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La revisione dell’Accordo UE-Israele: un segnale di condanna politica

(Bruxelles) – Per decenni l’Europa ha avuto amicizie consolidate, indiscutibili. Negli ultimi tempi, questi legami cambiano secondo variabili diverse – dal Sahel agli Stati Uniti – e se alcuni rapporti si rafforzano, come ad esempio col Giappone o la ritrovata intesa con il Regno Unito, altri entrano in crisi. Tra questi, Israele costituisce un caso speciale.

A maggioranza il Consiglio ha votato l’avvio per la procedura  di sospensione dell’Accordo di Associazione, che però dovrà essere approvata all’unanimità. Ma all’umanità – classico cortocircuito delle regole europee – deve passare anche il rinnovo dello stesso accordo, mentre basta la maggioranza qualificata per sospenderne parti rilevanti, dalle misure commerciali e quelle nel campo della ricerca.

I tempi sono lunghi, ma il segnale politico segna una svolta. Non facile. Non solo per la complessità della procedura, ma anche perché l’efficacia di queste misure in vario modo sanzionatorie si sono rivelate inefficaci. In contesti pure molto diversi, dalla revoca delle tariffe preferenziali alla Cambogia, alle sanzioni individuali verso responsabili cinesi, fino alle misure energiche verso Iran o Russia, la vasta gamma delle “restrizioni”, di fatto non è mai riuscita a condizionare la linea politica del paese terzo.

Nessuno quindi deve illudersi che una qualche sospensione dell’Accordo con Israele condizionerà l’azione del governo Netanyahu. Come ovunque nel mondo, ancor di più facilmente a Gerusalemme ci si può sempre rivolgere ad altri partner.

Resterebbe il valore di una tale decisione verso Israele, forma di condanna della pulizia etnica perseguita in Cisgiordania e del costante massacro di civili a Gaza, crimini di guerra e contro l’umanità, reiterati quasi ogni giorno e già rilevati dalla Corte Penale, con la quale l’Europa ha ribadito piena collaborazione.

Ma se Israele sta ripudiando i valori europei, non per questo si pone come nemico dell’Europa, tutt’altro. Non solo per i legami storici indissolubili, che non sono solo quelli della Shoah, su cui giustamente si ritorna costantemente creando tuttavia quasi un effetto di rigetto, ma quelli di una presenza millenaria feconda nella cultura europea, fatta di arte, creatività scienza, economia, da parte di quel mondo ebraico che oggi costituisce la radice di Israele. Da sempre, come ancora oggi, Israele non è certo un attore ostile verso l’Europa, tutt’altro. È il punto cruciale e spesso frainteso da chi rimprovera comprensibilmente all’Europa di adottare due pesi e due misure verso  Russia e Israele.

A differenza di Mosca, Israele non costituisce una minaccia per la nostra società, non ha alcuna tendenza ad attaccare un paese europeo, non interferisce con il nostro stile di vita. I servizi israeliani non hanno mai smesso di collaborare con quelli europei e a volte sono stati cruciali nel prevenire attentati nei nostri paesi. Anche se ha dovuto farsi una ragione che l’Europa non accetta come “made in Israel” i prodotti delle colonie, Israele è un partner commerciale affidabile, perfino prezioso per alcuni prodotti farmaceutici o di alta tecnologia di cui è fornitore. Il dialogo culturale, o i programmi congiunti di ricerca, sono sempre stati improntati al rispetto reciproco.

Israele dunque ci ha in molte occasioni offerto la sua cooperazione nel nome di un mutuo interesse. Salvo poi dedicarsi a politiche odiose e disumane nei confronti dei palestinesi. A lungo si è riusciti a mantenere distinti questi due aspetti, perché quello che accade a Gaza o in Cisgiordania, non ha un impatto diretto sulla vita degli europei.

Tuttavia mantenere questa separazione, fare astrazione delle violazioni israeliane, è diventato insostenibile, politicamente e moralmente. Né si deve privare il rapporto con Israele del diritto e del dovere di critica da parte di chi sia indignato per la deriva di Gerusalemme, che è profonda e non riguarda solo il governo ma anche buona parte della società (basti pensare ai video virali di influencer o anche solo giovani israeliani con caricature spregevoli dei palestinesi che piangono i propri cari o che soffrono la sete e la fame). Aver messo da parte questa critica per molto tempo, in nome di una fraintesa amicizia, è un errore che crea un fragile simulacro al quale la maggioranza dei nostri cittadini non crede più.


Niccolò Rinaldi dal 1989 al 1991 è responsabile dell’Informazione per le Nazioni Unite in Afghanistan. In seguito, nel 1991, diviene prima consigliere politico e poi, dal 2000, segretario generale aggiunto al Parlamento Europeo. Nel 2009 è eletto deputato europeo, e diviene vice-presidente dell’Alleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa (ALDE). Nel 2014, al termine del mandato europeo, resta come funzionario nell’istituzione dove è attualmente Capo Unità Asia, Australia e Nuova Zelanda. Negli ultimi anni ha tenuto su Il Commento Politico la rubrica Lettere da Bruxelles.

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