incessantemente e con grande determinazione, lasciando infine un’impronta indelebile nella storia della medicina moderna. 

Lo scorso 3 ottobre, l’istituto svedese del Karolinska ha assegnato ai due scienziati il premio Nobel per la medicina 2023, per aver reso possibile la creazione di vaccini anti-Covid 19 durante la crisi sanitaria mondiale più grave dell’ultimo secolo. Più precisamente, la scoperta che ha meritato il Nobel riguarda l’impiego di basi azotate modificate, i mattoncini costitutivi degli acidi nucleici, nell’mRNA, al fine di mitigare la reazione infiammatoria indesiderata innescata dal nostro sistema immunitario. Questa reazione si attiva ogni volta che il sistema riconosce corpi estranei all’interno del nostro organismo e cerca di eliminarli. L’utilizzo dell’mRNA per lo sviluppo dei vaccini, permette inoltre di sfruttare i meccanismi delle cellule per assemblare e produrre un numero molto più elevato di proteine rispetto ai metodi tradizionali (la proteina spike nel caso del vaccino contro il SarsCov2). In questo modo l’efficacia del vaccino viene notevolmente aumentata in quanto il sistema immunitario entra in azione per produrre gli anticorpi necessari a respingere l’infezione.

Karikó e Weissman si sono incontrati, per caso, nel 1997 davanti ad una fotocopiatrice all’Università della Pennsylvania. Lui in quegli anni lavorava per creare un vaccino contro l’AIDS; lei era in cerca di qualcuno che la aiutasse a realizzare un’intuizione poi rivelatasi geniale. Così fra i due è iniziata una collaborazione scientifica che nel 2005 ha portato alle scoperte pionieristiche che avrebbero generato il vaccino anti-Covid. Ma, a quel tempo, ancora pochi davano loro credito.

Della vita di Karikó abbiamo molto letto nei giorni scorsi. È lei stessa ad aver raccontato ai giornali quanto sia stato duro il suo percorso, a partire dal 1985 quando scappò dall’Ungheria portando con sé un orsacchiotto dove nascondeva pochi soldi. Approdò in America, dove rimase per tanti anni e dove, all’università della Pennsylvania, iniziò i suoi studi sull’RNA. Nel 2013, però, l’università decise di non continuare ad investire nei suoi studi e per questo motivo Karikó si spostò a Magonza, in una piccola azienda chiamata BioNtech, al tempo quasi sconosciuta e oggi diventata il noto colosso farmaceutico internazionale. Ed è stata proprio la BioNtech, che in quegli anni era interessata a commercializzare tecnologie a mRNA, (alcuni prodotti erano già in sperimentazione clinica), a credere nell’idea e negli studi della scienziata che hanno poi salvato milioni di vite umane. Con precisione, l’EMA, agenzia europea per i medicinali, conta che grazie ai vaccini anti-Covid (Pfizer/BioNTech e Moderna, vaccini a mRNA), siano state salvate circa 20 milioni di vite. Alla tenacia di questa donna va quindi dedicata parte del premio assegnato.

Ora si guarda al futuro: questi studi hanno infatti aperto nuovi scenari per altre applicazioni finalizzate alla creazione di vaccini per la lotta alle malattie infettive, ma anche e soprattutto per la cura dei tumori. Insomma, una nuova era per la medicina.

Questa storia, e il suo lieto fine, è di grande insegnamento. La vittoria di questo Nobel è una vittoria storica, perché smentisce quanti, mentre la pandemia dilagava, non hanno voluto riconoscere l’importanza fondamentale dei vaccini e ne hanno avversato l’obbligo imposto, diffondendo disinformazione e istigando a disertare i centri vaccinali. Eppure già nel 1951 il riconoscimento del vaccino di Max Theiler aveva salvato l’umanità da un’epidemia altrettanto catastrofica come la febbre gialla.

Ma c’è di più: il messaggio che questo premio racchiude deve servire da monito ai governi di tutti i paesi e di tutti gli orientamenti politici perché dimostra, con un successo planetario, che l’esito della ricerca scientifica dipende dalla combinazione dei diversi fattori: tempo, fiducia, risorse. La scienza ha il passo lento ed è fatta di tanti fallimenti. Basti pensare agli anni passati (dal 1985 alla pandemia del 2020) prima che gli studi e le teorie di Karikó potessero essere applicate sull’uomo, oppure a tutti gli esiti negativi che Karikó e Weissman hanno collezionato quando ancora non sapevano di dover trovare un modo per “nascondere” l’mRNA iniettato dal sistema immunitario. La ricerca, ed il progresso in generale, non avvengono se non ci si assume una certa dose di rischio. Non possiamo governare le regole della biologia e prevedere in quali esperimenti convenga investire tempo, energie e fondi e quali invece siano destinati a fallire. Inoltre spesso, anche quando vi è una scoperta, si deve aspettare molto, prima di vederne i frutti. Bisogna quindi accettare le regole e tempi dell’intuizione e della sperimentazione scientifica, perché è in buona parte da lì che deriva l’avanzamento delle nostre conoscenze, l’innovazione, e quindi anche lo sviluppo delle nostre economie. Thomas Edison disse: “Ho scoperto 1.000 modi per non fare una lampadina”. Dunque impariamo più dai fallimenti che dai successi. Per questo l’impegno del settore pubblico e di quello privato nei confronti della scienza dovrebbe essere maggiore, in termini di promozione, finanziamenti e fiducia.

Infine, a tutti gli scienziati in ascolto, in particolare a quelli alle prime armi: il traguardo di Karikó e Weissman testimonia che la perseveranza e la determinazione alla fine possono ricevere il loro meritato riconoscimento. Bisogna imparare a cadere, rialzarsi e provare di nuovo. Abbiamo ogni giorno tante idee che con altissime probabilità falliranno, ma ne basta una sola vincente per cambiare il mondo. E quello 0.01% di vittorie permetterà di ripagare i sacrifici e le innumerevoli ore passate in laboratorio e perché no, magari un giorno ci varrà anche il Nobel!

Fonti:


Giulia Di Bartolomei, Ph.D in Neurobiologia all’università di Basilea, nasce a Roma nel 1992. Si laurea nel 2014 in biotecnologie e poi nel 2016 in biologia molecolare all’Università di Roma “La Sapienza”. Dopo una tesi sperimentale condotta tra l’EMBL (European Molecular Biology Laboratory) di Monterotondo-Roma, ed Heidelberg in Germania, vince la borsa di studio Giovanni Armenise per attività di ricerca in laboratorio all’Harvard Medical School di Boston. Autrice del modulo di formazione Bioinformando, progetto svolto in alcuni licei di Roma e provincia, che combina la biologia e l’informatica e si propone l’obiettivo di avvicinare gli studenti alla realtà della ricerca scientifica.

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