difesa europea

 Della difesa europea

I drammatici sviluppi della guerra in Ucraina, che sta per entrare nel suo quinto anno e che la Federazione russa ha perso, ma che l’Ucraina non può vincere da sola, malgrado l’ammirevole coesione interna e le capacità militari che ha creato nei quattro anni dall’invasione; lo stato del mondo; la drammatica evoluzione della politica estera degli Stati Uniti; la concreta possibilità che si creino conflitti all’interno stesso della NATO, come la minacciata occupazione della Groenlandia dimostra; impongono, che l’Unione europea, cui potrebbero aggiungersi altri paesi NATO quali il Regno Unito e il Canada, si dotino di una forza di difesa unitaria e significativa, non certo dei 5.000 militari di cui si è discusso. E se ci fossero veti, si potrebbe ricorrere ad assai ampie cooperazioni allargate. L’Europa non può certamente creare in tempi brevi una forza militare analoga a quelle degli Stati Uniti o della Cina; ma può certamente farlo per difendersi da attacchi della Russia, e dalla guerra cibernetica, non solo paventata, ma in atto.

Esaminiamo qualche dato economico, che i sociologi e i “geopolitici” spesso trascurano. La Russia, paese spesso sopravvalutato, forse perché è dotata di un arsenale nucleare (in buona parte ereditato dall’Ucraina) e perché l’URSS ha vinto la Seconda guerra mondiale, ottant’anni fa (con milioni di morti, ma con mezzi materiali forniti in gran parte dagli Stati Uniti), è impantanata da quattro anni in una guerra sferrata contro un paese molto più piccolo, e che avrebbe voluto conquistare in pochi giorni. Per ottenere questo brillante risultato, ha trasformato la propria economia in una economia di guerra; ha mandato al fronte galeotti, mercenari, abitanti delle sue colonie interne, nord-coreani; oltre ai morti e ai feriti, ha perso due milioni dei propri abitanti, probabilmente tra i più colti e giovani; si  è fatta assistere, per lo sforzo bellico – dal regime iraniano, dalla Corea del Nord. Ha perso, senza batter ciglio, due alleati come la Siria e il Venezuela. Sta perdendo la guerra del petrolio. Ha visto allargarsi la NATO con l’ingresso della Finlandia e della Svezia.

Il PIL della Federazione russa è stimato, nel 2025, a circa 2.450 miliardi di dollari; ovvero, al cambio corrente, a circa 2.100 miliardi di euro (fonte: FMI). Le spese militari russe nell’anno sono state pari a 13.500 miliardi di rubli, ossia a circa il 32, 5% del bilancio dello Stato, a circa il 6% del PIL, e quindi a circa 126 miliardi di euro (fonte: Trading Economics). Nel 2024 (fonte: Banca Mondiale) il PIL dell’UE è stato pari a 19.425 miliardi di dollari, ossia a 16.704 miliardi di euro: se nel 2026 è stato più o meno piatto, grosso modo, le spese militari russe sono pari allo 0,75% del PIL europeo; ancor meno se alla difesa dell’Europa partecipasse anche la Gran Bretagna, che già partecipa alla così detta Coalizione dei volenterosi.

Sarebbe quindi sufficiente spendere – a livello europeo – l’1 % circa del PIL UE per la difesa europea per raggiungere un primo obiettivo realistico per una effettiva autonomia strategica. Ferme restando le spese militari dei vari Stati membri, che difficilmente potrebbero rappresentare una forza europea, se non, in caso di necessità, integrativa di quella qui proposta. Si obietta che a livello operativo mancano la necessaria struttura di comando e la interoperatività. Ma poiché tali strutture esistono, almeno in parte, a livello NATO, non si vede perché non si potrebbero duplicare a livello europeo utilizzando il personale e le infrastrutture europee già operative in sede NATO, o istituirle. Dopo una adeguata discussione politica tra europei, per coordinare gli aspetti militari e industriali dell’impresa. Ne esistono tutti i presupposti, anche normativi, senza modifiche dei Trattati. Il Trattato di Lisbona ha istituito un Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Nell’attuale temperie non bastano le cariche e le piume sul cappello, se non le si riempie di adeguate realtà. Mentre la difesa nazionale (come recita il Trattato; non quella collettiva) è competenza principale (ovvero: non esclusiva) degli Stati membri, la clausola di difesa reciproca (art. 42, par.7 TUE), che obbliga gli Stati a fornire assistenza a un paese membro vittima di un’aggressione armata, meglio sarebbe attuabile se ci fosse anche una forza di difesa collettiva. Quanto agli impegni NATO, la questione andrebbe valutata caso per caso, quando è possibile che si verifichino conflitti all’interno della stessa, o che il suo membro principale, sia sul piano dei costi sostenuti che su quello operativo, la abbandoni al suo destinoUn primo, modesto passo, nella direzione auspicata, modesto sul piano della spesa (€ 1,2 miliardi), ma importante su quello dell’ integrazione, sono stati l’aumento dei fondi messi a disposizione dell’ESA, la European Space Agency, per investire in un “sistema di sistemi” che integri le risorse nazionali presenti nello spazio, per arrivare a una sorveglianza, capacità di osservazione della Terra per controllare il clima, per le comunicazioni e la navigazione, cibernetica e materiale, con fini civili ma anche esplicitamente militari, su mandato degli Stati membri e di concerto con la Commissione, per la difesa e la sicurezza comuni: (fonte: FT).

