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In ricordo di Marco Antonio Patriarca (1940-2026)

Marco Antonio Patriarca, per anni giovane avvocato tra Roma e Londra, poi civil servant, scrittore, saggista, musicista, ha preferito la geopolitica e ne è diventato un importante cultore, con forti basi culturali, storiche, giuridiche e poliedrici interessi, che ha coltivato con vivacità fino alla sua morte recente. Morte dovuta ad una malattia degenerativa che ne ha attaccato il fisico, la mobilità, la respirazione, ma mai lo spirito né l’intelletto. Fino agli ultimi giorni ha scritto, organizzato concerti, propugnato iniziative, lamentando l’impossibilità di suonare l’amato pianoforte, lamentando di dover essere aiutato per usare il computer, strumento essenziale di lavoro. Per passare da casa al suo studio aveva progettato, e si era fatto costruire, una sorta di binari di legno. Viveva a Campagnano, in un ampio spazio, scelto per poter montare i suoi amati cavalli e dove andava in bicicletta attorno al lago di Bracciano; tra la Cassia e la Flaminia. E dove forse una caduta ne ha incrinato la salute,

Di famiglia plurinazionale, per sangue e vita vissuta, ha passato l’infanzia e l’adolescenza a Nizza, parlando, senza fare differenze, in francese, inglese, italiano. Nel 2015 ha pubblicato, Il treno di Sir Charles. Il libro racconta le vicende di una famiglia fra Irlanda, Messico, Belgio, Cina , Stati Uniti e Francia a cavallo del ‘900 e del nonno ingegnere che ha diretto la costruzione di una delle prime ferrovie della Cina, per poi trasferirsi in Messico, con compiti analoghi. Ricorda il clima realmente “globale” degli anni in cui i continenti erano attraversati dai primi treni, assai lenti, e gli oceani da grandi piroscafi a vapore affollati dalla più variegata congerie umana in cerca di nuove opportunità, di altri mondi, di lavoro, o semplicemente attratti dal mito del grande viaggio. Ciò avveniva prima delle devastazioni dei sommovimenti politico-ideologici e delle tragedie della Grande Guerra; prima della quale regnava nel mondo maggiore libertà ed una prospettiva di incontri tra civiltà, che Marco Patriarca ha sempre auspicato, e che non si è mai più riprodotta negli anni successivi e fino ai giorni nostri. Quegli anni segneranno per sempre la vita di Charles e della sua Agnes – nonni di Marco che ne ha ereditato lo stile di vita – e lo spirito con cui hanno vissuto resterà un segno che ne ha caratterizzato i numerosi discendenti. Nel 2025 Marco ha rielaborato il saggio con Il treno per Hankow, cronaca di una famiglia a cavallo del 1900. (Bertoni Editore, Marsciano).

Interessato alla politica internazionale e ai problemi dell’amministrazione, nel 2005 ha pubblicato Due secoli di politica estera americana. Vocazione, realtà e disincanto. (Rubbettino, Saveria Mannelli), con una postfazione di Luciano Pellicani, e nel 2008 Come riformare i riformatori, (Guida Editore, Napoli), ed è stato docente per l’area europea dell’Agenzia per lo Sviluppo dell’Amministrazione pubblica. Ha lavorato su progetti europei.

Da storico interessato al primo medioevo e a questo straordinario personaggio, lo stupor mundi, ha scritto e pubblicato Federico II, L’enigma dell’Imperatore  (David Ghaleb editore), con un’ampia prefazione di Franco Cardini; dal quale ha anche tratto una sceneggiatura per un progetto cinematografico che andrebbe perseguito.

Ha contribuito con numerosi saggi alla geopolitica, appuntando principalmente la sua attenzione sull’Unione europea, l’Europa, l’Italia ed il loro ruolo nel mondo  e lo stato delle cose, collaborando principalmente con la Fondazione Ducci, tramite l’«Agenda Geopolitica: articoli e studi sui nuovi scenari internazionali» (diretta dall’Ambasciatore Marco Baccin), nella quale sono stati raccolti periodicamente approfondimenti sui più rilevanti temi dell’attualità internazionale, strumento assai utile per comprendere gli avvenimenti che caratterizzano la scena internazionale in questi tempi difficili che vedono cambiare radicalmente e rapidamente la politica, la società, l’economia e i nostri stili di vita. Spingendo sempre per trovare soluzioni ai problemi, nell’interesse pubblico, individuando precedenti all’Unione europea e alla nostra Costituzione nelle Province Unite, nella istituzione della Pennsylvania; propugnando – in convegni, incontri e scritti – giornate annuali d’incontro dei parlamentari dei vari Stati membri dell’Unione, affinché potessero meglio conoscersi e scambiarsi progetti politici.

