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PNRR

Sullo stato di attuazione del PNRR

Il PNRR è giunto a metà percorso, almeno sotto il profilo temporale. Varato nel 2020, avviato nel 2021, terminerà nel 2026. Tre anni sono alle spalle, tre davanti. L’Italia ha ricevuto la quarta rata di pagamento e si appresta a ricevere la quinta. È l’unico paese europeo, è stato detto. Ma l’Italia è anche l’unico paese le cui erogazioni sono distribuite su dieci rate. La Germania ne ha quattro, la Francia cinque, la Spagna otto. In rapporto al PIL, i piani di ripresa di questi paesi pesano, rispettivamente, 0.75%, 1,5%, 5%. Il piano italiano pesa all’incirca il 10% del PIL. Cautela, perciò. È sempre meglio non fermarsi alla superficie delle cose.

Dove siamo dunque? A metà strada, si è detto. Ma è così anche dal punto di vista sostanziale? Ci sono stati alcuni progressi in certi settori, come ha osservato per esempio Sabino Cassese con riferimento alla giustizia (“I fondi del PNRR: un’occasione che per ora stiamo sfruttando”, Corriere della Sera, 1° novembre 2023). Ma è al tempo stesso preoccupante, come hanno scritto Marco Buti e Marcello Messori, che vi sia un crescente divario tra il raggiungimento degli obiettivi intermedi e l’effettivo utilizzo delle risorse nella realizzazione dei relativi progetti (“PNRR, rischio di perdere opportunità irripetibili”, Il Sole 24 Ore, 19 novembre 2023). É uno scollamento che andrà chiuso entro il 2026. I target della quinta rata sono 69, ma quelli dell’ottava (giugno 2025), tanto per fare un esempio, sono ben 113… Per una prima valutazione, è utile riprendere ciò che ha registrato l’Ufficio Parlamentare di Bilancio in una recente audizione alle commissioni Bilancio della Camera e del Senato (14 novembre): l’apporto cumulativo del PNRR nel primo triennio è stato pari a 0.8% PIL, rispetto all’1.7 previsto. Ciò è tanto più preoccupante in una fase in cui la crescita italiana si fa esangue (nel 2024 l’Italia avrà la crescita più bassa nell’area euro) e si spegne definitivamente l’illusione che il recupero post-pandemico fosse qualcosa di più di un mero rimbalzo. L’Ufficio, in conclusione, ha auspicato “una maggiore attivazione nel periodo finale del PNRR”, cioè il triennio che abbiamo davanti (2024-2026).

Il problema di fondo – ed è noto – è la bassa capacità di spesa e l’efficienza della pubblica amministrazione dopo decenni di contrazione degli investimenti pubblici e disinvestimento nelle capacità del settore pubblico. C’è, forse, anche un duplice vizio di origine. Per l’Europa, non aver dato la precedenza alle opere immediatamente cantierabili (come ha osservato Maurizio Ferrera nella prima parte dell’anno, “La razionalità di piano. L’errore all’origine dei PNRR”, 9 aprile 2023). Per l’Italia, non aver dato vita, per varie ragioni, a un organismo autonomo e indipendente dal ciclo politico (come la Fondazione Ugo La Malfa ha auspicato fin dall’inizio, “Next Generation EU. Proposta per il piano italiano”, Roma 2020), affidato alle cure di una personalità di prim’ordine. Il PNRR avrebbe dovuto essere il cuore del programma di governo, di qualsiasi governo. Esso è invece sospinto ai margini del dibattito come un affare minore da sbrigare fino all’erogazione della prossima rata. In realtà non si vede come, pur nella dialettica con la Commissione, il processo di erogazione delle risorse possa fermarsi, né nel breve né nel medio termine, in certa misura anche indipendentemente dall’operato del governo e ciò per tre ragioni di political economy: nessuno vuole uno scontro sul PNRR prima delle elezioni europee (maggio 2024), o almeno prima che si definiscano schieramenti e strategie elettorali; nessuno può, in assenza di alternative per la politica economica europea ora che il graduale disimpegno della BCE è cosa quasi fatta (il programma Pepp terminerà alla fine del 2024); nessuno deve, nell’attuale fase geopolitica, giacché finché dura essa mette a rischio l’esistenza stessa dell’Unione (ed è improbabile che questa fase giunga al termine prima della fine del PNRR nel 2026). E questa triplice consapevolezza indebolisce, non poco, quel “vincolo esterno” al buongoverno che in altre condizioni il PNRR avrebbe giocato. Tutti lo sanno e così la giostra continua. Ma l’impatto non c’è.

Nell’accogliere la notizia dell’approvazione della quarta rata di pagamento del PNRR il governo ha ribadito, come fatto in precedenza, il suo pieno impegno: “Le risorse – si legge sul sito del governo – arriveranno interamente a terra e lo faranno nei tempi previsti”. Siamo al tempo futuro. “E si principierà la vita felice”. C’è ragione di ritenere che ciò che non è avvenuto nei primi tre anni, e neppure nei precedenti dieci con riferimento ai fondi europei, possa avvenire nel prossimo? “Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi”.


Giovanni Farese è Professore associato di Storia dell’economia nell’Università Europea di Roma. È Managing Editor di The Journal of European Economic History e Marshall Memorial Fellow del German Marshall Fund of the United States.

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