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Ma guardiamo anche alla narrazione, che oggi tende a sostituirsi sempre più spesso alla realtà. Due sole notazioni.

1) La richiesta, se non l’imposizione, di Trump di destinare alla difesa il 5% annuo del PIL degli Stati membri dell’UE rappresenta lo hard selling del venditore in capo dell’industria americana degli armamenti. Una spesa del genere, abbiamo visto sopra, vorrebbe dire spendere poco meno di sette volte quanto spende la Russia.

2) Va sfatata la leggenda che l’Europa sarebbe stata un free rider, per decenni. Ci ritroviamo a doverci attrezzare meglio, e con urgenza, e di ciò siamo colpevoli, ma solo nei confronti di noi stessi. Anche se l’Europa ha goduto per anni della copertura militare americana, non è affatto vero che saremmo stati dei portoghesi, accusa che viene anche qui accettata acriticamente, da opinionisti e ministri. Essa ha comunque compensato gli USA, assorbendo dollari per importi assai rilevanti (il deficit USA, di 60 trilioni di dollari è pari a circa venti volte il PIL dell’Italia e della Spagna sommati; e a più di due volte il PIL USA): ossia l’UE ha ceduto per anni agli Stati Uniti beni reali contro carta. Se un’oncia d’oro valeva nel 1971 35 dollari, e oggi ne vale circa 4.450, si potrebbe sostenere che in 54 anni il dollaro si è svalutato di 127 volte. Sostenendo militarmente l’Europa, gli Stati Uniti hanno tenuto lontano il rischio russo, cosa per loro essenziale. Hanno goduto per anni di zone del territorio europeo, e dei nostri porti, per ospitare basi, flotte e militari americani; nel mondo, circa seicentocinquanta, oltre a istallazioni minori. E ricordiamo la crisi dei missili cubani, combattuta in Europa. Inoltre l’accusa è vuota, quando, per anni, alla Germania (e nel Pacifico al Giappone) il riarmo è stato vietato dai trattati di pace loro imposti dagli Stati Uniti. L’Unione europea non è nata per «fottere gli Stati Uniti», come questi ultimi non sono nati per «fottere il resto del mondo», come pure si potrebbe sostenere. Né la NATO è stata un’idea puramente europea, come si vorrebbe far credere oggi, da parte di persone che la Seconda guerra mondiale neppure sanno cosa sia stata, e che non ricordano gli interventi militari sovietici nella «zona d’influenza» dell’URSS: (le colonie interne e quelle in Europa; che gli ungheresi sembrano aver dimenticato, ma che i polacchi e i paesi baltici ricordano benissimo). Abbiamo fornito forze di pace, partecipato a guerre americane, in Iraq, siamo stati in Afghanistan, siamo in Libano. E sarebbe interessante sapere quante azioni dell’industria bellica americana abbiano nei loro portafogli gli europei.


Oliviero Pesce, economista, saggista e traduttore, ha lavorato presso la Banca Mondiale, la Banca Nazionale del Lavoro, il Consorzio di Credito per le Opere Pubbliche (Crediop) e presso società finanziarie e di investimento. È stato amministratore delegato di banche estere, operando in molti paesi. Traduttore di testi di economia e storia economica, oltre che traduttore e autore di raccolte poetiche, ha scritto numerosi saggi su temi bancari ed economici e saggi storici. Ha tenuto corsi universitari di Management Internazionale ed è socio dell’Istituto Affari Internazionali. 

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