Nel salotto culturale romano di Gaia Franchetti, è stato di recente presentato il volume Roma, via Gregoriana 5. Le elites liberali dall’Aventino alla Resistenza (Franco Angeli), di Rossella Pace, docente di Storia contemporanea presso l’università Suor Orsola Benincasa di Napoli, studiosa di liberalismo, Resistenza, storia sociale e relazioni diplomatiche.

Questo libro cerca di ricostruire, in base a documenti in gran parte inediti, la mappa dell’antifascismo e poi della Resistenza nella capitale, individuandone le figure di riferimento, i luoghi di ritrovo, le relazioni nazionali e internazionali.
Durante l’occupazione tedesca di Roma, tra il 1943 e il 1944, si sviluppa infatti una rete sotterranea di collegamento e solidarietà tra alcune famiglie dell’aristocrazia e della borghesia che, in costante contatto con ambienti della Santa Sede, opera in condizioni difficilissime a supporto della Resistenza militare e civile, per salvare gli ebrei dalla deportazione e per la liberazione dei prigionieri chiusi nelle carceri del regime.
A Rossella Pace abbiamo chiesto perché ha scelto di studiare il pensiero liberale e le figure poco conosciute di antifascisti liberali:
«Il mio approccio al mondo e al pensiero liberale risale al 2006, cioè a quando cominciò la mia collaborazione con il Prof. Fabio Grassi Orsini e con l’Istituto Storico del Pensiero Liberale Internazionale da lui diretto. Essere stata la Segretaria di Redazione dei due volumi del Dizionario del Liberalismo italiano edito in due volumi da Rubbettino, il primo dedicato ai lemmi, il secondo alle biografie ha fatto si che la mia formazione fosse orientata verso il puro pensiero liberale».
Il suo libro prende in considerazione la città di Roma e quei circoli liberali che erano attivi già all’inizio del secolo, quando emergono gli studi di teosofia e antroposopia.
«Fondatrice della Società teosofica era stata l’aristocratica ucraina Helena Blavatsky. Mossa da un forte interesse nei confronti dell’esoterismo occidentale dal 1849 aveva intrapreso una serie di viaggi in tutto il mondo, visitando il continente europeo, le Americhe e il subcontinente indiano, ed elaborando quelle che sarebbero diventate le basi dottrinali della Società teosofica.
A Roma la Blavatsky era rappresentata dalla sua più importante collaboratrice, Isabel Cooper Oakley, la quale lavora a stretto contatto con Annie Besant quando quest’ultima divenne Presidente della Società Teosofica nel 1907».
Chi sono i protagonisti di queste discipline pressocché ignote?
«Approcciandosi a questo mondo si scoprono una miriade di personaggi agli antipodi tra di loro ma che in queste discipline trovano un modo di coesistere e di contaminarsi. Parliamo di personaggi come Emmelina De Renzis Sonnino e Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, Giovanni Amendola ed Eva Kühn, Giovanni Colazza e ancora Ferdinando Martini e sua nipote Giuliana Benzoni. L’elenco potrebbe essere sterminato. Lo stesso Rudolf Steiner che nel 1912 fonderà la Società Antroposofica era all’inizio un adepto della Blavatsky».
A proposito di donne, studiose, intellettuali o militanti, non trova che ci sia stata una dimenticanza delle storiografie ufficiali nei confronti delle donne?
«La storia delle donne all’interno della storiografia è sempre stata trascurata. Credo che il gap sia stato recuperato per molte di queste figure ma permangono ancora personaggi e storie che meritano a pieno titolo di far parte di tale storiografia. Qualsiasi storia delle donne che voglia considerarsi esaustiva, non può tralasciare tali vicende».
Nel suo libro emergono belle personalità femminili. Mi racconta qualcosa del Duca Colonna di Cesarò, di sua moglie Barbara e soprattutto delle due figlie Simonetta e Mita immortalate nella suggestiva copertina del volume?
