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Parlamento Europeo, una democrazia fin troppo aperta?

Bruxelles – Il Parlamento Europeo per propria identità è l’istituzione dell’Unione Europea più aperta, e quindi più permeabile. È stato già colpito da tentativi di interferenza da paesi terzi – con il Qatar e il Marocco al centro dei noti scandali e recentemente con il caso di una deputata lettone accusata, pare con prove schiaccianti, di essere al soldo della Russia. Il Parlamento è anche dovuto intervenire per arginare l’influenza, spesso opaca, dei cosiddetti “gruppi di amicizia” con alcuni paesi, compito non facile data la loro natura extra-istituzionale. Dalla Germania arriva ora quanto già si paventava da tempo: la costituzione di un partito politico che appare legato a una potenza straniera. L’“Alleanza Democratica per la Diversità e il Risveglio” (DAVA), è stata creata il 7 gennaio scorso, con il deliberato programma di rappresentare i cittadini tedeschi di origine turca e con una tempistica probabilmente non casuale: a fine 2023, una modifica legislativa ha permesso la doppia cittadinanza, portando a oltre un milione e mezzo di voti il potenziale dei cittadini turchi con passaporto tedesco.

Non solo: il nuovo partito è considerato formalmente affiliato all’AKP del presidente Erdogan, il quale ha personalmente annunciato che DAVA si presenterà alle elezioni europee. Le implicazioni di questo caso sono numerose e dovrebbero essere tutte prese seriamente in esame tanto dalle tre principali istituzioni europee quanto dai singoli Stati membri. 

La partecipazione di DAVA è un’ottima notizia per l’estrema destra, e non solo tedesca, che potrà sventolare con più forza lo spauracchio della svendita dei valori europei, delle nefaste conseguenze delle politiche migratorie e della concessione della nazionalità. Al tempo stesso, l’arrivo di nuove formazioni legate a paesi di provenienza di cittadini europei di origine extra-comunitaria, indebolisce la solidità del sistema partitico europeo esistente, introducendo una divisione tra la rappresentanza tradizionale e quella di elettori di recente acquisizione – e questo non è un bene per la democrazia.

Questi aspetti, tutt’altro che secondari, rimangono ai margini della questione di fondo: il rischio che la creazione di partiti politici che approfittano del richiamo esercitato su comunità di elettori di origine extra-UE, i quali anche giustamente possono sentirsi poco tutelati dai partiti tradizionali, sia un vero e proprio strumento di ingerenza straniera in Europa. Uno strumento pienamente legittimato a operare, in caso di eletti al Parlamento Europeo, direttamente nelle istituzioni.

L’AKP è stata vicina ai democristiani europei, e per un certo periodo anche ai liberali: ma a quale gruppo parlamentare potrebbero appartenere gli eletti di DAVA? Si suppone a nessuno, confluendo nei non-iscritti – ciò che li renderebbe più isolati e meno influenti; ma questo è tutto da vedere, e dipende dalla loro forza elettorale e dalla loro capacità diplomatica. Del resto, in seno a un gruppo con una chiara identità politica, la forza elettorale di DAVA potrebbe essere più facilmente ricondotta a una genuina dialettica democratica, rispondendo meno alle istanze di Ankara.

In ogni caso, queste sono considerazioni “ex-post”. Molto si sarebbe dovuto fare per prevenire, per regolare questi sviluppi nella vita partitica europea. Perché DAVA non sta violando alcuna legge, si è regolamene costituita in base al diritto tedesco, ha già annunciato che avrà finanziamenti provenienti solo dalla Germania, come previsto dalle normative tedesche (ma altrove è diverso). È anche probabile che le sue posizioni siano assai più moderate e prive di spigolature rispetto a fenomeni partitici populisti e tutti nostrani. Ma un suo successo, sostenuto dietro le quinte da un abile giocatore come Erdogan, incoraggerebbe molti emuli in altri paesi. Francia, Scandinavia, Olanda, Belgio, potrebbero conoscere presto nuovi partiti più o meno legati a vari paesi extra-europei che in modo del tutto legale avrebbero dei probabili portavoce dentro le istituzioni europee. Altro che Qatargate.

Compito dell’Europa è quindi capire come lo stato di diritto, la pluralità, e per certi aspetti la stessa laicità in senso lato delle istituzioni, possano essere rafforzate con normative europee che oggi non esistono e che dovrebbero regolare la trasparenza finanziaria, i meccanismi di salvaguardia rispetto al rischio di ingerenze estere, la protezione dei valori fondanti dell’Unione. A oggi – come del resto accade per l’attività dei luoghi di culto islamici, campo distinto ma non estraneo a questo dibattito – l’Europa procede con il solito “ciascuno fa come crede”. Una cacofonia che crea una situazione con molte falle. Altrove, come ad Ankara, hanno le idee più chiare e si muovono – va sempre ricordato: in modo del tutto legale – per tempo. E quel senso del “tempo” nell’affrontare un problema, dei “tempi” che impongono una riflessione ora e non domani, è quanto manca all’Europa. 


Niccolò Rinaldi dal 1989 al 1991 è responsabile dell’Informazione per le Nazioni Unite in Afghanistan. In seguito, nel 1991, diviene prima consigliere politico e poi, dal 2000, segretario generale aggiunto al Parlamento Europeo. Nel 2009 è eletto deputato europeo, e diviene vice-presidente dell’Alleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa (ALDE). Nel 2014, al termine del mandato europeo, resta come funzionario nell’istituzione dove è attualmente Capo Unità Asia, Australia e Nuova Zelanda. Negli ultimi anni ha tenuto su Il Commento Politico la rubrica Lettere da Bruxelles.

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