(Bruxelles) – Molte sono le priorità di un’Europa unita ancora in fieri, ma la più urgente è il varo di un forum nel quale confrontarsi in modo istituzionale e non occasionale con paesi amici. Le leadership forti investono nel network, nelle alleanze. La Russia e la Cina guidano i BRICS, Erdogan l’Organizzazione degli Stati Turchi, il mondo arabo si ritrova nella Lega Araba e anche nella più vasta Organizzazione di Cooperazione Islamica.
L’Europa è parte, sempre attraverso gli Stati Membri e di norma non come UE, di gruppi di antica frequentazione, come il G7 e il G20, della NATO, di vari formati nella galassia delle Nazioni Unite. Luoghi “amici”, o forse ormai neanche tanto perché vi sta venendo meno la coesione interna indispensabile per l’efficacia di un’iniziativa. In un tale contesto, si guarda all’Unione Europea come al nucleo più coeso nella promozione di un’agenda di legalità internazionale, multilateralismo e diritti dell’uomo. In molti chiedono all’Europa, e in particolare all’UE, di assumere un ruolo di maggiore assertività nel tessere la tela di chi rifiuta di assecondare la mera logica dei rapporti di forza e delle iniziative unilaterali.
Parte di questo pezzo di “Occidente” si trova nel Pacifico (Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud), parte nell’Europa fuori dall’UE, a cominciare dal Regno Unito e dalla Norvegia, parte in America latina e anche in Africa, e tutti si ritrovano nelle parole di Mark Carney a Davos: “The middle powers must act together, because if we’re not at the table, we’re on the menu”.
Il posto a tavola non può essere, come oggi, solo un intreccio di relazioni bilaterali, nella forma di summit, di accordi di libero scambio, di partenariati strategici. Quel che manca è un’organizzazione leggera ma strutturata, con appuntamenti regolari, agende condivise tra tutti i partecipanti, una visione comune di come organizzare insieme una risposta ai problemi crescenti del mondo: rapporti commerciali, clima, intelligenza artificiale, grandi progetti di ricerca, difesa del diritto internazionale, inclusa la giustizia internazionale e la lotta contro l’impunità, e uso della forza solo nel quadro delle Nazioni Unite.
La coesione del gruppo, il parlare lo stesso linguaggio politico, hanno bisogno di criteri chiari di appartenenza. E come deliberato nel recente congresso del Partito Radicale, li si possono riassumere in condizioni esistenti: rispetto della Corte Penale Internazionale, che già costituisce un importante spartiacque; partecipazione all’Organizzazione Mondiale del Commercio, per un commercio aperto dove le controversie siano risolte in sede istituzionale e non a forza di tariffe unilaterali; rispetto dell’accordo di Parigi; e, sul piano interno, una Costituzione nazionale rispettosa della separazione dei poteri.
Basta la fotografia di chi, oggi, si ritrova in questi chiari parametri, per capire che nel mondo l’Europa non è sola, ha amici, e ha l’interesse strategico di consolidare un’“Alleanza delle Democrazie” che, una volta costituta, avrebbe anche capacità di attrazione di nuovi membri, permettendo all’UE di recuperare una centralità e una capacità di iniziativa che sta smarrendo.
Niccolò Rinaldi dal 1989 al 1991 è responsabile dell’Informazione per le Nazioni Unite in Afghanistan. In seguito, nel 1991, diviene prima consigliere politico e poi, dal 2000, segretario generale aggiunto al Parlamento Europeo. Nel 2009 è eletto deputato europeo, e diviene vice-presidente dell’Alleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa (ALDE). Nel 2014, al termine del mandato europeo, resta come funzionario nell’istituzione dove è attualmente Capo Unità Asia, Australia e Nuova Zelanda. Negli ultimi anni ha tenuto su Il Commento Politico la rubrica Lettere da Bruxelles.