Il paradigma che è alla base dell’opera di Escher “Le metamorfosi” – nelle quali l’artista traspone il suo amore per la trasformazione degli oggetti, delle cose e degli esseri viventi in una catena in continuo movimento che si evolve e trasmuta, salvo poi tornare alla forma di partenza – è stato qui applicato e adattato per la ricostruzione della vicenda dei Colonna di Cesarò. Il Duca Colonna di Cesarò è l’inizio di tutto, ma sarà attraverso le grandi figure femminili della madre, della moglie e delle due figlie che avverrà la trasformazione la quale riporterà, attraverso varie tappe, al punto di partenza: la lotta al regime. Questo spiega il sottotitolo dall’Aventino alla Resistenza. Simonetta e Mita porteranno avanti quanto cominciato dal padre dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti con la protesta dell’Aventino mediante la partecipazione attiva alla lotta di liberazione nazionale. La copertina ritrae Barbara Antonelli e le figlie nel palazzo di Via Gregoriana 5, attorno al 1945, con sontuosi abiti disegnati dalla stessa Simonetta».
Mi hanno fortemente impressionata le pagine dedicate alla Roma occupata. Lei ha potuto studiare importanti carte vaticane?
«L’aver avuto accesso alla consultazione della Commissione Soccorsi è stato un punto di partenza fondamentale. Oltre alle fonti vaticane, molto importanti, sono state le Cronache di Roma dei monaci camaldolesi, all’epoca a San Gregorio al Celio, che hanno fatto ancora più luce su di una vicenda del tutto oscura e su ciò che realmente accadeva nel silenzio del monastero».
Quale fu il ruolo del Pontefice PIO XII e del futuro Papa, il giovane Montini?
«Il ruolo di Pio XII e quello di Montini, che esce dallo spoglio delle carte, ci restituisce due personaggi che meriterebbero di essere ancora più approfonditi. Dalle carte si evince che fecero molto, soprattutto Montini per salvare il maggior numero di ostaggi possibili e di ricercare coloro dei quali, nella popolazione sia romana che ebraica, si erano perse le tracce».
Incisiva, colta e preparata la Principessa Maria Josè. Quale ruolo svolse e perché il Sovrano Vittorio Emanuele III non le dette ascolto?
«Maria Josè tentò di cambiare un destino che era segnato ma, come nel libro emerge, Vittorio Emanuele III non volle dare udienza alla nuora, preferendo andare inesorabilmente verso la fine sua e del figlio Umberto II».
Come mai oggi il pensiero liberale è trascurato e in Parlamento non ci sono forze che lo rielaborano in maniera contemporanea?
«La cultura liberale è stata strutturalmente minoritaria in tutta la storia repubblicana italiana rispetto al predominio dei partiti di massa. Con la fine della guerra fredda e della cosiddetta prima Repubblica sembrava potesse tornare protagonista, ma è stata risucchiata nel bipolarismo radicale tra centrodestra e centrosinistra. Viene trattata per lo più come un parente di riguardo a cui si rende omaggio in maniera formale, ma senza dargli mai davvero retta».
Trova che ci sarebbe bisogno di pensiero liberale?
«Assolutamente sì. Gli storici possono dare un contributo serio al suo ritorno nel dibattito pubblico approfondendo e sviluppando le ricerche sui suoi protagonisti e sulle loro idee».
Carlotta Tagliarini è nata e vive a Roma. Giornalista e corrispondente della ZDF, la televisione di Stato tedesca, ha collaborato e collabora con molte testate italiane e tedesche. Per la TV tedesca ha intervistato i più famosi giornalisti, politici, artisti, scrittori italiani. Ha, fra l’altro, filmato l’attentato al Papa, consegnato a tutte le televisioni mondiali, ed è l’autrice della prima intervista esclusiva a Bettino Craxi dopo la fuga in Tunisia. Le età dell’oro (Mondadori) è il suo primo libro.