Ricordo, tra i numerosi saggi che sono stati un importante contributo di Patriarca, La tempesta perfetta, in tema di Ucraina, Hamas, Israele, Iran,  e degli inopinati attacchi di Trump  all’Europa e al papa Leone XIV, colpevole di predicare il Vangelo;  e un importante scritto, del marzo 2026, in morte di Dario Antiseri che nel 1973, allora trentatreenne, introdusse in Italia lo studio di Karl Popper, La Società Aperta e i suoi Nemici, convincendo a pubblicarlo la piccola casa editrice Armando. Nella sua azione conoscitiva, secondo Popper, Antiseri e Patriarca, l’uomo si trova ad avere ben poco aiuto, poiché egli sa, prima di tutto, che «la responsabilità delle nostre azioni pratiche è interamente nostra e non può essere fatta ricadere né su Dio, né sulla natura, né sulla Storia ». Le conoscenze umane (come la scienza) non sono tutta la conoscenza, sono limitate ed in continua mutazione; non poggiano su solida roccia ma sono interamente costruite, come è costruita tutta la nostra civiltà, su palafitte. L’impianto del pensiero politico di Popper, ripreso da Antiseri, era politicamente liberale e riformista. Questo acquisto avveniva in un’Italia ancora ideologicamente dominata dalla Democrazia Cristiana e dal Partito Comunista, nella quale le idee liberali erano da sempre avversate da entrambi, seppure per ragioni diverse. Non v’è dubbio che in quegli anni il successo delle idee di Popper e del lavoro di Antiseri mutarono il clima politico diviso tra quei potentati ideologici. La rivista «Mondoperaio» diretta da Luciano Pellicani e la rivista «Alleanza» diretta da Beatrice Rangoni Machiavelli nel dicembre 1979 organizzarono a Milano un grande convegno su Socialismo liberale e Liberismo sociale per discutere i problemi dell’evoluzione del socialismo e di nuove prospettive liberali oscurate dalle politiche del momento; mentre invece di tali idee è intrisa la Costituzione Italiana. Erano presenti al convegno novanta relatori fra i quali personalità come Norberto Bobbio, Giuliano Vassalli, liberali come Nicola Matteucci, Valerio Zanone e Giuliano Urbani, oltre a repubblicani come Vittorio Frosini e Francesco Compagna (gli atti sono stati pubblicati dall’Editore Forni nel 1979).  Bisogna accennare che, secondo Patriarca, la pubblicazione di La società aperta e i suoi nemici aveva stravolto il concetto stesso di socialismo scientifico e di possibili consociazioni catto-marxiste e aveva celebrato il funerale della Scuola di Francoforte di Theodor Adorno, Max Horkeimer e di Herbert Marcuse. Si trattava di una vera e propria filosofia della conoscenza come quella dell’esercizio di prova ed errore sperimentata dai suoi eroi: Galileo Galilei, ma anche lo scienziato cattolico Blaise Pascal a Port Royal o Soren Kierkegaard di cui apprezzava l’esistenzialismo spirituale. Oggi possiamo constatare, ci dice Patriarca, che gli unici amici della Società Aperta si trovano in Europa, i cui governi – prima o poi – dovranno produrre le nuove condizioni per fare sopravvivere quanto di positivo ha creato la liberaldemocrazia in Europa. Altrimenti, come nel quadro La zattera della Medusa di Géricault, l’Europa si troverebbe (come si trova) schiacciata tra potenze avverse.

Vivendo da anni a Campagnano, ed essendo amante sia della musica sia del territorio, ha a lungo contribuito ad animare la vita dell’AMAL, l’Accademia Musicale dell’Alto Lazio, che per anni ha organizzato concerti nella zona, e facilitato gli studi e il lancio di numerosi giovani cultori della musica classica.

Marco lascia la moglie Andreana Caracciolo, i figli Lara, Sibilla e Francesco e numerosi nipoti. Lascia anche un numero incalcolabile di amici, tra i quali il sottoscritto. Questa nota non vuole essere un necrologio, ma una testimonianza di amicizia e consonanza intellettuale fatta, per anni, di frequenti scambi di idee e di scritti, e di rapporti umani; incontri, pranzi, musica.


Oliviero Pesce, economista, saggista e traduttore, ha lavorato presso la Banca Mondiale, la Banca Nazionale del Lavoro, il Consorzio di Credito per le Opere Pubbliche (Crediop) e presso società finanziarie e di investimento. È stato amministratore delegato di banche estere, operando in molti paesi. Traduttore di testi di economia e storia economica, oltre che traduttore e autore di raccolte poetiche, ha scritto numerosi saggi su temi bancari ed economici e saggi storici. Ha tenuto corsi universitari di Management Internazionale ed è socio dell’Istituto Affari Internazionali.

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