(Bruxelles) – La politica estera repubblicana e liberaldemocratica si è sviluppata nel dopoguerra su cinque pilastri: un’Europa federale, l’agenda transatlantica, una difesa dell’Occidente incardinata nella NATO, il rapporto privilegiato con Israele, e lo spirito mazziniano di fratellanza con nazioni lontane ma animate da democrazia – si pensi al caso di indiano di Gandhi e al suo interesse per Mazzini, o all’attenzione di Giovanni Spadolini per le relazioni con il Giappone o la Russia post sovietica. Anche dinanzi a un atlante, i repubblicani, infatti, hanno sempre guardato oltre il proprio naso. A fine 2025 si ha interesse a prendere atto che “il mondo è cambiato”.
La nuova Amministrazione sta scaricando l’Europa, propone un’agenda opposta in tema di multilateralismo, difesa del diritto internazionale, libero mercato. Ne consegue che la NATO, tornata a nuova vita con l’aggressione di Putin all’Ucraina, s’interroga sulla sua identità e capacità di risposta operativa. Israele è un paese accusato da genocidio, con i suoi vertici sotto mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità, e una diffusa impunità verso coloni violenti e pulizia etnica. L’India di Modi rafforza il sistema delle caste e va a braccetto con Putin. Come la Cina. Resta l’Europa, che tiene, e anche meglio del previsto, ma tutt’altro che federale, e ancora sotto scacco per la regola dell’unanimità in politica estera. Oltre le leadership che s’intestano tali cambiamenti, ci sono società con rigurgiti nazionalisti, più chiuse, meno laiche.
Al cospetto di questi colpi di timone della storia, il pensiero repubblicano, europeista e progressista, deve prendere atto dei cambiamenti e aggiornare i suoi ancoraggi intorno a quattro priorità.
1) Ovunque, dall’America alla Russia, sono presenti interlocutori e forze organizzate che vedono con chiarezza il pericolo delle scelte dei propri governi, e che chiedono ascolto e sostegno. Oggi i contatti, le possibili iniziative congiunte anche di fondazioni, delle attività internazionali del Partito Radicale “Transnazionale”, dell’ALDE europea, hanno un ruolo diverso e ancora più importante di prima per dare voce a chi in contesti sempre più difficili lotta per promuovere un’alleanza tra democratici. Spesso forze di minoranza nelle istituzioni, nella cultura o addirittura dissidenti perseguitati: voci che vanno aiutate, per il loro coraggio e per preservare la visione di un mondo libero dove i democratici si riconoscono.
2) Vi sono poi democrazie geograficamente lontane ma politicamente più vicine di prima: il Canada, l’Australia e il Giappone sono tre esempi di paesi delusi se non penalizzati dai cambiamenti, le cui forze politiche e sociali sono meno abituate ad avere rapporti con corrispondenti europei, eppure oggi “volenterose” e indispensabili per disegnare un Occidente allargato e rinnovato.
3) In tempi difficili, il mondo laico ha saputo resistere restando ancorato a dei valori che sono la luce da seguire quando molti riferimenti vengono a mancare. Con la consapevolezza che alcuni riferimenti sono cambiati, senza esitazione occorre seguire una bussola morale che con coerenza tenga la rotta in difesa del diritto e della giustizia internazionale, dei diritti umani, del libero commercio come elemento della libertà e della prosperità condivisa.
4) Infine, e soprattutto, la lotta per l’Europa unita, quell’impegno secolare che ha conosciuto tempi migliori resta la madre di tutte battaglie. Se oggi l’Europa, tra un contesto internazionale proibitivo e contraddizioni interne, costituisce l’area di maggiore sicurezza sociale e libertà nel mondo, è per la costante pressione a plasmare un’identità comune, che da Mazzini a La Malfa, da Gobetti a Einaudi, da Rossi a Pannella, non ha mai ceduto. Ci vorrà tempo, il testimone andrà passato a una nuova generazione di europeisti, ma l’idea federalista non è in bancarotta, anzi, pare ogni giorno rafforzarsi come una necessità: se, ed è solo un esempio, sarà una NATO con meno America, dovrà esserci una difesa più europea.
Dunque, non tutto è perduto, anzi. A patto di essere consapevoli che alcune antiche certezze sono cadute, e di aggiornare concetti come alleanza tra democratici, valori, Europa. E tenacia.
Niccolò Rinaldi dal 1989 al 1991 è responsabile dell’Informazione per le Nazioni Unite in Afghanistan. In seguito, nel 1991, diviene prima consigliere politico e poi, dal 2000, segretario generale aggiunto al Parlamento Europeo. Nel 2009 è eletto deputato europeo, e diviene vice-presidente dell’Alleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa (ALDE). Nel 2014, al termine del mandato europeo, resta come funzionario nell’istituzione dove è attualmente Capo Unità Asia, Australia e Nuova Zelanda. Negli ultimi anni ha tenuto su Il Commento Politico la rubrica Lettere da Bruxelles.