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Quella mattina dell’8 luglio a Kiev

Ci arriva da Kiev l’articolo di Chiara Compostella, restauratrice e storica dell’arte che nella capitale ucraina lavora come esperta per progetti di cooperazione nel settore cultura. Ormai anche a Kiev gli allarmi aerei interrompono la vita quotidiana e il riposo notturno con sempre maggiore frequenza. L’ultimo e più drammatico, quello dell’8 luglio, quello delle bombe sul più grande ospedale pediatrico della città: il raid che il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha definito “una trovata pubblicitaria di Kiev costruita con il sangue per impressionare il vertice Nato”


(da Kiev) Tutti gli allarmi aerei, a Kyiv, suonano uguali. Ma non tutti sono uguali. Consultando le tante app su Telegram, con il tempo si impara a capire cosa sta attraversando i cieli d’Ucraina e, con un po’ di esperienza, si può considerare la velocità e la pericolosità della minaccia in arrivo. Perché, poi, tutto questo si traduce nel valutare praticamente se è possibile finire di scrivere l’email di lavoro, continuare le chiacchiere al bar con gli amici, proseguire la passeggiata lungo l’azzurrissimo – e incredibilmente largo – Dnipr.

La vita quotidiana a Kyiv è intervallata, e in parte dettata, da questo soppesare il rischio e la probabilità dell’evento con la volontà a continuare quello che si sta facendo. È in definitiva una questione di priorità ed è strano, e nello stesso tempo umano, vedere come a Kyiv dopo più di due anni di guerra praticamente qualsiasi attività quotidiana ha preso il sopravvento sul suono delle sirene.

Nel mio caso, arrivata da nemmeno tre mesi, l’unica attività a cui attribuisco una (quasi) indiscussa priorità è il sonno. Anche la notte dell’otto luglio ho dovuto dunque faticare parecchio per lasciare la morbidezza del materasso e trasferirmi nel corridoio di casa. Ogni volta che succede mi dico che devo comprare un materassino da stendere a terra ma c’è qualcosa in me che resiste come se essere organizzata nell’emergenza rappresentasse un modo di renderla normale e, nella normalità, in qualche modo rendere questa situazione accettabile. Invece no, resisto al materassino a testimonianza della mia opposizione morale e mi preparo a passare la notte su una coperta, a coprire il vecchio parquet sconnesso dove la lucidatura resiste in isole di geometria variabile.

Quando l’allarme è grave ma non tanto da obbligare a scendere in metro adotto la soluzione del corridoio, una soluzione di compromesso secondo la regola delle due pareti: due pareti di separazione dovrebbero essere sufficienti a proteggere dalle schegge e dai frantumi provocati dall’onda d’urto dell’esplosione. Quando però l’allarme dura tanto, dopo un po’ torno a letto anche senza aspettare il segnale della fine: Attention! The air alarm is over. May the force be with you, recita in inglese il messaggio liberatorio che arriva sui cellulari, con l’ironia che caratterizza gli ucraini. Non che mi senta particolarmente cavaliere jedi ma ammetto che la fine dell’allarme rappresenta comunque la fine di una certa tensione e, forse, di un certo tipo di fatica.

La mattina dell’8 luglio, quando ricominciano gli allarmi, sono in ufficio. Il mio ufficio è un grande edificio con le pareti di vetro: è in effetti un grande guscio di vetri scuri che ricopre e nasconde un’anima sovietica di stanze rimediate, disordinate e mal in arnese, ora adibite a locali di servizio ai quali non ci è concesso accedere. Noi abitiamo la razionale nitidezza vetrata dell’edificio che, però, non è il massimo con le bombe. Malgrado questo, in genere nessuno dei suoi abitanti pare preoccuparsene troppo. Non quel giorno però: gli allarmi arrivano uno di seguito all’altro sui nostri telefoni, tutta la città è ricoperta dal suono delle sirene antiaeree come da un manto cupo. Arrivano su Kyiv missili da direzioni diverse e di vario tipo: missili aerei, balistici, missili da crociera. Raccolgo quattro cose sulla scrivania prima di scendere nel locale in fondo alle scale che ci fa da rifugio. Un vecchio coniglio di ceramica comprato a Odessa per poche grivnie finisce per primo nella borsetta degli oggetti da salvare.

Piano piano, arrivano tutti gli impiegati dello stabile, uno per volta o in piccoli gruppi silenziosi, portandosi il computer, la borsa, dei fogli, c’è un signore con un cane lupo. È la prima volta da quando sono arrivata che ne vedo così tanti. Se ci fossero più bombardamenti finiremo per fare amicizia, penso. Per il momento ci sediamo vicini, nel poco spazio disponibile, a volte incrociamo gli sguardi senza parlarci. Rimaniamo tutti in silenzio: siamo concentrati sui suoni che arrivano da fuori. È un rumore nuovo per me, un tonfo sordo e potente che risuona da dentro lo stomaco. È un rumore che porta con sé il senso della tragedia. Cerchiamo di capire: è la contraerea che salva o il missile che colpisce? Cosa è caduto? Dove? In un intervallo tra un allarme e un altro usciamo veloci dall’ufficio per raggiungere la metro. La metro rimane sempre il posto più sicuro. Cominciano ad arrivare le informazioni sugli edifici colpiti, l’ospedale pediatrico, ma anche infrastrutture energetiche, sette distretti colpiti, il numero delle vittime, dieci, sedici, ventitré, ventisette, trentacinque a Kyiv …la contabilità dei morti lascia attoniti.

Aspettiamo la fine dell’allarme, il permesso di riprendere la vita dopo aver abitato il sottosuolo.

Quando usciamo troviamo la stessa normalità di prima: le case brillano al sole nel loro color gelato, i chioschi dei bar profumano di caffè, il largo viale Khreschatyk sfoggia il suo ornato architettonico di rotonda, massiccia bellezza. Eppure tutti sappiamo che stavolta, nemmeno a sprazzi, ci possiamo illudere che sia tempo di pace.

Il giorno 8 luglio trenta dei trentotto missili lanciati contro l’Ucraina sono stati intercettati dalla contraerea e distrutti. Il sistema di difesa antiaerea di Kyiv è uno dei più efficaci della nazione, tuttavia è inadeguato a difendere nello stesso tempo beni militari, infrastrutture di importanza critica e quartieri residenziali. Da aprile il presidente Zelensky ripete di aver disperatamente bisogno di almeno sette batterie Patriot terra-aria per respingere gli attacchi, oltre ad altri sistemi di difesa aerea meno precisi e potenti.

Vedremo se l’impegno di fornire armi alla difesa ucraina, insieme alla rimozione delle restrizioni sull’uso delle armi americane sul suolo russo, sarà uno degli impegni che gli alleati annunceranno nel corso della riunione NATO di Washington di questi giorni.

Qui sopra: donna in preghiera nella Chiesa di San Michele a Kiev

Nell’immagine di copertina: Kiev, Piazza Majdan, memoriale per i soldati caduti nella guerra russo-urcraina in corso

Le fotografie sono di Chiara Compostella

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