Cerca
Farmers stage a protest in front of the EP in Strasbourg

I trattori aprono la campagna per le europee

Bruxelles – Con i trattori è cominciata la campagna elettorale per le europee. La protesta è diventata da sociale a politica. La destra se ne è appropriata strumentalmente, complice anche la difficoltà di dare vita a una rappresentanza politica strutturata e autonoma: non è nato un partito agrario, come non è mai sorto quello dei forconi.

Eppure, i trattori hanno dato vita a un raro movimento di rivendicazione e partecipazione transnazionale. Detto in altre parole: sono arrivati prima gli agricoltori che gli studenti, i riders, le partite IVA, o il terzo settore, a plasmare un fronte unitario espressione di un settore di opinione pubblica europea. Che è poi quello che a lungo si è invocato, rispetto alla frammentazione di dibattiti nazionali.

Da Bruxelles a Parigi, da Sanremo al Circo Massimo, questi rappresentanti delle radici e del territorio hanno espresso un malessere diffuso, che ha coinvolto quasi tutto quello che le istituzioni e i governi europei hanno cercato di costruire negli ultimi quindici anni – ragioni già riassunte da molti ma che pure restano sfuggenti e a volte contraddittorie da un paese all’altro: una contrarietà verso i primi passi dell’adesione dell’Ucraina, potenza agricola concorrente; verso gli accordi di libero scambio, che comportano importazioni di produzioni prive degli stessi obblighi che incombono agli agricoltori europei; verso la carne sintetica; verso le farine di insetti; verso le restrizioni sugli imballaggi di plastica; verso la nuova PAC, e soprattutto l’obbligo di tenere a riposo il 4% della terra; verso il Green Deal, a cominciare dalla drastica riduzione dell’uso di pesticidi e di emissioni; verso l’aumento del costo delle materie prime, del carburante, dovuto alla guerra, anzi alle guerre, e non solo; verso una burocrazia asfissiante tanto in Europa che nei paesi membri.

Sono bastati pochi trattori –1.300 a Bruxelles, una frazione minima rispetto al numero di quelli immatricolati in Belgio – per ottenere subito concessioni importanti ma anche demagogiche: molti dei passi indietro annunciati dalla Commissione sono su provvedimenti già ritirati o bloccati da un Parlamento Europeo dove il PPE da tempo ha cambiato idea su alcuni aspetti del Green Deal. E alla fine, sia chi protesta sia chi cerca di cavalcare la protesta, armeggia gli argomenti di impatto più immediato e fa molta confusione.

Nel mettere in campo così tanti “contro”, si diluiscono alcuni punti critici della PAC – come il fatidico 4%, considerato come una inaccettabile intromissione, e che esclude anche un uso per colture differenziate –  e si creano antagonismi controproducenti per l’agricoltura europea: la scienza e l’innovazione sono e saranno le prime alleate delle nostre campagne; l’apertura di sbocchi commerciali nel resto del mondo e la difesa delle Indicazioni Geografiche Protette sono un vantaggio per l’agro-alimentare italiano; l’adesione dell’Ucraina è affare di molti anni e comunque rafforzerà la capacità contrattuale dell’agricoltura europea tanto sul piano interno che su quello esterno.

Ma dietro i trattori si muovono anche altri interessi. Tanto più che la protesta pare trattare solo di striscio le due principali angherie a cui è sottoposta l’agricoltura, due piaghe sulle quali l’Unione Europea potrebbe intervenire con maggiori poteri che non, ad esempio, sul costo delle materie prime che dipende da fattori esterni.

Il primo è la giungla di procedimenti burocratici ai quali è sottoposta anche una piccola impresa di coltivatori diretti. Una mole esorbitante di adempimenti che rappresenta un costo elevato, soprattutto in Italia dove la burocrazia Bruxelles della PAC si somma a quella nostrana dello Stato e delle Regioni, e dove le scartoffie sono più vessatorie data la piccola taglia delle aziende.

Il secondo aspetto è quello strutturale, e anche il più scandaloso: il divario tra il  prezzo pagato al produttore e quello pagato dal consumatore. Una moltiplicazione opaca del 300% – secondo Cia-Agricoltori Italiani – nel prezzo medio di frutta e verdura. Per il coltivatore aumentano tutti i costi – dati dell’anno scorso rilevano +100% per i mangimi, +300% per l’acqua necessaria all’irrigazione, +250% per i concimi, ecc. – mentre rimane debole, debolissima la capacità di contrattazione con la grande distribuzione. Altra anomalia europea è lo spreco alimentare, che in Italia vale 16 miliardi l’anno, e che contribuisce a tenere i prezzi bassi. Meglio sarebbe pagare di più al produttore, comprare meno e consumare senza sprechi.

La prima battaglia europea per il sostegno alla redditività delle piccole e medie imprese agricole dovrebbe essere una ristrutturazione della composizione del prezzo, con una tutela del produttore a scapito dei margini della grande distribuzione, con livelli garantiti e meccanismi di trasparenza, incentivi a filiere corte. E con produzioni a chilometro zero e vendite dirette, che beneficino di incentivi fiscali, semplificazioni, perfino app o siti dedicati.

Tuttavia, la “storia del prezzo” e la sburocratizzazione sono restate fuori dalla PAC, pure così attenta a regolare quasi ogni aspetto della produzione agricola, e non sono al centro della protesta, così che probabilmente continueranno a gravare sugli agricoltori. Prendersela  soprattutto con il Green Deal e il commercio internazionale, sarà servito soprattutto agli interessi di altri, e a lasciare intatto il cuore del problema. Ma è, appunto, una campagna elettorale – e di vecchio stile.


Niccolò Rinaldi dal 1989 al 1991 è responsabile dell’Informazione per le Nazioni Unite in Afghanistan. In seguito, nel 1991, diviene prima consigliere politico e poi, dal 2000, segretario generale aggiunto al Parlamento Europeo. Nel 2009 è eletto deputato europeo, e diviene vice-presidente dell’Alleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa (ALDE). Nel 2014, al termine del mandato europeo, resta come funzionario nell’istituzione dove è attualmente Capo Unità Asia, Australia e Nuova Zelanda. Negli ultimi anni ha tenuto su Il Commento Politico la rubrica Lettere da Bruxelles.

guarda anche