(Bruxelles) – Dopo l’iniezione di fiducia ricevuta dalla prova referendaria, una prova più difficile attende il cosiddetto campo largo: una condivisa visione programmatica in politica estera e di difesa. A oggi questa manca, sia tra le varie forze, che all’interno di alcuni degli stessi partiti che compongono il centrosinistra, con divergenze sugli aiuti militari all’Ucraina, il riarmo dell’Europa, l’accusa di doppi standard dell’UE tra Russia e Israele, il ruolo da assumere rispetto all’attacco all’Iran. Se non si è notata più di tanto la “varietà” delle posizioni, è perché anche il centro-destra ha le sue divisioni. Ma per governare l’Italia, e per assumere un ruolo a Bruxelles, occorre una visione quanto più possibile comune.
Si può partire da alcuni fondamentali punti fermi: il sostegno indiscusso alla Corte Penale Internazionale, la difesa del multilateralismo e del ruolo delle Nazioni Unite, la lotta contro i cambiamenti climatici – posizioni che implicano il rifiuto dell’approccio della nuova Amministrazione americana. Ma poi vi sono nodi sui quali è meno scontato condividere una linea comune di governo: l’Italia dovrebbe far parte dei volenterosi per l’Ucraina? È pronta a sostenere la posizione di Sanchez rispetto a quella di Merz o della presidente della Commissione? Vogliamo il Mercosur? E una politica comune per l’immigrazione? Siamo pronti al rigore sul taglio delle emissioni, non condiviso da alcuni nostri settori industriali?
Se la cacofonia della maggioranza in politica estera non è un alibi per le divisioni interne al campo largo, quest’ultimo dovrebbe guardare al centro della scena politica italiana, che in materia dimostra di avere idee chiare e sulla propria coerenza può giustamente capitalizzare un vantaggio di credibilità e anche di consenso.
Una coalizione, per sua natura, fa della sua diversità di posizioni una ragione di forza o di debolezza: dipende dal proprio metodo di consultazione interna e di decisione, e dalla sua politica di comunicazione.
Non è qualcosa che si possa improvvisare e lasciare al dopo voto. Tanto più che la politica estera, nei prossimi anni, sarà ancora più travolgente di oggi (e personalmente ritengo abbia anche avuto un suo impatto nelle scelte di voto dello stesso referendum sulla giustizia). Se, come pare, vi saranno delle primarie, sarà bene che esse includano non solo volti e stili personali, ma anche programmi e visioni politiche, con tavoli tematici e “regole d’ingaggio”. Tra queste, un punto di partenza che vorremmo indiscutibile, che un anno fa fu ribadito, in chiave rovesciata, da uno sfortunato discorso alla Camera della Presidente del Consiglio nel suo attacco al Manifesto di Ventotene: “europeismo” e anzi “federalismo” fanno rima con il bene comune e la sostenibilità delle nostre democrazie.
Niccolò Rinaldi dal 1989 al 1991 è responsabile dell’Informazione per le Nazioni Unite in Afghanistan. In seguito, nel 1991, diviene prima consigliere politico e poi, dal 2000, segretario generale aggiunto al Parlamento Europeo. Nel 2009 è eletto deputato europeo, e diviene vice-presidente dell’Alleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa (ALDE). Nel 2014, al termine del mandato europeo, resta come funzionario nell’istituzione dove è attualmente Capo Unità Asia, Australia e Nuova Zelanda. Negli ultimi anni ha tenuto su Il Commento Politico la rubrica Lettere da Bruxelles.